E morto Giano Accame, il cordoglio della Fnsi
Roma, 16/04/09. Giano Accame, esponenete di grande rilievo della cultura di destra si è spento. Anche la Fnsi si associa al cordoglio del giornalista: “Anche la Fnsi si associa al cordoglio per la scomparsa di Giano Accame: intellettuale animatore culturale, giornalista che ha portato la sua passione civile nelle vicende italiane degli ultimi sessanta anni. Esponente di grande rilievo della cultura di destra, ha sempre voluto introdurre nella discussione pubblica punti di vista eterodossi. E questo suo gusto per le idee non conformiste, fuori dal coro, rimane un valore prezioso, per hiunque abbia a cuore una concezione non omologata dell’informazione e del confronto culturale”
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Fu direttore del Secolo d'Italia tra il 1988 e il 1991
Deceduto Giano Accame,
intellettuale della destra «eretica»
Il giornalista, storico e scrittore aveva 80 anni. Alemanno: «Un grande maestro della cultura destra»
ROMA - Il giornalista Giano Accame, 80 anni, è deceduto mercoledì a Roma, ma la notizia della morte è stata data solo oggi dal figlio Niccolò. Giano Accame era nato a Stoccarda il 30 luglio 1928. La camera ardente, allestita presso la sua casa-studio in Lungotevere dei Mellini 10, verrà aperta a partire dalle 15. I funerali si svolgeranno sabato.
GIORNALISTA - Accame oltre che giornalista fu storico e scrittore, figura di spicco tra gli intellettuali di destra del dopo guerra. Fu direttore del Secolo d'Italia tra il 1988 e il 1991. Attualmente era direttore della rivista online Passare al bosco. Si arruolò nella Repubblica sociale italiana il 25 aprile 1945, quando non aveva ancora 17 anni, e alla sera fu catturato dai partigiani a Brescia. Dirigente del Msi, ne uscì nel 1968 per divergenze sulla linea politica. Le sue posizioni, infatti, sono sempre state eccentriche all'interno della destra. «Sono stato balilla e avanguardista, ma non mi sentivo molto fascista fino all'8 settembre 1943, quando ho visto il tradimento, la gente che si rallegrava per la sconfitta», disse in un'intevista a Claudio Sabelli Fioretti, pubblicata su Sette, il magazine del Corriere della Sera, il 26 febbraio 2004.
ALEMANNO - «Quella di Giano Accame è veramente una scomparsa gravissima perchè per me è stato un maestro», ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «È stato un intellettuale di grandissimo spessore che ha attraversato tutta la storia del dopoguerra con posizioni sempre molto ricche e significative. È stato uno dei grandi maestri della cultura destra». (www.corriere.it del 16 aprile 2009)
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E' morto Giano Accame, intellettuale "eretico"
di Andrea Indini
"La politica deve usare argomenti accessibili al grande pubblico, quindi argomenti ormai banalizzati. Mentre il compito dell'intellettuale è quello di spingersi oltre, di dire delle novità; il compito più difficile, insomma. Ma la normalità non è la vera rivoluzione. La vera rivoluzione è il cambiamento"
Roma - Un pensatore "eretico", uno di quelli che amava andare controcorrente. Uno dei pilastri del pensiero della Destra nostrana, capace anche di tirare qualche duro colpo a chi, troppo spesso, si è sentito vate di questa area. Fu storico, intellettuale e giornalista. Fu apprezzato anche dalla sinistra. Ieri sera, all'età di ottant'anni, Giano Accame è morto a Roma: i funerali si svolgeranno sabato prossimo.
Un anarchico a Destra Quando Gianfranco Fini, allora segretario di Alleanza nazionale, aveva visitato Gerusalemme e si era scagliato contro la Repubblica Sociale di Salò definendola il "male assoluto", Accame fu uno dei più violenti a reagire. Scelse un convegno organizzato da Storace all’Hotel Hilton di Roma per dire - ancora una volta - quello che pensava, senza peli sulla lingua, senza guardarsi indietro. Lo aveva sempre fatto, sin dalle prime battaglie con Randolfo Pacciardi nell’effimero movimento di Nuova Repubblica, anticipatore durante gli anni Sessanta del dibattito sulla repubblica presidenziale. Rispetto a quando, giovanissimo, partì volontario repubblichino proprio l’ultimo giorno di guerra, negli ultimi anni aveva attenuato la sua militanza politica. Mai il suo ardore.
