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Corriere della Sera 21/9/2009.
Dagli architetti agli
avvocati: i tagli dei
grandi studi. E i piccoli
faticano a reggere

Professionisti
300mila a rischio

La stima degli Ordini:
entro il 2009 cancellato
il 15% dei posti. I casi
Foster, Bonelli, White & Case

Da Norman Foster a Bonelli, Erede, Pap­palardo. Gli studi pro­fessionali subiscono un duro contraccolpo dalla cri­si economica internazionale. Una flessione che ha intacca­to ricavi e occupazione. In Ita­lia le stime del Cup (Comitato unitario degli ordini e dei col­legi professionali) per il 2009 prevedono quasi 300 mila po­sti di lavoro persi da liberi pro­fessionisti a partita Iva che non possono contare su am­mortizzatori sociali o misure di tutela straordinarie. Specia­listi che dovranno riconvertir­si, sperimentare altri settori o addirittura cambiare lavoro. Ad accusare il colpo ci sono nomi illustri ma soprattutto una miriade di piccole realtà che nel 2008 hanno guadagna­to, in media 15 mila euro in meno, hanno dovuto ridurre il budget destinato alle consu­lenze e alle risorse umane, quindi tagliare contratti e po­sti di lavoro.


La caduta del mattone


Tra le categorie più colpite gli architetti, legati a doppio fi­lo alla crisi dell’edilizia, al pun­to che firme di primo piano co­me l’olandese Erick Van Ege­raat chiude il suo studio mila­nese dopo lo stallo del proget­to Milanofiori. Turbolenze an­che per qualche grosso studio italiano, come il Cmr: «Il 2009 ha avuto un inizio abbastanza difficoltoso — conferma Mas­simo Roj, amministratore dele­gato dello studio — a gennaio abbiamo avuto un blocco di 5-6 lavori di grandi dimensio­ni, a febbraio abbiamo inizia­to la sospensione di alcune collaborazioni in funzione di questi blocchi improvvisi. A febbraio abbiamo dato la so­spensione a 25 collaboratori su 130. Ma a giugno due dei clienti stranieri che avevano bloccato i lavori hanno vendu­to le operazioni a italiani che ci hanno affidato l’attività so­spesa e abbiamo preso altre 15 persone» Oltre ai dipendenti degli stu­di professionali, che sono cir­ca un milione, e che restano le prime vittime della crisi, ci so­no i professionisti autonomi che lavorano in proprio o so­no titolari degli studi. Si tratta di circa 800 mila persone, dice Gaetano Stella, presidente del­la Confprofessioni, associazio­ne che rappresenta i liberi pro­fessionisti. Qui, spiega, la crisi ha colpito «a macchia di leo­pardo ». Quelli che stanno peg­gio sono architetti e ingegneri, con un calo del fatturato del 30%, a causa del mercato im­mobiliare fermo. Una situazio­ne analoga riguarda i notai: so­no crollate le compravendite, le stipule di mutui, le costitu­zioni di società. Calo del 15% del fatturato per le professioni economiche (commercialisti, ragionieri, consulenti del lavo­ro) che hanno visto ridursi il lavoro da parte delle aziende. Guadagni in diminuzione an­che per i dentisti perché «i pa­zienti, se non hanno urgenza, rimandano a tempi migliori gli interventi importanti».


