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"Il Domenicale" (n. 30/2009).
Clamoroso caso di
pogrom sindacale.
A chi non van giù
i giornalisti israeliani?

….….Ma se ormai la Ifj è ridotta al rango di una copia occidentale, sul piano dei rapporti interni, nello stile burocratico di lavoro, e nella visione del mondo di quella che fu la vecchia organizzazione filosovietica dei giornalisti, che aveva sede a Praga, tanto vale abbandonarla al proprio destino.

(IN CODA: Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono quasi duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge a Franco Siddi e Roberto Natale, chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile").

di ANDREA MORIGI

Non sono soltanto gli 800 giornalisti israeliani, espulsi il 7 giugno 2009 dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), a non ritenersi più parte dell’organismo che pretende di rappresentare 600.000 giornalisti in 123 Stati. Lo sono tutti coloro che giudicano la decisione una sconfitta per la ragione e per la vocazione stessa del sindacato. E una penosa ipocrisia la giustificazione fornita a posteriori dall’Ifj, che cita soltanto ragioni di natura economica, quali il mancato pagamento delle quote associative, sin dal 2004, da parte della National Federation of Israel Journalists.


È chiaro a tutti che il casus belli è un altro. Lo ha sottolineato il presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, Giovanni Negri, facendo venire alla luce che si tratta invece «del disagio e del dissenso dei giornalisti israeliani sulla “linea politica” dell’Ifj». Da qui l’utilizzo di un «escamotage per uscire da un’organizzazione della quale non condividono le idee».


Poiché la questione ha avuto scarsa eco sulla stampa – con l’eccezione di Giulio Meotti che l’ha resa nota sul Foglio, di Pierluigi Battista che ha commentato sul Corriere della Sera, e di Dimitri Buffa sull’Opinione – vale la pena ricordare che la vicenda trae le proprie origini da un’ostilità di Aidan White, da oltre vent’anni segretario generale dell’Ifj, e del suo presidente Jim Boumelha, verso la politica israeliana. Da loro, non è mai giunta una condanna verso le tv palestinesi che seminano l’odio contro Israele, l’antisemitismo e la propaganda a favore del terrorismo e del martirio suicida. Negli ultimi anni si è assistito soltanto a prese di posizione, sulla stessa linea di quelle adottate dal sindacato dei giornalisti britannici, la Nfij, contro i bombardamenti dell’emittente di Hezbollah, Al-Manar Tv, e di Al-Aqsa Tv, organo ufficiale di Hamas. Nonostante le spiegazioni dell’Ifj, che enumera tutti i propri inutili sforzi per arrivare a un accordo con la Nfij, molte proposte del sindacato israeliano, tra le quali l’istituzione di un “circolo della stampa” in cui giornalisti palestinesi e israeliani potessero lavorare insieme, non sono state accettate.


Rimane comunque senza risposta la richiesta di chiarimenti al presidente del Consiglio nazionale della Federazione nazionale della stampa italiana, Roberto Natale, al quale mi sono rivolto domenica 12 luglio per sapere se si tratti di una deriva antisemita oppure  di un'adesione alle posizioni politiche di Hamas, movimento inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. In entrambi i casi, gli scrivevo, «sarei costretto a dimettermi immediatamente dal Consiglio Nazionale della Fnsi», di cui faccio parte dal novembre 2007. Come terza ipotesi, dato il contributo, con il suo voto favorevole, del rappresentante della Fnsi presso l’Ifj, Paolo Serventi Longhi, l’adesione italiana potrebbe esprimere soltanto una posizione personale.


Serventi Longhi replica a Battista che «non vi è quindi alcuna motivazione politica né tanto meno una persecuzione “antisemita”» e «non c’è nessuna discriminazione da parte della Ifj, dunque, anche perché in caso contrario il sottoscritto e, credo di poter dire, la stessa Fnsi non avrebbero ragioni per farne parte». Nemmeno i circoli antagonisti che promuovono il boicottaggio nei confronti dei prodotti israeliani amano essere definiti antisemiti. Nemmeno monsignor Richard Williamson, il vescovo lefebvriano che nega l’esistenza delle camere a gas, si dice «interessato alla parola “antisemitismo”». Eppure non è meno persecutorio mascherarsi dietro il pretesto amministrativo. Anzi, commenta la componente sindacale di minoranza Punto e a Capo, di cui fanno parte Pierluigi Franz, Silvana Mazzocchi e Cinzia Romano, chiedendo di annullare l’espulsione e di revocare il rappresentante italiano presso la Ifj, «è evidente e lampante che nel sindacato internazionale la democrazia e la libertà dell’informazione sono evidentemente considerate battaglie non universali e valide a tutte le latitudini, ma da invocare solo a corrente alterna! Questa vicenda, che getta una grave ombra sulla Federazione internazionale e sulla Fnsi, dimostra quanto sia grave la crisi degli organismi di rappresentanza e come essi siamo espressione di posizioni ideologiche stereotipate e irrispettose del concetto stesso di democrazia».