Libertà e discriminazione Uno scrittore di destra che ha dovuto conquistare la propria libertà "faticosamente e giorno per giorno, vincendo pregiudizi, difficoltà e tentativi di discriminazione". Così Accame parlava di sé qualche anno fa a un gruppo di studenti di un liceo classico di Napoli. E' stato sempre considerato un pensatore eretico, pronto a prendere posizioni controcorrente e a difenderle a spada tratta anche contro gli alleati di partito. A 16 anni si arruolò con i "giovani di Salò" nella marina militare della Repubblica sociale italiana e fu dirigente del Movimento Sociale italiano fino al ’68, quando decise di uscirne dopo la presa di posizione del partito contro la contestazione giovanile.
L'impegno nella cultura di Destra Nel ’65 fu tra i relatori al convegno sulla "guerra rivoluzionaria" che gettò le basi teoriche della strategia della tensione e redattore delle più importanti riviste della destra italiana, da Il Borghese a Il Fiorino fino al Secolo d’Italia, di cui fu per anni direttore. "L'espressione intelligenze scomode fu dedicata a scrittori, intellettuali e artisti di destra, ma più che di destra si tratta di persone che sono state una parte ineliminabile, importante, del pensiero del Novecento - spiegava Accame - non si potrebbe fare a meno, nella letteratura italiana, di Gabriele D'Annunzio, anche se a Fiume ha creato la ritualità del fascismo, i saluti, il discorso dal balcone. La filosofia italiana non potrebbe fare a meno del più grande filosofo accademico del Novecento, Giovanni Gentile. L'arte italiana non potrebbe fare a meno del futurismo, anche se Marinetti è stato fascista - concludeva - e così la cultura del mondo non potrebbe più rinunciare a Ezra Pound, che è stato il grande innovatore del modo di fare poesia in lingua inglese, o di Céline, che ha cambiato completamente, rinnovato, il modo di fare prosa narrativa, o di Carl Schmitt, che è stato il più grande politologo del secolo scorso".
La produzione letteraria "L'anticonformismo e l'opinione comune di solito sono in conflitto. L'anticonformista è proprio contro l'opinione comune. Però ci può essere una forma di anticonformismo del conformismo, nel senso che spesso gli intellettuali ostentano forme di disprezzo del senso comune. E allora aderire al senso comune rappresenta in qualche modo una forma di anticonformismo. Il coraggio di pensarla un po' come tutti, perché questo tipo di pensiero viene snobbato". Accame ha sempre lavorato - come scrive il suo collega di studi universitari Giorgio Galli - "per far uscire la destra dal lungo letargo". Aurore di diversi libri (tra i più conosciuti Socialismo tricolore, Il fascismo immenso e rosso, Ezra Pound economista. Contro l’usura, La destra sociale e Il potere del denaro svuota le democrazie), spese una vita intera per dimostrare che la nostra cultura non era affatto sotto lo scacco della doppia egemonia neo-marxista e azionista. (Il Giornale del 16 aprile 2009)
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Claudio Sabelli Fioretti intervista Giano Accame
(Sette, Corriere della Sera, 26 febbraio 2004)
Quando Gianfranco Fini, segretario di An, a Gerusalemme ha detto che la Repubblica Sociale di Salò era il Male Assoluto, Giano Accame, intellettuale «storico» della destra italiana, ex direttore del Secolo d’Italia, è stato uno dei più violenti a reagire. Al convegno organizzato da Storace all’Hotel Hilton di Roma ha detto che il grosso problema di Fini è l’intelligenza che gli manca. Accame, uno dei pochi esponenti della destra stimato dagli intellettuali della sinistra, è ormai un vecchio signore fuori dai giochi politici (fu anche braccio destro di Randolfo Pacciardi nell’effimero movimento di Nuova Repubblica). Dalla sua bella casa affacciata sul Tevere, manda articoli e saggi a quotidiani e riviste di area concedendosi ogni tanto a qualche comparsata televisiva. Rispetto ai tempi in cui, da eretico e da anarchico, combatteva la sua battaglia a destra (giovanissimo, partì volontario repubblichino proprio l’ultimo giorno di guerra) ha attenuato la sua militanza politica. Ma sulla svolta di Gerusalemme si infiamma. Mi dice: «Sei davanti al Male Assoluto».
