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IL SOLE 24 ORE 24/9/2009
INFORMAZIONE - IL
PASSAGGIO ALLA RETE

Ai giornali il valore di internet

LA CATENA DELLE NOTIZIE - In Germania allo studio un compenso di 5 euro al mese per pc collegato. In Italia i precedenti di tv digitale ed energie rinnovabili

di Carlo De Benedetti
presidente del gruppo l'Espresso

Dietro ogni notizia che leggiamo sul giornale, scorriamo sul pc, riceviamo via sms, ascoltiamo alla radio, vediamo in tv c'è il lavoro di molte persone che l'hanno raccolta, controllata, valutata, scritta, registrata, filmata, trattata nel formato necessario, impaginata. Sono giornalisti, operatori, tecnici ad alta professionalità retribuiti con i ricavi della pubblicità e di quanto i clienti sono disposti a spendere comprando il giornale in edicola o pagando un abbonamento. Oggi un'informazione tempestiva, accurata e articolata è sempre più costosa perché le redazioni che un tempo producevano per una sola piattaforma - carta, radio o tv che fosse - sono chiamate a fornire news, video, audio, mappe interattive, fotogallerie, con linguaggi e tecnologie in costante e caro aggiornamento. Con la pubblicità in drammatica diminuzione e le notizie che si possono trovare senza sborsare un centesimo, non funziona più un modello di business messo a punto nella seconda metà dell'Ottocento e, in alcuni periodi, in grado di dare buoni utili. Esplosione dei costi, calo dei ricavi. Fino a quando gli editori potranno garantire, in queste condizioni, un'informazione verificata e di qualità? E i lettori/ascoltatori/clienti che disporranno di notizie meno controllate, saranno ancora cittadini consapevoli?


A Berlino, nel grattacielo che Axel Springer fece costruire cinquant'anni fa a ridosso del Muro perché tutti - di là - vedessero giorno e notte la sua fabbrica di libera informazione, nel giugno scorso, senza fanfare, i principali editori europei hanno sottoscritto la "Dichiarazione di Amburgo", che individua alcuni principi il cui mancato rispetto mette a repentaglio la libera stampa e la democrazia. Ecco tre passaggi del documento voluto dall'European Publishers Council: «Numerosi operatori di internet usano il lavoro degli autori, degli editori e dei broadcaster senza pagare alcunché. A lungo termine, questo mette a rischio la produzione di contenuti di alta qualità e l'esistenza del giornalismo indipendente. (...) L'accesso per tutti ai siti web non significa accesso gratuito. Non siamo d'accordo con quanti sostengono che la libertà d'informazione è assicurata solo se tutto è disponibile online gratuitamente. (...) I legislatori e i governi devono proteggere più efficacemente, a livello nazionale e internazionale, la creazione intellettuale di valore da parte di autori, editori e broadcaster».


Quali "operatori di internet", secondo la definizione della Dichiarazione, usano il lavoro degli altri ricavandoci, in alcuni casi, cifre che nessuno aveva immaginato in secoli di industria dell'informazione? I principali sono i motori come Google e le telecom, ossia chi fornisce i servizi di ricerca e l'accesso alla rete. Perché questi anelli della catena del valore aumentano fortemente i loro utili mentre gli editori soffrono? Vediamo di spiegarlo.


Google prospera sui contenuti degli altri perché, su richiesta dell'utilizzatore, li rintraccia con il suo motore di ricerca e, nella pagina di risposta, gli piazza accanto la pubblicità a performance. Pubblicità che nel 2009 genererà sul solo mercato italiano un fatturato pubblicitario intorno ai 400 milioni di euro, quasi la metà dell'intera raccolta sul web. Su segnalazione della Federazione degli editori, di questa realtà si sta occupando l'Autorità garante della concorrenza e del mercato presieduta da Antonio Catricalà.


Gli operatori di telefonia in Italia controllano circa 13 milioni di connessioni ad alta velocità (19,2 linee ogni 100 abitanti a fine 2008) e ora stanno vedendo crescere a ritmi sostenuti anche l'internet in mobilità. Bene, calcoli ufficiali in Germania e Stati Uniti mostrano che oltre il 30% del traffico in Rete è generato dai siti di quotidiani e reti televisive. Quindi l'informazione main stream è un driver eccezionale per le telecom, che si fanno pagare con margini molto elevati ogni Adsl e abbonamento ai dispositivi mobili con accesso al web.