Senza perciò poter escludere che i primi due quesiti posti a Natale possano avere fondamento, poiché questa è la tesi più accreditata anche presso il mondo ebraico, sembra chiarirsi meglio che almeno il segretario della Fnsi, Franco Siddi, contesta il pogrom sindacale. Non è certo una dichiarazione coraggiosa, quella in cui rende pubblico l’impegno della Federazione «a creare le condizioni per la revoca di questo provvedimento, per il superamento delle incomprensioni e per affermare le ragioni del dialogo e della piena partecipazione della rappresentanza israeliana». Afferma che «tra di noi non ci sono ragioni antiisraeliane e nessun sentimento di questo tipo può essere imputato a dirigenti passati e presenti della Fnsi». Ma ritiene che, se «legittimamente, i dirigenti del Sindacato dei giornalisti israeliani Nfij hanno ritenuto di contestare prese di posizione della Ifj, trasformando questi atti nel ritiro dell’adesione», altrettanto «legittimamente la Ifj, dopo tre anni di mancata sottoscrizione delle iscrizioni, applicando le sue disposizioni statutarie, ha preso atto di un’auto cancellazione di fatto». Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, anche se rivendica l’adesione della Fnsi alla Federazione internazionale dei giornalisti «con una sua linea di sostegno all’impegno dei giornalisti liberi, all’affermazione di legislazioni nazionali rispettose della libera stampa (condizione sempre riconosciuta in Israele), alla lotta contro le sopraffazioni e contro le violenze nei confronti del giornalismo», come se queste ultime non fossero a suo giudizio sufficientemente riconosciute in Israele. Poi, l’appello al volemose bbene, con cui Siddi conclude che «la democrazia di Israele, la libertà del popolo palestinese e i suoi diritti nazionali sono beni grandi e delicati, per i quali ci sono ancora troppe sofferenze e non vogliamo alimentarne altre per nessuna ragione. Il nostro lavoro sui terreni della comprensione, del dialogo, dell’amicizia è e resta permanente». Certo non gli sfugge che o si sta da una parte, quella delle democrazie, oppure dall’altra, a fare da cinghia di trasmissione con il fondamentalismo islamico. Del resto, il segretario della Fnsi quando la polemica è scoppiata, si trovava nell’ex campo di sterminio nazional-socialista di Dachau, dove ha reso omaggio alle vittime della Shoah, e ha in programma una giornata di lavoro e di studio con i colleghi degli organi di stampa delle comunità ebraiche.


Ma, siccome Siddi cita anche, di passaggio, le parole pronunciate recentemente in Israele dal Santo Padre e il suo invito ad alleggerire la tensione in Terrasanta e in Medio Oriente, gli va chiesto uno sforzo aggiuntivo di meditazione. Nella sua ultima enciclica Caritas in Veritate, Benedetto XVI, richiama le organizzazioni sindacali «all'urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale», ma non ad aderire alle organizzazioni che fomentano l’odio. E da questo pericolo si scampa, spiega il Papa, fondandosi sul «tradizionale insegnamento della Chiesa, che propone la distinzione di ruoli e funzioni tra sindacato e politica».


Altrimenti, occorrerebbe risalire alla storia del sindacato dei giornalisti ricordando, insieme al presidente emerito dell’Ordine dei Giornalisti lombardo, Franco Abruzzo, che «la Fnsi è quel sindacato che, nell’ottobre 1978, era indeciso se aderire all'organizzazione dei giornalisti liberi d'Occidente o se aderire alla analoga organizzazione con sede a Praga occupata e violentata dalle truppe sovietiche. Un precedente da non dimenticare». Fu Walter Tobagi, al Congresso della Stampa di Pescara, a difendere «le nostre libertà» e quelle «dell’Occidente democratico», nota Abruzzo. Poi Tobagi fu ucciso dalle Brigate Rosse. Ma se ormai la Ifj è ridotta al rango di una copia occidentale, sul piano dei rapporti interni, nello stile burocratico di lavoro, e nella visione del mondo di quella che fu la vecchia organizzazione filosovietica, che aveva sede a Praga, tanto vale abbandonarla al proprio destino.