Male Assoluto per un giorno solo.
«Solo il 25 aprile del 1945».
Agli sgoccioli.
«Ero un ragazzino obbediente. Avevo concordato con i miei di partire finita la seconda liceo, a giugno. Ma le cose precipitavano e preso dall’angoscia che la guerra finisse prima di potervi partecipare, partii, proprio il 25 aprile. Mio padre non si oppose. Anche lui era rimasto amareggiato per non essere arrivato a tempo a prendere parte alla prima guerra mondiale».
Che cosa hai fatto quel giorno?
«Ho tentato di andare da Brescia a Milano su una Topolino. Mi hanno arrestato subito».
Quanto è durata la prigionia?
«Una dozzina di giorni. Poi sono scappato».
Avventuroso.
«Mah, diciamo che durante un trasferimento, nella confusione, me ne sono andato. E nessuno mi è corso dietro».
Non è stata una grande esperienza di guerra.
«Ho sparato un caricatore, visto che tutti sparavano, non sapevo bene a chi».
Bravo a salire sul carro del perdente.
«Volevo partecipare al canto del cigno, alla fine eroica della Repubblica Sociale».
Eri fascista anche da ragazzino?
«Sono stato balilla e avanguardista, ma non mi sentivo molto fascista fino all’otto settembre, quando ho visto il tradimento, la gente che si rallegrava per la sconfitta».
La fine di una dittatura è un sollievo.
«Ma non si può gioire per la sconfitta. Noi avevamo sentito, sui banchi delle elementari, che il Duce ci aveva dato un impero, che dovevamo tornare, un po’ come gli antichi romani, ad essere importanti. Da ragazzini noi amavamo la guerra e aspettavamo il momento di dimostrare il nostro valore».
Fini non ti piace più.
«Un tempo dicevo di lui: “Fini non sa un cazzo ma lo dice benissimo”».
In fondo la destra ha fatto quello che aveva già fatto la sinistra.
«La destra dalla storia e dal passato trae vantaggi anche elettorali. Nel bagaglio dei ricordi le famiglie si tramandano rancori, dolori, orgogli, anche errori da riconoscere. Adesso che cosa è Fini? Un trovatello della storia».
Ha avuto la sua convenienza.
«È come dire: ho scaricato quella vecchia matta di mia madre, ma acchiappo altrove una mezza dozzina di vecchiette più ragionevoli. Il calcolo elettorale è ripugnante».
Anche la sinistra ha rinnegato i suoi padri.
«Non mi piace un’Italia che si rinnovi attraverso i rinnegamenti e una destra che incalza la sinistra vantandosi: noi abbiamo rinnegato più di voi. Rischiamo di diventare un popolo di rinnegati. Chi rinnega la Dc, chi Craxi. Indecente».
Chi è voltagabbana a sinistra?
«Quelli che erano iscritti al Pci ma dicono che non sono mai stati comunisti. Quelli alla Veltroni che fanno i congressi con gli slogan americani, I care, e fanno venire a cantare Sting, in un Paese dove la sinistra ha un patrimonio sconfinato di cantautori».
Dopo la guerra molti fascisti scomparvero e ricomparvero nelle fila della sinistra.
«Ricordo il mio maestro di quinta. Lo adoravo. Era ufficiale della milizia. Finì prigioniero negli Stati Uniti. Lo rincontrai antifascista e pieno di rancore contro chi lo aveva portato alla sconfitta. Voltagabbana erano anche tutti quegli intellettuali che pigliavano soldi dal ministero della Cultura Popolare e poi, nei quarantacinque giorni di Badoglio, si riciclarono velocemente. Venivano chiamati “i canguri giganti”. Col tempo però ho capito la dignità e le motivazioni del cambiare idea. Se ti ha affascinato un partito che nasce dalla vittoria ma ti porta alla sconfitta, hai diritto di voltargli le spalle e cercare altre soluzioni».
