Quattrocentomila copie di giornale che nessuno compra più, volate via dalle edicole in un solo anno. La pubblicità crollata del 25%. Sono dati della Fieg, la Federazione degli editori, e della Fcp, la Federazione delle concessionarie di pubblicità, che i conti li fanno alla virgola, giornale per giornale: le 58 testate prese in esame dagli editori, che tutte insieme nel gennaio del 2008 avevano finalmente superato quota cinque milioni di copie (5.001.118, per la precisione, un traguardo) un anno dopo sono precipitate a 4.685.992 giornali venduti. Un dato dentro il quale c'è il Corriere della Sera, la Repubblica, Libero, il Giornale, l'Unità, Liberazione... Al loro interno la pubblicità nel frattempo è diminuita «solo» del 17%, ma il suo fatturato è crollato del 32%: significa che è stata, praticamente, svenduta. Prendi due, paghi uno. Del resto basta guardare le edicole: i supplementi dei quotidiani (nati come contenitori di pubblicità) si sono improvvisamente fatti sottili sottili.
La torta mal divisa. È la crisi che colpisce l’editoria. «Una stampa libera e indipendente non può coprire i suoi aumenti di costo se non con l’aumento dei ricavi da vendita e con quelli da pubblicità», ha sostenuto qualche giorno fa Carlo Malinconico, presidente Fieg, parlando proprio ai pubblicitari delle storture del mercato pubblicitario, mille volte denunciate, che in tempo di crisi si fanno più drammatiche. Quella “torta” divisa male, in cui la tv si taglia fette da gigante e ai giornali non restano che briciole (33,6%, persino due punti in meno del 2007). All’estero non è così, sono ancora i quotidiani i principali veicoli pubblicitari: nonostante la tv, nonostante Internet.
Le vendite che calano e i grandi inserzionisti che tagliano i budget, significa che i conti, nei giornali, non tornano più. Il gruppo Rcs - quotidiano e periodici - in questi giorni ha reso pubblici i suoi: 38,3 milioni di utile, rispetto ai 220,3 milioni dell’esercizio 2007. Al Corriere della Sera su 780mila copie stampate in un giorno (questa la tiratura media del 2008), ne sono tornate indietro 160mila invendute. È così per tutti. E allora si taglia. Il costo del lavoro, per cominciare, anche se i giornalisti hanno un contratto fermo senza rinnovo da 1483 giorni, vero record, e nel mezzo ci sono due rinnovi economici saltati, quasi tre. Si mandano via i “vecchi”, che significa la storia del giornale, l’esperienza, la continuità: vale per tutte le aziende, ma in una “fabbrica di notizie” la perdita di memoria si fa più grave. Lo hanno già fatto le grandi aziende, incentivando gli esodi, ma non è bastato.
Per il 2009 si annuncia un terremoto: «Alcune aziende hanno già aperto il confronto con le rappresentanze sindacali per affrontare crisi aziendali, parlo del Gazzettino di Venezia, dell’Arena di Verona, dell’Unità, ma sono solo i primi - dice Andrea Camporese, presidente dell’istituto di previdenza dei giornalisti (l’Inpgi) -. Si annuncia un biennio difficile. La preoccupazione, di fronte alla necessità di mettere in campo gli ammortizzatori sociali, è di garantire anche la sostenibilità futura del nostro sistema previdenziale: la preoccupazione, cioè, che non si restringa la platea dei giornalisti italiani».
Il governo nelle scorse settimane ha varato un fondo di 20 milioni di euro per i prepensionamenti dei giornalisti in aziende in stato di crisi. È la prima volta che questo avviene, finora - unica categoria in Italia - gli ammortizzatori sociali erano stati tutti a carico dell’Inpgi, ma il numero dei prepensionati era di poche unità all’anno. Con 20 milioni, invece, si possono mandare via 330 giornalisti in una volta sola. Non sembrino numeri esigui: stiamo parlando di una piccola categoria professionale, 18mila giornalisti attivi iscritti all’Inpgi, tra tv, radio, giornali, periodici, siti internet, uffici stampa. E molti di loro già espulsi dalle redazioni, collaboratori e non interni.
Grazie al Fondo possono essere considerati «in uscita» anche i giornalisti dei periodici, per i quali non era fin qui previsto l’ “ombrello” previdenziale: secondo i dati dell’Inpgi sarebbero circa 130 in possesso dei requisiti contributivi e anagrafici (58 anni). Significa soprattutto Rcs e Mondadori. Proprio l’azienda di famiglia del premier... E nessuno parli di conflitto di interessi.