L'elenco di chi guadagna senza alcuna fatica grazie al lavoro di redazioni ed editori è lungo. Ci sono, come in altri settori dell'economia, i pirati della Rete: per ogni persona che legge un pezzo o vede un filmato sul sito originario, altre cinque lo trovano su un blog o su una rassegna stampa che l'hanno "copiato" senza pagare alcun diritto. È vero che a un giornale serve che tutti parlino di quel che ha scritto, che le sue notizie siano percepite come valuta sociale, ma si deve anche trovare un modo di monetizzare questo interesse. In Germania sono arrivati alla conclusione che tutte le aziende hanno vantaggi economici dall'informazione giornalistica in Rete perché usano notizie su fornitori, clienti, candidati dipendenti; dunque è molto probabile che il nuovo Parlamento, che risulterà dalle elezioni del prossimo weekend, viste le posizioni in merito già assunte dalla Cdu, Spd e dall'Fdp chiami presto ogni azienda tedesca a dichiarare quanti sono i suoi computer collegati a internet e a pagare per ciascuno una flat fee mensile di 5 euro. I relativi ricavi andrebbero solo agli editori.


Anche in Italia le autorità di garanzia e il legislatore devono studiare come consentire ai produttori d'informazione di qualità di continuare ad operare. Ho una proposta, per aprire il dibattito.


Il passaggio dei giornali al web, che amplia l'audience e diminuisce i fatturati, venga sussidiato alla stregua del passaggio dall'analogico al digitale nella televisione. Il meccanismo potrebbe essere simile a quello utilizzato per le politiche di sostegno alle energie rinnovabili. In quel caso l'interesse generale giustifica un prelievo proporzionale erga omnes sulla bolletta energetica. Qui il prelievo potrebbe avvenire sulla bolletta della connettività, a prescindere dall'utilizzo, da parte del singolo, di contenuti informativi durante la propria navigazione. Non si tratterebbe di un contributo perenne ma di un finanziamento alla transizione da regolamentare a livello di singolo paese.


La transizione carta-web è una motivazione insufficiente? Allora si discuta l'opportunità di "girare" agli editori, a compensazione della quota del valore creato a vantaggio degli operatori di telefonia, una piccola parte di quanto pagano gli utilizzatori per l'Adsl o per la connessione a internet in mobilità. Alla Rete potrebbe cioè essere estesa la logica adottata per la televisione satellitare, in cui il proprietario della piattaforma retrocede ai fornitori di contenuti una quota del fatturato derivante dagli abbonamenti. Nel 2007 gli utenti in Italia hanno pagato 3,36 miliardi di euro per la banda larga (relazione 2008 dell'Autorità per la garanzia delle comunicazioni); in media una Adsl nel mercato residenziale costa 20 euro al mese equivalente ad un fatturato annuo superiore ai 4 miliardi di euro tenuto anche conto del crescente utilizzo di internet mobile. Una ripartizione di questo fatturato, come d'altronde avviene già negli Usa, tra operatori telefonici e generatori di contenuti renderebbero non iniquo come attualmente è il rapporto tra chi sostiene i costi per produrre contenuti e chi deriva utili da traffico utilizzando quei contenuti.


Immagino già le obiezioni di chi ho chiamato in causa e anche degli utenti. Ma credo che la posta in gioco - la sopravvivenza del giornalismo indipendente, per citare ancora la Dichiarazione di Amburgo - giustifichi azioni con carattere d'eccezionalità.


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www.punto-informatico.it


Carlo De Benedetti,


un fiorino per le news


In gioco ci sarebbe la sopravvivenza stessa di un giornalismo di qualità. Il presidente del gruppo L'Espresso lancia una personale proposta: far pagare un obolo agli operatori internet e ai fornitori di connettività


 


di Mauro Vecchio


Roma, 25 settembre 2009. "Ho una proposta, per aprire il dibattito. Il passaggio dei giornali al web, che amplia l'audience e diminuisce i fatturati, venga sussidiato alla stregua del passaggio dall'analogico al digitale nella televisione". Così ha parlato Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo l'Espresso, suggerendo alle autorità di garanzia e al legislatore italiano una personale visione su quella che ormai, per molti editori nazionali ed internazionali, è diventata una questione di sopravvivenza: continuare ad operare all'insegna di una informazione di qualità.


In un commento pubblicato dal sito del Sole24Ore De Benedetti è stato particolarmente chiaro nello spiegare come certi tradizionali meccanismi tipici della carta stampata non siano più funzionali e, soprattutto, redditizi. "Con la pubblicità in drammatica diminuzione e le notizie che si possono trovare senza sborsare un centesimo, non funziona più un modello di business messo a punto nella seconda metà dell'Ottocento. Fino a quando - si chiede De Benedetti - gli editori potranno garantire, in queste condizioni, un'informazione verificata e di qualità?".