Un nome di voltagabbana?
«Qualcuno considera voltagabbana Dini. Ma lì c’è la presunzione del banchiere di essere al di sopra di qualunque posizione partitica».
La presunzione del banchiere?
«Nei momenti di crisi spesso ci si rivolge ai militari. In Italia ci si è rivolti ai banchieri. Sono tanti i banchieri chiamati in politica senza aver mai preso un voto. Rainer Masera, Piero Barucci, Paolo Baratta, Paolo Savona. Almeno Dini poi si è fatto eleggere. Ma Ciampi no. Questo è il vero voltagabbanesimo della sinistra: aver messo negli anni Novanta il Paese nelle mani dei banchieri che vediamo adesso, con il caso Parmalat, che razza di imbecilli sono».
Banche e comunismo.
«Un esempio di voltagabbana? Massimo D’Alema. Senza cambiare partito, ha cambiato concezione di vita. Pensa al servizio fotografico sulla sua barca. Lui che è arrogante di natura, spocchioso, primo della classe, con quelle foto voleva accreditarsi di fronte ai padroni, mostrarsi tranquillizzante, proprio come uno di loro».
Che cosa pensi dell’adulazione?
«È pericolosa e insidiosa. Pensa alle recenti lodi che hanno sommerso Fini. Un mio amico, Antonio Pantano, grande cultore di Ezra Pound, dice che ormai il suo nome va pronunciato alla francese, “Finì”, finito, seppellito dalle lodi degli avversari».
Alla festa di Forza Italia c’era adulazione?
«Come in tutte le grandi convention di vendita. Dove si premia chi ha ottenuto i maggiori profitti. Marketing».
E quando Berlusconi faceva quelle domande retoriche a cui tutti quanti dovevano rispondere sì o no?
«Era la parodia del discorso alle folle di Mussolini dal balcone di piazza Venezia».
Gli intellettuali di destra sono sempre stati poco organici rispetto al Msi. Cardini, Tarchi, Veneziani, Gianfranceschi, De Turris, Lanna, Guerri. Tutti eretici, tutti anarchici.
«Alcuni sono stati trattati male. Marco Tarchi, per esempio, divenne anarchico per offesa ricevuta. Vinse il congresso giovanile e Almirante fece segretario nazionale Fini che era arrivato quarto».
In compenso sono corteggiati dalla sinistra. Come Veneziani.
«È il più produttivo, dotato e scrive cose intelligenti. È il Prezzolini della nuova generazione».
Aveva ragione Donna Assunta Almirante quando diceva che Fini era un vassallo di Berlusconi?
«No. Una volta Fini era l’alleato imbarazzante nel Polo. Oggi imbarazzanti sono Berlusconi e Bossi mentre lui rappresenta la parte ragionevole e si sbraccia per farlo notare. Aver rovesciato questo pregiudizio è stato un grande successo. E anche il personale politico di An è di buon livello: Alemanno, Urso, Matteoli, Storace».
Una volta dicevi: dietro Fini ci sono dei miracolati, dei colonnelli che sembrano caporali, gente che non legge… Ti riferivi proprio a Storace, a La Russa, a Gasparri.
«Era un giudizio forse eccessivo».
Di Gasparri dicono che non legge nemmeno le leggi che scrive.
«Sì, i maligni dicono che la legge sulla tv gliel’ha consegnata l’ufficio legale di Berlusconi. Però Gasparri è un grande lavoratore, un culo di piombo. Mentre Fini è pigro, si stanca facilmente». Raccontami la tua giovinezza.
«Madre tedesca, padre ufficiale di marina. Infanzia a Monfalcone. Scuole quasi tutte alla Spezia. Poi Spalato».
Ricordi qualche amico?
«Il mio compagno di banco di Spalato, Enzo Bettiza. Ma lui non ricorda me. Mi ha rimosso. Si è costruito uno scenario alla Buddenbrock, con la sua straordinaria famiglia circondata da uno stuolo di servitori croati, bosniaci e serbi. In questo scenario io non ci sto e lui ha dimenticato anche quando lo andavo a trovare nella sua cameretta da ammalato».