Compravendite in stallo


Forte crisi anche per gli av­vocati: uno studio prestigioso Bonelli, Erede, Pappalardo ha abbassato il numero dei colla­boratori, ha chiuso la sede ita­liana di White & Case, studio internazionale americano con sede a Milano. Cambi anche nello studio Ashurst: Riccardo Agostinelli e Lorenzo Vernetti (entrambi fondatori della se­de italiana) si sono spostati in Latham & Watkins. «In difficol­tà sono soprattutto i giovani — dice Maurizio de Tilla, pre­sidente dell’Oua, l’organismo unitario dell’avvocatura — quelli che fanno gli avvocati d’ufficio e che non ricevono i compensi dallo Stato da due anni». Come se non bastasse, le sti­me prevedono, per tutta la ca­tegoria, che la crisi si inasprirà nei prossimi mesi e nel 2010 perché le parcelle arrivano sempre in ritardo rispetto alla prestazione. «Il disagio econo­mico è dato da molteplici ra­gioni — afferma Guido Alpa, consiglio nazionale forense —. La diminuzione dei redditi ha influito sulle scelte riguar­danti gli investimenti nelle strutture professionali e gli eventuali tagli. Occorrerebbe rivisitare il sistema fiscale, che oggi affligge senza alcuna logi­ca (che non sia quella puniti­va) le professioni intellettua­li ». Acque agitate anche tra i consulenti del lavoro: le azien­de entrano in crisi di liquidità, mettono in mobilità i lavorato­ri e cominciano a rallentare i pagamenti. «In certi casi ab­biamo sostituito le banche nel credito alle imprese — commenta Marina Calderone, pre­sidente del Cup, Comitato uni­tario degli Ordini e dei collegi professionali —. Il punto è che, non essendo aziende, sia­mo esclusi da protezioni o age­volazioni. Ciò che chiediamo sono interventi di sostegno so­prattutto per le fasce deboli: i giovani professionisti e per le donne». La conferma delle difficoltà arriva da professionisti affer­mati e molto noti come quelli dello studio Attilio Miotto di Padova oppure dallo studio di consulenza del lavoro «Signo­rini » di Firenze, Alessandro Si­gnorini, partner: «Abbiamo bloccato le assunzioni — affer­ma Alessandro Signorini, part­ner — ma non abbiamo sospe­so le collaborazioni. Però se la situazione congiunturale do­vesse perdurare, saremo co­stretti a ridurre il personale».


Isidoro Trovato


21 settembre 2009


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ALLARME OCCUPAZIONE PER ARCHITETTI  E AVVOCATI,


Professioni, quella decimazione


che si consuma nell’indifferenza.


Per città come Milano lo svuotamento


degli studi professionali causa un terremoto.


 


Trecentomila professionisti a rischio (21 settembre 2009) È allarme rosso per il mondo dei professionisti italiani. Come documenta l’inchiesta di copertina del CorrierEconomia di oggi, sono 300 mila i posti di lavoro a rischio soprattutto tra avvocati, architetti e consulenti. Secondo le stime degli ordini professionali entro l’anno un sesto del terziario qualificato italiano rischia di essere cancellato con un tratto di penna e, cosa forse ancor più grave, la decimazione si sta consumando nel silenzio e la disattenzione generale. Eppure i grandi studi sono costretti a tagliare gli organici e i piccoli chiudono uno dietro l’altro, lasciando fuori della porta una generazione di laureati che aveva già pagato duramente le barriere all’ingresso.


Per città come Milano, poi, lo svuotamento degli studi professionali causa un terremoto destinato a scuotere il mercato del lavoro locale e a condizionare pesantemente la capacità di attrarre talenti. I motivi dell’indifferenza verso questo fenomeno si possono spiegare in molti modi. I professionisti non hanno mai goduto di buona stampa, non sono stati mai troppo «simpatici» e anzi a lungo sono stati percepiti come portatori di una rendita di posizione. L’incapacità, poi, di dotarsi per tempo di una rappresentanza non corporativa e capace di parlare all’esterno ha fatto il resto. Risultato: tra gli avvocati, gli architetti e l’opinione pubblica non è mai scattato il giusto feeling e il mondo delle professioni è rimasto isolato, quasi fosse un’isola di privilegi duraturi. Per di più se la Grande Crisi ha fatto riscoprire a tutti la forza e l’importanza del settore manifatturiero, ha avuto come conseguenza una rimozione delle necessità di articolazione dell’economia reale. L’illusione che circola qua e là, nella politica e tra le rappresentanze, è che un Paese moderno possa pensare di ripartire e svilupparsi con una sola gamba. D’altro canto che la recessione si abbattesse, un giorno o l’altro, sul terziario qualcuno — leggi Giuseppe De Rita — lo aveva previsto e aveva anche anticipato che ci avrebbe trovato impreparati. Il terziario italiano dopo i «meravigliosi anni Ottanta», segnati da innovazione e mobilità sociale, non è riuscito ad operare il necessario salto di qualità e anzi ha accumulato ritardi dopo ritardi. Le multinazionali hanno potuto tranquillamente fare shopping scegliendo fior da fiore, mentre il grosso delle aziende italiane ha finito per vegetare e prendere i contorni del settore-rifugio con costi alti, competitività incerta e occupazione precaria. Se dunque in astratto è difficile negare che — crisi o non crisi — vi fosse bisogno di ristrutturare, in concreto (purtroppo) ciò avviene darwinianamente sotto i colpi della recessione senza che siano in campo idee e progetti di riconversione. In queste condizioni i tagli si presentano come un impoverimento, una rottamazione di culture e competenze che non si riproducono certo da un giorno all’altro.


