“I giornalisti italiani, oltre ad avere il migliore patto di lavoro in confronto di tutti i loro colleghi di ogni altra nazione, hanno saputo, con uno spirito di previdenza che li onora, dar vita a un proprio organismo che li assicuri contro la invalidità e la vecchiaia, che garantisca loro un premio in caso di morte e che provveda a lenire le conseguenze economiche della disoccupazione e delle malattie”. Se l’affermazione iniziale rimane probabilmente discutibile, oggi come allora, la seconda parte dell’incipit del lungo articolo del 1927 in cui l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani racconta se stesso è più vicina alla situazione odierna. Lo scritto fu pubblicato circa un anno e mezzo dopo la creazione dell’Inpgi, che nacque il 25 marzo 1926 con un Regio Decreto (il numero 838) che lo rese formalmente ente morale. Prima di allora erano state le “Casse pie di previdenza dei giornalisti”, sorte regionalmente attorno al 1870, a dare un primo abbozzo di mutualità volontaria alla categoria. Le “Casse pie” furono integrate al neo costituito Istituto il 31 dicembre 1928. Ma torniamo all’articolo dell’autunno del 1927, intitolato “Come è organizzato l’Istituto di Previdenza”, perché nello scorrerne notizie e numeri si possono incontrare delle
differenze significative e dei parallelismi curiosi.
Come quello relativo agli stipendi: “I
giornalisti – scrive nel pezzo Mario Baratelli,
Consigliere Delegato – vengono ritenuti in
genere come dei privilegiati che fruiscono di
alti stipendi. Ecco una tabellina che pone nel
nulla tal fama scroccata: Giornalisti con stipendi
inferiori alle 500 lire, 87; con stipendi
da 500 a 1000 lire, 257; con stipendi da 1000
a 1500 lire, 305; con stipendi da 1500 a 2000
lire, 188; con stipendi da 2000 a 2500 lire,
117; con stipendi da 2500 a 3000 lire, 54; con
stipendi superiori alle 3000 lire, 92.
“Come si vede – continua l’articolo – oltre
il 60 per cento dei giornalisti professionisti,
quelli che abbiano un regolare contratto di
lavoro per una prestazione d’opera continuativa
(evidentemente anche allora era d’obbligo
una specificazione in tal senso, ndr), ha stipendi
inferiori alle 1500 lire; non c’è quindi, ci
sembra, da muovere scandalo, come tuttavia
qualcuno fa, se il loro ‘Patto di Lavoro’ è concepito
con uno spirito di moderna larghezza; è
un po’ il correttivo di stipendi che non si possono
dir lauti”. Probabilmente gli stipendi non
saranno stati lautissimi, ma è ben certo che
Gilberto Mazzi canterà la sua celebre “Mille
lire al mese” parecchi anni più tardi, nel 1939.
In mezzo, non va dimenticato, la grande incombente
depressione del 1928.
Comunque, da questa e da altre notizie contenute
nell’articolo scopriamo che quell’anno
i giornalisti iscritti all’Inpgi sono esattamente
mille e cento. Tra di essi un nome che ha segnato
pesantemente la storia del paese: quello
di Benito Mussolini, che il primo agosto 1926
si iscrive all’Istituto (presieduto, per inciso, dal
fratello Arnaldo). Dalla sua scheda autografa
si legge che è sposato con Rachele Guidi e che
ha tre figli: Edda, di 16 anni, Vittorio di dieci
e Bruno di sette. Non va dimenticato che l’ambiente
giornalistico fu il vero trampolino di
lancio del futuro duce: espulso dalla direzione
del quotidiano socialista “l’Avanti” per le sue
posizioni interventiste e per l’acceso nazionalismo
di cui si era fatto portavoce, Mussolini
si era affermato politicamente fondando “Il
Popolo d’Italia”, grazie ai soldi donatigli da
quella che potrebbe essere stata la sua prima
moglie, Ida Dalser, in seguito ripudiata e rinchiusa
in manicomio (come racconta l’ultimo
film di Marco Bellocchio, “Vincere”) non prima
di avergli dato il suo primo figlio maschio,
Benito Albino, che farà la fine della madre. Se
si cita qui la vicenda è perché proprio Arnaldo
Mussolini, il presidente dell’Inpgi, si prenderà
a lungo cura del nipote prima di morire per
infarto nel 1931, a soli 46 anni, lasciando il
ragazzino al suo destino incerto.
