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Stampa

Inpgi Comunicazione
n. 5/6/7/8 del 2009.

LA STORIA DELL’ISTITUTO.
PRIMO AGOSTO 1926:
BENITO MUSSOLINI
SI ISCRIVE ALL’INPGI

“I giornalisti italiani, oltre ad avere il migliore patto di lavoro in confronto di tutti i loro colleghi di ogni altra nazione, hanno saputo, con uno spirito di previdenza che li onora, dar vita a un proprio organismo che li assicuri contro la invalidità e la vecchiaia, che garantisca loro un premio in caso di morte e che provveda a lenire le conseguenze economiche della disoccupazione e delle malattie”. Se l’affermazione iniziale rimane probabilmente discutibile, oggi come allora, la seconda parte dell’incipit del lungo articolo del 1927 in cui l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani racconta se stesso è più vicina alla situazione odierna. Lo scritto fu pubblicato circa un anno e mezzo dopo la creazione dell’Inpgi, che nacque il 25 marzo 1926 con un Regio Decreto (il numero 838) che lo rese formalmente ente morale. Prima di allora erano state le “Casse pie di previdenza dei giornalisti”, sorte regionalmente attorno al 1870, a dare un primo abbozzo di mutualità volontaria alla categoria. Le “Casse pie” furono integrate al neo costituito Istituto il 31 dicembre 1928. Ma torniamo all’articolo dell’autunno del 1927, intitolato “Come è organizzato l’Istituto di Previdenza”, perché nello scorrerne notizie e numeri si possono incontrare delle


differenze significative e dei parallelismi curiosi.


Come quello relativo agli stipendi: “I


giornalisti – scrive nel pezzo Mario Baratelli,


Consigliere Delegato – vengono ritenuti in


genere come dei privilegiati che fruiscono di


alti stipendi. Ecco una tabellina che pone nel


nulla tal fama scroccata: Giornalisti con stipendi


inferiori alle 500 lire, 87; con stipendi


da 500 a 1000 lire, 257; con stipendi da 1000


a 1500 lire, 305; con stipendi da 1500 a 2000


lire, 188; con stipendi da 2000 a 2500 lire,


117; con stipendi da 2500 a 3000 lire, 54; con


stipendi superiori alle 3000 lire, 92.


“Come si vede – continua l’articolo – oltre


il 60 per cento dei giornalisti professionisti,


quelli che abbiano un regolare contratto di


lavoro per una prestazione d’opera continuativa


(evidentemente anche allora era d’obbligo


una specificazione in tal senso, ndr), ha stipendi


inferiori alle 1500 lire; non c’è quindi, ci


sembra, da muovere scandalo, come tuttavia


qualcuno fa, se il loro ‘Patto di Lavoro’ è concepito


con uno spirito di moderna larghezza; è


un po’ il correttivo di stipendi che non si possono


dir lauti”. Probabilmente gli stipendi non


saranno stati lautissimi, ma è ben certo che


Gilberto Mazzi canterà la sua celebre “Mille


lire al mese” parecchi anni più tardi, nel 1939.


In mezzo, non va dimenticato, la grande incombente


depressione del 1928.