De Benedetti si è dunque dimostrato particolarmente preoccupato per le sorti di un giornalismo sempre più costoso da realizzare, a causa di un vasto ampliarsi di quelle che un tempo erano piattaforme uniche (carta, radio o tv) e che ora sono microcosmi d'informazione multimediale, tra news online in costante aggiornamento, mappe interattive, video e fotogallery. In questi microcosmi, tuttavia, agiscono qulle che giganti dell'editoria come Murdoch hanno tratteggiato come creature notturne succhiasangue, meglio note come "operatori di Internet".La domanda che ha lanciato De Benedetti è sembrata piuttosto diretta: "Chi ottiene utili da Internet usando il lavoro degli altri?". Al comandare il branco di vampiri dell'informazione, ancora Google che, stando ai dati mesi in luce da De Benedetti, ha generato nel solo mercato italiano 400 milioni di euro in pubblicità, quasi la metà dell'intero raccolto sul web. Poi, gli operatori di telefonia che, in Italia, gestiscono circa 13 milioni di connessioni ad alta velocità (19,2 ogni 100 abitanti alla fine del 2008, si spiega nel testo).


A questo punto De Benedetti ha citato numeri ufficiali provenienti da Germania e Stati Uniti, che hanno mostrato come oltre il 30 per cento del traffico in Rete sia generato dai siti di quotidiani e reti televisive. È per questo motivo che il prossimo Parlamento tedesco, stando ad un "caso" riportato da De Benedetti, obbligherà ogni azienda a fare il censimento dei propri computer collegati per poi far pagare una tassa mensile di 5 euro. Dritti nelle tasche degli editori.


"Allora - propone De Benedetti - si discuta l'opportunità di girare agli editori, a compensazione della quota del valore creato a vantaggio degli operatori di telefonia, una piccola parte di quanto pagano gli utilizzatori per l'Adsl o per la connessione a Internet in mobilità". In pratica, il proprietario della piattaforma dovrebbe concedere ai fornitori di contenuti una piccola parte dei propri fatturati.


"Non basterà - ha commentato sul suo blog il giornalista Luca De Biase - se in Italia ci sono 13 milioni di connessioni ad alta velocità che costano in media 20 euro al mese, quanto ne vogliamo dare ai giornali (mica pure alle televisioni, spero)? Un euro al mese sono 13 milioni al mese. Due euro sono 26 milioni. Più di due è difficile".


E sono poco più di due, esattamente 2,39, gli euro ora richiesti da La Repubblica per l'abbonamento all'applicazione per iPhone La Repubblica Mobile. Il servizio push di news era disponibile gratuitamente tramite App Store, da poco rimosso per far spazio all'applicativo premium. De Benedetti pare consapevole delle obiezioni che scatenerà con le sue dichiarazioni: "Ma credo che la posta in gioco, la sopravvivenza del giornalismo indipendente, giustifichi azioni con carattere d'eccezionalità".


(in: http://punto-informatico.it/2715059/PI/News/de-benedetti-un-fiorino-news.aspx)


 


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De Benedetti: serve sostegno all'editoria per il passaggio al Web 


  


 Roma, 25 settembre 2009. «Il passaggio dei giornali al web, che amplia l’audience e diminuisce i fatturati, venga sussidiato alla stregua del passaggio dall’analogico al digitale nella televisione». La proposta lanciata da Carlo De Benedetti ieri con un intervento sul Sole 24 Ore, intitolato «Ai giornali il valore di Internet», fa discutere.


Per il presidente del Gruppo Espresso «il meccanismo potrebbe essere simile a quello utilizzato per le politiche di sostegno alle energie rinnovabili. In quel caso l’interesse generale giustifica un prelievo proporzionale erga omnes sulla bolletta energetica. Qui il prelievo potrebbe avvenire sulla bolletta della connettività, a prescindere dall’utilizzo, da parte del singolo, di contenuti informativi durante la propria navigazione. Non si tratterebbe di un contributo perenne, ma di un finanziamento alla transizione da regolamentare a livello di singolo paese».


Per De Benedetti, va «discussa l’opportunità di girare agli editori, a compensazione della quota del valore creato a vantaggio degli operatori di telefonia, una piccola parte di quanto pagano gli utilizzatori per l’Adsl o per la connessione a Internet in mobilità».


(testo in http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=915&ID_sezione=3&sezione=)


 


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