 


La diaspora dei professionisti chiama in causa anche le politiche di welfare. In questo caso la combinazione tra rischio e tutele è quanto mai squilibrata se confrontata con altri settori. È un problema quasi atavico per l’Italia: i sistemi di protezione non aiutano chi fa scelte di mercato e ogni giorno si espone alla concorrenza, mentre massimizza il dividendo di quanti possono presidiare la loro piccola rendita. In concreto per chi è espulso dal circuito degli studi professionali e del terziario più qualificato non esistono strumenti diffusi di ammortizzatori sociali (le prime esperienze riservate ai grandi operatori non sono ancora nemmeno conosciute) e di fatto per molti la seconda chance, a cui tutti dovrebbero aver diritto, diventa aprire «al buio» la partita Iva. Per cui è vero che il popolo dell’Iva cresce di numero e veleggia tra gli otto e i nove milioni ma è chiaro che diventa sempre di più uno strumento onnicomprensivo che accomuna winners e losers, vincitori e sconfitti. C’è la sensazione, però, che nella politica qualcosa si stia muovendo per provare ad aggiornare il welfare italiano e adattarlo ai mutamenti del mondo del lavoro e della composizione sociale. Il ministro Maurizio Sacconi ha licenziato di recente la stesura finale del Libro Bianco a cui seguiranno i piani d’azione per i diversi ambiti di riforma. E lo stesso ministro ha annunciato che sta lavorando a uno Statuto dei Lavori, che dovrebbe rimodulare il vecchio sistema delle garanzie e riequilibrare rischi e tutele. Nei prossimi giorni a Venezia la Lega Nord presenterà un’organica proposta di Statuto del Lavoro Autonomo.


Anche nel Pd la riflessione è in corso ed è appena uscito un quaderno di Italianieuropei interamente dedicato al tema e che si apre con una significativa autocritica di Giuliano Amato. «Certo è che il lavoro autonomo non è entrato né nell’anima né nella cultura della sinistra e dei progressisti in genere, basta pensare al lavoro professionale, di cui essi hanno saputo vedere soltanto le propensioni e le coperture anticoncorrenziali». Ed è proprio questo l’altro tema che non va eluso nel momento in cui la recessione morde e gli studi chiudono. Per anni la linea di divisione sulla questione professionale è passata tra sostenitori delle liberalizzazioni e difensori degli Ordini. Grazie anche a una massiccia presenza di parlamentari avvocati e medici la resistenza ha avuto la meglio sull’innovazione e non si contano più i progetti di riforma rimasti lettera morta. Il guaio è che mentre nel mondo politico si combatteva questa nobile tenzone, l’economia— o se preferite la crisi — decideva per conto suo. Mentre le istanze di liberalizzazione e di apertura dovevano servire a far crescere il mercato e ad aumentare i soggetti in campo, la recessione ha segnalato quello che potremo definire con terminologia industrialista «un eccesso di capacità produttiva», ovvero un’offerta sovrabbondante e non competitiva. È da qui che bisognerà giocoforza ripartire ed è una sfida per gli uni e per gli altri, per i liberisti e per i conservatori.


Dario Di Vico - ddivico@rcs.it


21 settembre 2009


 





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