Comunque, da questa e da altre notizie contenute


nell’articolo scopriamo che quell’anno


i giornalisti iscritti all’Inpgi sono esattamente


mille e cento. Tra di essi un nome che ha segnato


pesantemente la storia del paese: quello


di Benito Mussolini, che il primo agosto 1926


si iscrive all’Istituto (presieduto, per inciso, dal


fratello Arnaldo). Dalla sua scheda autografa


si legge che è sposato con Rachele Guidi e che


ha tre figli: Edda, di 16 anni, Vittorio di dieci


e Bruno di sette. Non va dimenticato che l’ambiente


giornalistico fu il vero trampolino di


lancio del futuro duce: espulso dalla direzione


del quotidiano socialista “l’Avanti” per le sue


posizioni interventiste e per l’acceso nazionalismo


di cui si era fatto portavoce, Mussolini


si era affermato politicamente fondando “Il


Popolo d’Italia”, grazie ai soldi donatigli da


quella che potrebbe essere stata la sua prima


moglie, Ida Dalser, in seguito ripudiata e rinchiusa


in manicomio (come racconta l’ultimo


film di Marco Bellocchio, “Vincere”) non prima


di avergli dato il suo primo figlio maschio,


Benito Albino, che farà la fine della madre. Se


si cita qui la vicenda è perché proprio Arnaldo


Mussolini, il presidente dell’Inpgi, si prenderà


a lungo cura del nipote prima di morire per


infarto nel 1931, a soli 46 anni, lasciando il


ragazzino al suo destino incerto.


Ma torniamo all’articolo, che non fa alcun


cenno all’esistenza di donne nella professione,


e che a un certo punto indaga puntualmente


l’età degli iscritti: “Contrariamente all’opinione


corrente che il giornalismo sia professione


di scapigliatura romantica e giovanile – scrive


ancora Baratelli – si trova che il più gran


numero di giornalisti ha superato i 30 anni,


età della maturità e della consapevolezza virile”.


Dei mille e cento iscritti, la media è sui 40


anni: “giornalisti dai 20 ai 25 anni: 79 – dai


25 ai 30: 148 – dai 30 ai 35: 190 – dai 35 ai


40: 202 – dai 40 ai 45: 187 – dai 45 ai 50: 130


– dai 50 ai 55: 92 – dai 55 ai 60: 49 – dai 60 ai


65: 21 – oltre i 65: 2. Il salto e l’eliminazione


dei più forti avvengono dopo i 45 anni; dopo i


50 permane nella professione solo una esigua


schiera. Fra di essa solo pochi nomi di grande


notorietà. Gli stipendi minimi si trovano fra i


più giovani ed i più anziani, il che, ai fini della


previdenza importa particolari difficoltà”.


Sebbene siano evidenti, nella stampa del


tempo, le indicazioni fornite dal regime, sembra


quasi più facile “addomesticare” la stampa


ai voleri del fascismo che non indurre gli editori


a versare i contributi: “è stato necessario


far persuase le Amministrazioni dei giornali


– si legge ancora dall’articolo – del dovere e


dell’obbligo di versare regolarmente i contributi


previsti dal Patto di Lavoro. [...] Ciò ha


richiesto molta pazienza e molta opera di persuasione,


in particolar modo per i giornali minori”.


Gli uffici di segreteria e amministrazione


funzionano “con due soli impiegati e con


due dattilografe – viene spiegato – e il lavoro


è al corrente giorno per giorno benché la sua


mole in questi primi dieci mesi di gestione sia


stata tutt’altro che indifferente”.


Altro parallelismo tra il presente e il passato


si può forse ritrovare in questo passaggio:


“la stretta regolarità dei versamenti delle quote


del 4 per cento risponde poi a motivi di indole


morale altrettanto importanti, e cioè: 1)


che gli editori attuino un loro preciso dovere


derivante dal Patto di lavoro; 2) che lo stesso


giornalista si abitui a considerare la questione


della sua previdenza come qualcosa che


gli costi sacrificio anche personale”. Verso la


fine, il pezzo rivela la consistenza patrimoniale


dell’Istituto, che ammonta “a 3.093.061 lire


e 53 centesimi, in confronto a 232 mila lire


che erano in cassa all’atto dell’insediamento


del primo Consiglio generale, ai primi di gennaio


di quest’anno. È lecito di prevedere che


il primo esercizio finanziario si chiuderà con


una attività intorno ai tre milioni e mezzo”.


Ricordando che il Duce “è salito al governo


dello Stato dalle nostre file”, l’appena nato Inpgi


– dopo avere illustrato se stesso – così chiudeva


per mezzo del suo consigliere delegato Mario


Baratelli l’articolo di quell’autunno del 1927:


“nel modesto ambito della loro attività, i dirigenti


dell’Istituto cercano di far divenire realtà,


dando loro il massimo della efficienza, i postulati sociali del regime fascista”. •





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