Il tuo mito?
«La decima Mas».
Le canzoni?
«Vieni, c’è una strada nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu. E poi tutte le canzoni patriottiche. Tranne Vincere che portava jella».
La carriera politica?
«Ho fondato la sezione di Loano del Fronte degli Italiani, una formazione antecedente al Msi. Dopo un paio di mesi confluimmo nel Msi».
Poi la politica universitaria a Milano.
«Il Fuan. A Roma si chiamava Caravella, a Milano Carroccio. Erano tempi in cui destra e sinistra si parlavano. I comunisti ci invitavano ai loro convegni. A Roma Rauti parlava con Berlinguer. Io incontrai il figlio di Longo. Ricordo anche una bella ragazza, Lu Leone».
Poi arriva il ’68.
«Ruppi col Borghese proprio per questo. Eravamo contro il sistema ben prima del movimento studentesco. Molti dei nostri ragazzi si avvicinarono alla contestazione. Io capivo meglio questo fenomeno perché avevo aderito a Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi dove erano molto forti gli universitari di Primula Goliardica, Enzo Maria Dantini, Franco Papitto, Franco Oliva».
Con voi c’era anche Baget Bozzo.
«Sì. Disse che la Madonna lo aveva mandato da noi».
In Forza Italia l’ha mandato lo Spirito Santo.
«Don Gianni è un grande cappellano di corte portato ogni volta a sinceri e sconfinati entusiasmi».
Quando vennero fuori i documenti del «golpe bianco» di Sogno tu risultasti ministro della Pubblica Istruzione.
«Vanterie di una persona anziana che voleva stupire. Sogno era intelligente, simpatico, coraggioso. Ma era il birichino di mammà».
Il governo del golpe bianco esisteva o no?
«Secondo l’elenco di Sogno c’erano quelli informati del golpe, come Pacciardi e Brosio, che guarda caso erano tutti morti. Poi quelli ancora viventi che si supponeva avrebbero aderito, ma non ne sapevano niente, segnati con l’asterischetto».
Tu eri con l’asterischetto?
«Certo. Ma non mi dava fastidio essere indicato come golpista. Semmai mi seccò essere indicato come ministro della Pubblica Istruzione e non degli Interni».
Hai mai sognato un golpe?
«Una certa spinta poteva anche avvenire. Ma Pacciardi sosteneva sempre che non ci si può sedere sulle baionette. E quindi offriva a un’eventuale iniziativa militare una soluzione politica. Tipo De Gaulle, e non come Praga o il Cile».
Ne parlavate?
«Certo che ne parlavamo. Dovevamo in continuazione difenderci dalle accuse di golpismo. Il sistema partitocratico aveva paura di Pacciardi perché rompeva dal di dentro. Era stato il miglior ministro della Difesa e godeva di grande prestigio negli ambienti militari».
Avete mai pensato seriamente a un golpe?
«Siamo stati molto più impegnati a difenderci dalle accuse».
Diciamo 90 per cento a difendervi e 10 per cento a pensarci?
«Odio i velleitarismi. Uno le cose le fa oppure non se ne vanta».
Ma voi ci pensavate?
«Non l’abbiamo fatto».
Sei un’anguilla. Non l’avete fatto solo perché non eravate in grado? Oppure eravate contrari?
«Eravamo contrari ad essere accusati per queste cose».
Insomma non mi vuoi rispondere.
«No».
Tu vieni definito terzomondista, anticapitalista, antiamericano. Dovresti iscriverti a Rifondazione Comunista.
«Sono solo venature».
Sei antiamericano?
«No. Ma mi dispiace che ci abbiano battuti. E che adesso pretendano di rifare l’impero romano. Trovo Bush persino fisicamente ridicolo. Quando si muove sembra un cow boy uscito da Mezzogiorno di fuoco. Il fatto che piaccia agli americani mi fa temere per le sorti del genere umano».
Da qualche settimana facciamo il gioco del governo trasversale. Chi prenderesti di sinistra?
«Gianni Borgna, assessore alla cultura qui a Roma. Lo farei ministro della Pubblica Istruzione. Fausto Bertinotti anche se è così retrò nel suo antifascismo. È un soldatino che combatte ancora battaglie vinte sessant’anni fa e fa di tutto per piacere alle signore. Ministro del Lavoro».
