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www.affaritaliani.it
del 17 aprile 2009
Romiti ad Affari:
"I pantaloni dei giornalisti
sono scesi ancora di più".

di Angelo Maria Perrino

Che meraviglia, ieri pomeriggio a Milano, nella sala Buzzati, alla presentazione dei diari di Indro Montanelli “I conti con me stesso” (Rizzoli), scritto nel 1957-1978. Che goduria, quale piacere dello spirito. Una pagina di storia. Del giornalismo e dell'Italia. Raccontata da protagonisti di quegli anni le cui vite si sono variamente incrociate e intersecate con quella del più grande giornalista italiano. In una sorta di Amici miei atto terzo, a parlare del morto (e dei vivi) con ironia e cinismo, come egli stesso avrebbe fatto. E giù aneddoti e ricordi, retroscena, battute, disvelamenti. Testimonianze  in diretta, in uno scoppiettio gradevolissimo di gossip raffinati e retroscena piccantissimi provenienti dalle stanze del potere che fu. Al centro le vicende del vecchio, grande Indro, "l'uomo che non riusciva a scrivere male neanche un necrologio".


A raccontarlo, commentando i suoi inediti epigrammi lapidari, tre persone che lo conoscevano bene: Paolo Mieli, il direttore del Corriere della Sera che lo riportò in via Solferino dopo la diaspora degli anni '70, affidandogli la pagina dei lettori, ma soprattutto mettendogli a disposizione la sua poltrona, d'accordo con l'altro testimonial della serata, Cesare Romiti ("Fu una proposta vera, seria, non tanto per... Facemmo delle riunioni, anche in Mediobanca... Ma Indro sentiva un obbligo morale verso molti giornalisti del Giornale che volevano seguirlo e preferì, per coerenza verso i suoi, lanciare la Voce e portarseli lì”). Un Romiti in forma smagliante, nonostante l'età avanzata: lucido, preciso, spiritoso, implacabile e impeccabile nei ricordi. E che ricordi: la storia dell'Italia politica ed economica e del costume è passata sulle sue scrivanie, in Fiat prima e alla guida di Rcs poi. E che finezza di pensiero Mario Cervi, il braccio destro di Montanelli, con il quale ha cofirmato molti dei 13 volumi della storia d'Italia.


Ne è venuta fuori una serata indimenticabile, che meritava di essere trasmessa in tv e portata nelle scuole. Peccato invece che chi doveva esserci non c'era. La sala, piena ma non strapiena, era affollata di milanesi anonimi. Niente autorità, niente establishment. Niente sindaco, niente assessori. Niente Assolombarda e Camera di Commercio. Niente Expo. No Bazoli, no Ligresti o Della Valle,Tronchetti o Rotelli, azionisti del Corriere. In sala solo sparute rappresentanze di quella borghesia del fare, da Prima della Scala, con i suoi Brambilla, i suoi banchieri e i suoi direttori di giornale, che stasera ha dato forfait. Non c'è neanche la Sotis o la Agnese per un pezzo di colore. E non c'è neanche copertura giornalistica, neanche un minuto sul Tg3 regionale (c'è solo l'Ansa, che prende due battute e detta il pezzo prima che cominci il formidabile siparietto, bucandolo). Forse perché si parla di Montanelli, che il Corriere non citò nei titoli di apertura, quando fu gambizzato dalle Brigate Rosse? O perché ci sono dei vecchi che parlano di cose vecchie avvertite come rococò (ma Severgnini come moderatore è brillante).


Non ci sono i nuovi leoni delle direzioni dei giornali, da Ferruccio De Bortoli (sconcertante l'assenza di uno come lui, nuovo direttore del Corriere e dunque padrone di casa, che non si perde queste occasioni di grande milanesità istituzionale) a Gianni Riotta, neo conduttore del Sole 24 Ore (Sferzante Romiti riguardo ai nuovi direttori, nella mia intervista video "Di Montanelli non ne nascono più", allegata). Ma non ci sono esponenti dell'editoria e della cultura. E neanche press agent e agenti librari. E anche i giornalisti tout court latitano (salvo Pigi Battista e il capocronista del Corriere Giancarlo Perego). Si aggira per la sala, in piedi e non nelle prime file, il notaio Piergaetano Marchetti, che intervisto. Si riconosce il vecchio politologo Giorgio Galli e il vetusto Lazzaroni, quello dei biscotti. Roba d'altri tempi, tra aneddoti e ricordi. Cose perlopiù inutili per far carriera oggi e stare nella scia del nuovo potere bancario e della società del tempo reale, tutto presente, niente passato e futuro. Ma cose deliziose, imperdibili, da raccontare. Tra le quali uno scoop che ci regala Cesare Romiti. Il quale spiega (e mi dettaglia davanti alle nostre telecamere) che "da informazioni in mio possesso" (che non riesco a fargli precisare) è in grado di affermare che Montanelli non è morto ateo. Una bomba per il mangiapreti di Fucecchio. Ma Romiti, l'uomo che ha guidato per decenni la più grande azienda privata italiana, ricorda tante gustosissime cose, compreso  l'incontro a casa sua tra Indro e Monsignor Ravasi ("Lo combinai io, si annusarono e scoprirono di essere uguali. E iniziarono a parlare per ore in una serata che per me rimane una delle più belle della mia vita").


O l'intervento finora sconosciuto della Fiat, in accordo con la Popolare di Novara ("vicina ai De Agostini") per salvare Il Giornale in difficoltà. O i duetti con Giovanni Spadolini direttore del Corriere, con una pagina di grande comicità del mitico Indro, letta dai Diari da un interprete d'eccezione, Paolo Mieli. Dove il segaligno toscanaccio racconta di una torrenziale telefonata di Spadolini, arrivata nel momento in cui egli aveva preso da poco un purgante e doveva correre in bagno. Ma Spadolini non mollava. E Indro le provava tutte, perfino a chiudersi il sedere con le mani. Finché fece cadere la linea e corse in bagno a liberarsi. E quando Spadolini richiamò, il problema corporale era risolto; e insieme imprecarono contro la Sip. Imperdibile, leggete il resoconto allegato e guardate il nostro video. Roba da annali.


In: http://www.affaritaliani.it/mediatech/romiti_affari_montanelli170409_pg_2.html


 


 


Romiti: Indro in punto di mort si convertì


“Negli ultimi giorni della sua vita ha avuto una profonda riflessione, di cui ho testimonianza. Ho notizie provenienti da fonti molto attendibili. Per questo è morto sereno”. Non ha dubbi, Cesare Romiti, sulla conversione di Indro Montanelli avvenuta negli ultimi tempi della sua vita. Intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it a margine della presentazione de I Conti con me stesso, avvenuta nella sede della Fondazione del Corriere, a Milano, il manager conferma quanto detto sul palco: “Quando ormai sentiva che la fine stava per arrivare, anche lui si è fatto delle domande che forse non si era posto nella prima parte della sua vita. Ricordo l’episodio con grande commozione. Lui era un uomo che non aveva mai creduto in niente, o almeno che così diceva. Per le notizie che ho, molto attendibili, ha fatto delle considerazioni che lo hanno fatto morire, se non contento, certamente sereno”.


Nel corso di questa videointervista, Romiti ha affermato che “i direttori oggi sono meno liberi” e che "i pantaloni dei giornalisti sono scesi ancora di più".


In: http://www.affaritaliani.it/mediatech/montanelli_romiti_conversione_morte170409.html


 


 


 





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