22 marzo 2009
in: http://www.unita.it/news/83159/inserzionisti_in_fuga_tremano_i_giganti_dellinformazione
Il Sole 24 Ore
dell’1/4/2009
L'editoria americana
conta il quinto caduto
Sono ormai cinque i gruppi dell'editoria giornalistica precipitati in amministrazione controllata: ieri si è aggiunto il Sun-Times Media Group. Che ha dato vita a un altro record: a Chicago, città del presidente Barack Obama, entrambi i quotidiani sono in regime di protezione dai creditori. Prima del Chicago Sun-Times, infatti, aveva già dichiarato lo stato di crisi il Chicago Tribune, che controlla anche il Los Angels Times. Altri gruppi in amministrazione controllata sono il Minneapolis Star Tribune, il Philadelphia Newspapers e il Journal Register. I tempi sempre più duri per la stampa americana hanno provocato anche altre rivoluzioni: Hearst ha archiviato le pagine del Seattle Post-Intelligencer, mantenendo solo l'edizione online. E ha minacciato di sospendere la pubblicazione del San Francisco Chronicle se non riuscirà a tagliare i costi. Altri giornali ormai svaniti: il Rocky Mountain News della E.W. Scripps e il Tucson Citizen di Gannett. (M. Val.)
Il Sole 24 Ore
del 2 aprile 2009
Festival del giornalismo
TRA LA CARTA E IL WEB
Si dibatte sul futuro
dell'informazione
DI LUCA DE BIASE
Festival. Parola magica della politica territoriale, da Venezia a Genova, da Mantova a Trento, da Modena a Bergamo, da Faenza a Firenze e a Perugia. Impossibile citarli tutti. Ma quando riescono, con semplicità e passione, i festival connettono una città al mondo, generano attenzione, costruiscono empiricamente, festosamente un percorso culturale. Attraggono talenti, seppure temporaneamente, in un territorio che, se ci tiene, ne trattiene almeno un po' lo spirito e l'ispirazione.
Già. Per di più, l'eccellente Festival del Giornalismo, che si tiene proprio in questi giorni nel capoluogo umbro, non potrebbe capitare in un momento più adatto: mentre sui vari palchi della città si avvicendano giornalisti provenienti da molte parti del mondo per raccontare le storie che hanno scovato, le inchieste che hanno condotto, le difficoltà che hanno incontrato nel mestiere, la discussione sul futuro del giornalismo si sta facendo ogni giorno più accesa. Perché i problemi emersi nei business tradizionali degli editori di giornali sembrano trascendere la pur drammatica evoluzione della crisi congiunturale, per il fondato sospetto che si sommino a un cambiamento strutturale del sistema dell'informazione.
In questo senso il dibattito è stato caricato dalla vis critica dei non giornalisti che fanno informazione. Come il pionere dei blog Dave Winer e Mike Arrigton che, con il suo TechCrunch, ha sfondato il muro che in passato proteggeva la stampa tradizionale dalla concorrenza dei servizi d'informazione puramente internettiani: entrambi hanno dichiarato senza mezzi termini che i giornali di carta non hanno futuro. Le loro parole sono cadute in un periodo in cui molti i giornali di carta tagliano o chiudono, per resistere, come il Seattle Post-Intelligencer, solo online. Un guru del marketing come Seth Godin, ha cercato di spiegare che la scomparsa dei giornali avrebbe lasciato poche ma precise nostalgie: una buona informazione locale, giornalismo investigativo, copertura intelligente delle notizie nazionali. Per tutta risposta, Clay Shirky, autore di successo del mondo web, non ha perso tempo a spiegare che i giornali sono destinati a cambiare molto. Aggiungendo che nessuno sa come diventeranno sostenibili: ci saranno molti esperimenti e solo alcuni successi. Più costruttivo, Steven Berlin Johnson, autore di diversi saggi sull'impatto della tecnologia digitale, ha riproposto l'idea di ecosistema dell'informazione per dire che le mutazioni dei giornali avrebbero funzionato come nell'evoluzione darwininana, facendo emergere la funzione essenziale delle redazioni giornalistiche tradizionali come garanti della qualità. Insomma, un dibattito molto vivo tanto che Jay Rosen, professore di giornalismo alla Nyu, ne ha tratto spunto per un esperimento di "mindcasting", una sorta di chiamata a raccolta delle menti più sveglie sull'argomento per tenere traccia della conversazione, sulla base dell'assunto che soltanto via internet si poteva seguire un fatto così disperso nella rete.
La parola passa ora ai giornalisti. A Perugia, a partire da ieri e fino a domenica, sono riuniti molti relatori interessati a questo dibattito. Compreso Charlie Beckett, direttore di Polis, periodico specializzato sul rapporto tra giornali e società.
lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com