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Il Riformista (3/7/09): Perché con il Cavaliere noi giornalisti siamo in difetto
di Antonello Piroso
Questo venerdì dovrei rifilarvi la terza puntata del ritratto che nel 1989 dedicai a Silvio B. su richiesta del mensile "Per Lui" (edizioni Condé Nast). Ma urge una breve spiegazione di raccordo. Qualcuno mi ha domandat perché questa riproposizione? Perché negli anni ho sviluppato una qual vaga idiosincrasia verso i sepolcri imbiancati. Ovvero, nei confronti di quanti scoprono soltanto oggi - loro aggiungerebbero un inevitabile «con orrore» - l'uomo, l'imprenditore, il politico Berlusconi. E che continuano a cullarsi in un'illusione auto-consolatoria - quella che Walter Veltroni, plagiando un passaggio di un discorso di Barack Obama nella manifestazione al Circo Massimo (il suo testamento politico, verrebbe da dire, dato che - per sua stessa ammissione - sarebbe stato lì che i maggiorenti del Pd avrebbe deciso di affossare lui e la sua segreteria), ha riassunto nello slogan: «Il Paese è migliore della Destra che lo governa». Frase che meriterebbe un'analisi ad hoc, ma che per intanto possiamo dire fotografi un approccio culturale: il Cavaliere ha cambiato la testa degli italiani - con le sue televisioni, ça vans sans dire (mai qualcuno che ricordi che negli anni le reti prima Fininvest, poi Mediaset hanno dato ospitalità a personaggi naturaliter antiberlusconiani: lo sono rimasti dopo, ma lo erano addirittura prima di andare a lavorare per lui...). Italiani che - in questa crepuscolare visione che si può ritrovare anche nell'ultimo articolo scritto dalla "ragazza del secolo scorso" Rossana Rossanda per il Manifesto -prima dell'epifania dell'uomo diArcore evidentemente vivevano con innocenza in un Eden genuino e incontaminato («Mai - ha scritto Rossanda - per parafrasare Guicciardini, la gente italiana è stata così infelice e così cattiva»: addirittura!). Italiani dei quali l'uomo diArcore ha corrotto le coscienze e manipolato il saldo rapporto con la legge e l'etica pubblica. E se invece, molto più semplicemente, Berlusconi non fosse altro che lo specchio in cui gli italiani (almeno quelli che lo votano, ma che magari in passato hanno scelto, toh, perfino il Pci) si vedono riflessi al meglio? Sposare questo punto di partenza potrebbe forse consentire un approfondimento più aderente alla storia di questo ultimo periodo, se non altro per tener conto di un dato strutturale nel comportamento del corpo elettorale: negli ultimi 15 anni, a prescindere dai risultati finali che dipendono dai meccanismi elettorali, solo in una consultazione coloro che hanno votato centrosinistra sono stati più numerosi di quanti hanno optato per il centrodestra. Qualcosa vorrà pur dire. E dovrebbe valere come monito anche per i giornalisti: a non sposare la professione in modo militante, a non avere pregiudizi ideologici nei confronti della realtà, a raccontarla per quella che essa è e non per quella che si vorrebbe che fosse. Questo permetterebbe alla nostra talvolta sgangherata, approssimativa, presuntuosa, insigne categoria di non ritrovarsi in un cul de sac. Leggere per credere i sensati giudizi espressi dal presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti Lorenzo Del Boca uni paio di giorni fa a Catanzar «Se tutta la categoria dei giornalisti, ma proprio tutta, fosse nelle condizioni di ammettere e sottolineare inequivocabilmente i propri errori, sarebbe più forte nel difendere sé stessa. Quello attuale per i giornalisti è un periodo straordinariamente negativo perché l'opinione pubblica ci accredita di scarsissima credibilità. Il che consente ai vari poteri, a cominciare da quello politico, di immaginare una legislazione che chiude alcuni spazi di libertà e rende più complicato l'esercizio della cronaca. Se tutti i giornalisti, per esempio, dicessero che le immagini di Zappadu (il fotografo sardo che ha "monitorato" la vita di Berlusconi e dei suoi ospiti a Villa Certosa, ndr) non si potevano scattare perché violano la privacy, oggi avrebbero più argomenti da spendere per chiedere di tenere giù le mani dai giornalisti. Così come, e mi scuso per l'invasione di campo, se tutti i magistrati, ma proprio tutti, fossero in condizione di dire inequivocabilmente che a Potenza troppo si è speso e troppo si è intercettato per origliare le conversazioni di tutte le veline e le letterine del pianeta, con risultati giudiziari irrilevanti, potrebbero difendere più efficacemente il loro diritto-dovere di svolgere le loro indagini senza interferenze e senza limitazioni». Ottimo. Mi sto rendendo conto che mi sono mangiato lo spazio per le "voci" del terzo capitolo della Berlusconi story datata 1989, che a questo punto ritroverete venerdì prossimo. "Voci" che erano V come ville, U come Urss, S come spot, A come Agnes e Auditel, C come Craxi, D come Drive In, T come Telecinco, O come organizzazione del lavoro, N come no, F come Fininvest, M come Milan e Mondadori, I come idiozie, Z come zero. E, indovinate un po'?, idiozie venivano definite le chiacchiere su presunti flirt che Berlusconi avrebbe all'epoca intrecciato con alcune starlette. All'epoca, appunto. Puro gossip (forse). Proprio come oggi (forse). In attesa che il pruriginoso sexgate all'ombra dei trulli di Alberobello lasci il posto a un dibattito - serio e argomentato - su chi ha pagato tangenti (a chi e in cambio di cosa) nell'ambito della sanità pugliese.
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