Ma torniamo all’articolo, che non fa alcun
cenno all’esistenza di donne nella professione,
e che a un certo punto indaga puntualmente
l’età degli iscritti: “Contrariamente all’opinione
corrente che il giornalismo sia professione
di scapigliatura romantica e giovanile – scrive
ancora Baratelli – si trova che il più gran
numero di giornalisti ha superato i 30 anni,
età della maturità e della consapevolezza virile”.
Dei mille e cento iscritti, la media è sui 40
anni: “giornalisti dai 20 ai 25 anni: 79 – dai
25 ai 30: 148 – dai 30 ai 35: 190 – dai 35 ai
40: 202 – dai 40 ai 45: 187 – dai 45 ai 50: 130
– dai 50 ai 55: 92 – dai 55 ai 60: 49 – dai 60 ai
65: 21 – oltre i 65: 2. Il salto e l’eliminazione
dei più forti avvengono dopo i 45 anni; dopo i
50 permane nella professione solo una esigua
schiera. Fra di essa solo pochi nomi di grande
notorietà. Gli stipendi minimi si trovano fra i
più giovani ed i più anziani, il che, ai fini della
previdenza importa particolari difficoltà”.
Sebbene siano evidenti, nella stampa del
tempo, le indicazioni fornite dal regime, sembra
quasi più facile “addomesticare” la stampa
ai voleri del fascismo che non indurre gli editori
a versare i contributi: “è stato necessario
far persuase le Amministrazioni dei giornali
– si legge ancora dall’articolo – del dovere e
dell’obbligo di versare regolarmente i contributi
previsti dal Patto di Lavoro. [...] Ciò ha
richiesto molta pazienza e molta opera di persuasione,
in particolar modo per i giornali minori”.
Gli uffici di segreteria e amministrazione
funzionano “con due soli impiegati e con
due dattilografe – viene spiegato – e il lavoro
è al corrente giorno per giorno benché la sua
mole in questi primi dieci mesi di gestione sia
stata tutt’altro che indifferente”.
Altro parallelismo tra il presente e il passato
si può forse ritrovare in questo passaggio:
“la stretta regolarità dei versamenti delle quote
del 4 per cento risponde poi a motivi di indole
morale altrettanto importanti, e cioè: 1)
che gli editori attuino un loro preciso dovere
derivante dal Patto di lavoro; 2) che lo stesso
giornalista si abitui a considerare la questione
della sua previdenza come qualcosa che
gli costi sacrificio anche personale”. Verso la
fine, il pezzo rivela la consistenza patrimoniale
dell’Istituto, che ammonta “a 3.093.061 lire
e 53 centesimi, in confronto a 232 mila lire
che erano in cassa all’atto dell’insediamento
del primo Consiglio generale, ai primi di gennaio
di quest’anno. È lecito di prevedere che
il primo esercizio finanziario si chiuderà con
una attività intorno ai tre milioni e mezzo”.
Ricordando che il Duce “è salito al governo
dello Stato dalle nostre file”, l’appena nato Inpgi
– dopo avere illustrato se stesso – così chiudeva
per mezzo del suo consigliere delegato Mario
Baratelli l’articolo di quell’autunno del 1927:
“nel modesto ambito della loro attività, i dirigenti
dell’Istituto cercano di far divenire realtà,
dando loro il massimo della efficienza, i postulati sociali del regime fascista”. •