 


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Giornalisti israeliani


espulsi dalla Ifj,


cresce la protesta.


 


Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono quasi duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario e presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile".


 


Roma, 24 luglio 2009. Non si placano le proteste per l'espulsione dei giornalisti israeliani dalla Ifj (International federation of journalists). Il gruppo "Non in mio nome", a cui aderiscono quasi duemila tra giornalisti e lettori, aperto lo scorso 14 luglio su Facebook per contestare il provvedimento, ufficialmente adottato (all'unanimità) per il mancato pagamento delle quote di adesione, si rivolge oggi a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario e presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) chiedendo "di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile". Nei giorni scorsi gli utenti di "Non in mio nome", fondato dall'inviato del Corriere della Sera Sergio Stimolo e che ha tra i suoi amministratori il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Pierluigi Battista, avevano principalmente preso di mira l'ex segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi, rappresentante italiano nel comitato esecutivo della Ifj, per aver votato a favore dell'espulsione dei giornalisti israeliani, motivando il suo consenso col fatto che "il mancato versamento dei contributi rappresenta un sostanziale ritiro dell'adesione". Sono sei le domande che "Non in mio nome" rivolge a Siddi e Natale, "dopo lo scandaloso e vergognoso voto - si legge su Facebook - con il quale i membri dell'esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni". Il voto di Serventi Longhi "è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?". In merito alle vicenda dei contributi non versati, "pensate anche voi, come Serventi Longhi - chiedono gli utenti di 'Non in mio nome' ai dirigenti della Fnsi -, che l'unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?". E ancora: "È utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi - quindi alla tasche di tutti gli iscritti - circa 100 mila euro l'anno?". Quindi, facendo riferimento a quanto accaduto nelle ultime settimane, viene chiesto se siano stati "mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo" e se sia mai "stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti". E come ultima domanda: "La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano 'la morte di tutti gli ebrei'?".


Oltre 1.500 aderenti a "Non in mio nome" chiedono quindi a Siddi e Natale "di promuovere, contemporaneamente, un'indagine sull'intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della Fnsi alle attività della Federazione Internazionale". Soprattutto perché, sottolineano, la Fnsi "funziona anche con i nostri soldi". Questi i primi firmatari del gruppo: Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D'Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro. (Velino)


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GIORNALISTI. DEL BOCA:


ISRAELIANI PRONTI


A TORNARE NELLA IFJ


Roma, 23 luglio 2009.  I giornalisti israeliani «sono disponibili a tornare nella Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) con gli stessi pieni diritti di tutti gli altri membri». In caso contrario «non escludono l'ipotesi di istituire una nuova Federazione internazionale che diventi il punto di riferimento per un dibattito che promuova l'etica e la professionalità». È quanto è emerso oggi dall'incontro tra il presidente dell'Ordine nazionale, Lorenzo Del Boca, e una delegazione di giornalisti israeliani. L'incontro, spiega una nota dell'Ordine, è avvenuto in seguito all'espulsione dell'Unione dei giornalisti israeliani dalla Ifj, «iniziativa che congiuntamente è stata condannata». «Durante la riunione - spiega ancora la nota - è stata espressa la reciproca volontà di migliorare i rapporti fra i colleghi al di qua e al di là del Mediterraneo. I problemi della categoria sono gli stessi in Italia e a Tel Aviv: è indispensabile uno sforzo comune per capirli, affrontarli, risolverli». La delegazione israeliana ha invitato Del Boca a partecipare al Congresso annuale dei colleghi che si terrà a novembre nella città di Eilat; il presidente dell'Ordine ha a sua volta invitato gli israeliani a partecipare al convegno che si svolgerà in primavera in Valle d'Aosta, sulla sfida che la professione deve affrontare nell'immediato futuro. Oltre a Del Boca, hanno partecipato all'incontro Ezio Ercole, vicepresidente dell'Ordine del Piemonte; Roberto Zalambani, componente del comitato esecutivo; Franco Po, responsabile dei rapporti internazionali con i giornalisti residenti all'estero; Arik Bachar, segretario generale dell'Israel Press Council; Avi Paz, presidente della Tel Aviv Journalists Association; Yossi Bar-Moha, direttore generale della Tel Aviv Journalists Association; Ahiya Genossar, presidente della Jerusalem Journalists Association Advocate; Haim Shibi della Jerusalem Journalists Association. (ANSA).


 





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