Come dare benzina a un pompiere.
«Quando vanno al governo si moderano, diventano responsabili. Giampiero Mughini, ministro dello Sport. È juventino fazioso, ma in fondo è buono. Massimo Cacciari. È stato il primo a sinistra a parlare bene di me. Pochi in Italia conoscono come lui la cultura tedesca di destra. Ministro dei rapporti con l’Europa. E alla Difesa Marco Minniti, che mi ha confessato la sua emozione perché da sottosegretario all’Aeronautica usava l’ufficio di Italo Balbo».
Il saluto romano, chiamarsi camerata, la camicia nera, il pellegrinaggio a Predappio. Come sei messo con queste cose?
«La fedeltà è come la verginità. A vent’anni può avere un sapore. Sessant’anni dopo un po’ meno. Le testimonianze di fedeltà si esauriscono coi ricambi di generazione. Ma il fascismo è stato un periodo di una creatività tale che ti fa anche sopportare il ridicolo di alcuni riti».
Vi chiamate ancora camerata fra voi?
«Qualche volta».
La camicia nera ce l’hai?
«L’ho comprata tre anni fa».
Perché?
«Tutti hanno una camicia nera».
Il saluto romano?
«Ai tempi l’ho fatto. Ora non più».
Sei andato a Predappio?
«Molti anni fa. Ecco, se dovessi tornare a Predappio farei il saluto romano».
Con la camicia nera?
«No. Per pudore».
Facciamo il gioco della torre. Vespa o Costanzo?
«Butto Vespa. Se uno cerca l’immagine del cortigiano di regime, eccolo, è lui. Un vero adulatore. Di chiunque conti. È uno che sa misurare chi sale e chi scende».
Bossi o Fini?
«Bossi, che voleva usare la bandiera come carta igienica».
Gasparri o La Russa?
«Gasparri è talmente antipatico che per buttarlo giù c’è la fila. Allora butto La Russa».
Perché?
«Per il suo accanimento contro la grazia a Sofri e contro l’indulto. Chi ha fatto parte di una destra perseguitata dovrebbe aver maturato maggior comprensione per i vinti, per chi sta in prigione».
Fassino o D’Alema?
«Fassino mi sembra un po’ troppo cortigiano verso la Fiat e i poteri forti».
Feltri o Belpietro?
«Feltri carica troppo le dosi in un periodo di passioni spente. Crede di essere ancora al 18 aprile del 1948».
Mussolini o Santanché?
«Butto subito la Santanché».
Fascismo salottiero?
«Solo sguaiato esibizionismo mondano. Di questo passo La Russa candiderà per An anche Marta Marzotto».
Se uno non ti conoscesse e ti sentisse solo parlare, capirebbe che sei di destra?
«Una sera ero a cena da Mughini. C’erano Paolo Mieli, Fiamma Nierenstein, Andrea Marcenaro e sua moglie Franca Fossati. La Fossati commentò con il marito: “Bravo quel compagno!” Sembra a volte che gli estremi si tocchino».
Come voterai alle prossime elezioni?
«Quando ho votato (non sempre) ho votato per i camerati. Ma Fini il mio voto se lo sogna».
Fonte:
http://www.melba.it/csf/articolo.asp?articolo=4
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Giano Accame
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Giano Accame (Stoccarda, 30 luglio 1928 – Roma, 15 aprile 2009) è stato un giornalista e scrittore italiano.
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1 Biografia
2 Intellettuale scomodo
3 Citazioni
4 Bibliografia
5 Note
Biografia [modifica]
Nato in Germania, ma originario e cresciuto a Loano, il 25 aprile 1945 si arruolò nella marina militare della Repubblica sociale italiana, venendo arrestato la sera stessa. Fino al 1968 fu dirigente del Movimento sociale italiano, uscendone dopo la presa di posizione del partito contro la contestazione giovanile.
Nel 1965 fu relatore al convegno dell'Hotel Parco dei Principi sulla guerra rivoluzionaria.
È stato inviato speciale di vari quotidiani, stretto collaboratore di Randolfo Pacciardi nell'effimera esperienza dell'Unione Democratica per la Nuova Repubblica, anticipatrice, durante gli anni Sessanta, del dibattito sulla repubblica presidenziale.
Nella sua carriera è stato redattore de Il Borghese, Il Fiorino, L'Italia settimanale, collaboratore di numerose riviste tra le quali Il Sabato, Lo Stato, Pagine Libere, Letteratura - Tradizione, La Meta Sociale, Area .
Fu ricercatore per gli Annali dell'economia italiana (IPSOA) di Epicarmo Corbino e Gaetano Rasi. Tra il 1988 e il 1991 ricoprì l'incarico di direttore del Secolo d'Italia e collaborò con diversi quotidiani come Il Tempo, Lo Specchio, Vita. Ha diretto la rivista on line http://www.passarealbosco.it/ fino al giorno della sua morte.
Intellettuale scomodo [modifica]
Giano Accame è considerato, insieme a Piero Buscaroli, Fausto Gianfranceschi, Franco Cardini, Alfredo Cattabiani, Mario Polia, Gianfranco de Turris e Marcello Veneziani, uno degli intellettuali storici della Destra italiana.
Un pensatore "eretico" considerata la sua appartenza politica, per le posizioni controcorrente.
Basti pensare alle critiche avanzate alla politica di Gianfranco Fini. Stimato anche dalla sinistra [1].
Avvicinò la scienza economica di Ezra Pound stimolato da Antonio Pantano, presidente dell'Istituto di studi poundiani, che curò numerose manifestazioni del centenario della nascita del Poeta (vedi più sotto "saggi pubblicati in opere collettive"). Criteri poundiani che furono riproposti in manifestazioni e convegni cui anche Giano Accame partecipò con Antonio Pantano, e confluirono poi nella didattica della scuola "eretica", per laureati, di "Valori giuridici e monetari" diretta dal leggendario Maestro di diritto Giacinto Auriti all'università statale di Teramo, cui Accame collaborò per un anno nel 1997 nella sede di Atri. Scuola che ebbe risonanza mondiale, e fu anche "visitata" ed apprezzata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger e, tra i molti, da Beppe Grillo, che da essa attinse elementi basilari per le sue polemiche civili.
Citazioni [modifica]
«La politica deve usare argomenti accessibili al grande pubblico, quindi argomenti ormai banalizzati. Mentre il compito dell'intellettuale è quello di spingersi oltre, di dire delle novità; il compito più difficile, insomma. Ma la normalità non è la vera rivoluzione. La vera rivoluzione è il cambiamento »[2];
«Sono uno scrittore di destra che ha dovuto conquistare la propria libertà faticosamente e giorno per giorno, vincendo pregiudizi, difficoltà e tentativi di discriminazione» [3]
Bibliografia [modifica]
Socialismo tricolore, Editoriale Nuova, Milano1983
Il fascismo immenso e rosso, Edizioni Settimo Sigillo, Roma1990
Ezra Pound economista. Contro l'usura, Edizioni Settimo Sigillo, Roma1995
La destra sociale, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1996
Il potere del denaro svuota le democrazie, Edizioni Settimo Sigillo, Roma1998
Una storia della Repubblica. Dalla fine della monarchia a oggi, Rizzoli, Milano 2000
Dove va la destra? - Dove va la sinistra?, interviste a Giano Accame e Costanzo Preve, a cura di Stefano Bonisegni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004.
Saggi pubblicati in opere collettive (scelta):
"EZRA POUND 1985 - L'economia ortologica", Giano Accame, Franz Maria D'Asaro, Gianfranco De Turris, Francesco Grisi, Antonio Pantano,A.P.E, Roma 1985.
I figli del sole e la cultura del dopoguerra, in Marco Iacona, Il maestro della tradizione, Controcorrente, Napoli, 2008.
Volumi curati (scelta):
- Giano Accame (a cura di), Roberto Michels, Homo Oeconomicus, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2001.
- Giano Accame ( a cura di), Filippo Carli, L'idea partecipativa, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2003
- Giano Accame e Carlo Gambescia ( cura di), Giuseppe Mazzini, Interessi e Principii, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005
Su Giano Accame:
Speciale Giano Accame (a cura di Luca Gallesi), "Letteratura - Tradizione" n. 42 (2008). Raccolta di scritti in onore di Giano Accame per i suoi ottant'anni. Contributi di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/07/lo-scaffale-delle-riviste-letteratura.html
GIORNALISTI: L'ULTIMO SALUTO A GIANO ACCAME A S. MARIA DELLA CONSOLAZIONE A ROMA. NUMEROSI GLI INTELLETTUALI, I POLITICI E I GIORNALISTI PRESENTI AL FUNERALE
Roma, 18 aprile 2009. Si sono svolti nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, dietro il Campidoglio, i funerali del giornalista e scrittore Giano Accame, scomparso mercoledì sera. Alla cerimonia, officiata da padre Alberto Beltrando, hanno partecipato il sindaco di Roma Gianni Alemanno e numerosi fra parlamentari , giornalisti e amici dell'intellettuale simbolo della destra del dopoguerra, che si sono stretti attorno ai figli Nicolò, Barbara, Zizzi e alla vedova Rita Delcroix.
Al termine della funzione religiosa, dove erano ben visibili le corone di fiori inviate dal presidente della Camera Gianfranco Fini e del sindaco della capitale, proprio il primo cittadino Gianni Alemanno ha preso la parola ricordando la capacità di Giano Accame di «individuare percorsi e prospettive nuove per quella generazione di destra che negli anni '80 lui invitava a uscire dalla logica puramente comunitaria forse priva di contatti con la nazione». Alemanno ha ricordato il suo primo incontro con Accame, nel marzo 1981 in occasione di un convegno della Nuova destra aggiungendo che rimase in quell'occasione impressionato «da un intervento in cui c'erano tutti gli impegni e le sfide che attendevano la destra da lì ai successivi 30 anni». Il primo cittadino, con la fascia tricolore, ha ripercorso passaggi di quell'intervento e ha sottolineato quanto spesso l'economista Giano Accame amasse citare una famosa poesia di Ezra Pound, contro l'usura, un tema, ha detto Alemanno, «così attuale in questi tempi di crisi». Alemanno ha sottolineato «l'amore di Giano per l'Italia, per la nazione, per l'uomo e il suo lavoro che vanno affrancati dallo sfruttamento». Il suo insegnamento, per il primo cittadino della capitale, «resta attuale e i suoi scritti andranno riletti, valorizzati e recuperati». E ha concluso in latino «ubi est mors victoria tua?», ossia «dov'è la tua vittoria, o morte?», affermando tra gli applausi: «Giano Accame ha vinto ancora una volta».
Innumerevoli le presenze del mondo politico e intellettuale nazionale e capitolino. Si ricoscevano tra gli altri il ministro Giorgia Meloni il sottosegretario Adolfo Urso il leader e il presidente de La Destra Francesco Storace e Teodoro Buontempo, i parlamentari Silvano Moffa, Marco Marsilio, Fabio Rampelli, Roberta Angelilli, Domenico Gramazio, barbara saltamartini, marcello de angelis, andrea augello, Vincenzo Piso, Giuseppe Ciarrapico. Fra gli intellettuali e giornalisti che sono stati vicini a Giano Accame, o suoi estimatori, c'erano Gino Agnese, Guido Paglia, Marcello Veneziani, Giampiero Mughini, Bruno Socillo e l'Associazione dei giornalisti di destra 'Lettera 22'. Non hanno fatto mancare il loro ultimo saluto anche l'assessore alla Cultura Umberto Croppi e l'ex assessore alla Cultura, il democratico Gianni Borgna con il quale Giano Accame aveva collaborato alla realizzazione di diverse manifestazioni culturali a Roma. All'uscita del feretro, salutato da un picchetto di camerati che hanno scandito il nome di Giano esclamando «presente», con diversi saluti romani, un lungo applauso ha reso l'estremo omaggio al feretro che, orlato della bandiera della Rsi, mentre attorno risuonavano le note dell'Inno di Mameli, sul carro funebre ha preso la strada di Loano, in provincia di Savona, dove Giano Accame sarà tumulato. (Adnkronos)