Roma, 2 aprile 2009. «Aprite un blog, andate per strada con una telecamera, diffondete i vostri video su YouTube e Facebook. È un passaggio necessario per chi oggi vuole fare giornalismo». Questo il consiglio che Tommaso Tessarolo, direttore di Current Italia, ha dato alla platea di giovani partecipanti al seminario «Fare il giornalista. Un altro modo è possibile», organizzato dall'Associazione Giornalisti Scuola di Perugia e moderato da Roberto Chinzari del Tg2. Un incontro che nasce dalla domanda che chi si affaccia oggi alla professione si pone: in un'epoca nella quale le vie tradizionali del giornalismo sono sempre più inaccessibili e i prodotti informativi condizionati da logiche di potere, quali canali sfruttare per poter svolgere la professione? È possibile fare informazione in modo serio e indipendente, senza farsi condizionare da interessi economici e/o politici? Interrogativi a cui hanno cercato di dare risposta i partecipanti al seminario, giornalisti e non solo, con alle spalle percorsi poco tradizionali. Quattro testimonianze per dimostrare che strade alternative e innovative esistono e molto spesso passano dalla Rete. Ne è un esempio Current, canale satellitare e portale web nato nel 2005 da un'idea di Al Gore, e da quasi un anno presente in Italia nella piattaforma di Sky. Un esempio di informazione libera, dove «il 30% del palinsesto è creato dagli spettatori e si cerca di rompere le tradizionali barriere di intermediazione», ha spiegato Tessarolo. Contributi che vengono pagati sia in termini di visibilità, sia in termini economici. Un esperimento che sta acquistando sempre maggior seguito, soprattutto sulla Rete, e che permette di affrontare argomenti spesso dimenticati dai media tradizionali.
Sempre nella rete si sviluppa il progetto di Stefano Valentino, ideatore e coordinatore di Freereporte.info, un portale che ha come obiettivo la creazione di una piattaforma condivisa per giornalisti freelance. Un modo per promuovere e dare visibilità al lavoro di chi non ha alle spalle una realtà redazionale, facendo dei freelance dei piccoli imprenditori di se stessi. «Questo potrebbe essere il futuro della professione. In un panorama di media in crisi, con pochi soldi da investire in inviati e corrispondenti, un'agenzia di freelance può creare un mercato incredibile», ha sottolineato Valentini. Sull'importanza per i freelance di sentirsi piccoli imprenditori ha posto l'accento anche Daniela Berretta, che dopo dieci anni come redattrice alla Cnn, ha deciso di abbandonare il desk e mettere sul mercato le proprie competenze come indipendente. «Un freelance ha la stessa dignità di un giornalista assunto in una redazione -ha detto- Ho scelto questa strada per poter fare davvero ciò che mi piace. La cosa importante è sempre comportarsi in modo professionale. Ciò che si vende è la propria credibilità». Il futuro è dunque freelance e in Rete? La strada è probabilmente questa, ma per averne certezza dovremo aspettare ancora qualche anno. Intanto «uno spazio pubblicitario in televisione vale dai 25mila ai 150mila euro -spiega Gabriele Immirzi, direttore della casa di produzione Wilder- Per arrivare su Internet a questi livelli ci vorranno anni, forse decenni». (Adnkronos)
FESTIVAL GIORNALISMO: DALLA CARTA AL WEB, QUALE FUTURO?
Perugina, 2 aprile 2009. Paolo Liguori, direttore del Tgcom, invita a non prendersi troppo sul serio, in questo periodo di transizione che il giornalismo sta attraversando verso l'informazione on line: se è discusso oggi, in due diversi dibattiti, nella seconda giornata del Festival internazionale del giornalismo, in corso a Perugia. Una transizione, ha detto Liguori, che è persino riduttivo definire in questo modo, e che «ci porterà sempre più avanti». La crisi del giornalismo tradizionale, secondo Marco Pratellesi, direttore del Corriere.it, è «nella logica del profitto che dagli anni '80 ha portato a eliminare il giornalismo per la strada. Con la conseguenza di giornali obsoleti, senza inchieste e servizi propri, con il 70-80% di notizie già viste su internet». Per Charlie Beckett, direttore di Polis London School of Economics, la soluzione è nel «passaggio dall'industria produttiva ad un'industria di servizi, e nella creazione di nuove alleanze con i cittadini. Tutti sono presenti in rete: o entriamo in rete o moriamo». Il problema, almeno negli Stati uniti, ha osservato Eric Ulken, che ha da poco lasciato il Los Angeles Times, è che le istituzioni che ci sono da sempre sono in crisi, ma il nuovo modello non le ha ancora del tutto sostituite. E Stephan Russ-Mohl, direttore dell'European Journalism Observatory, ha parlato di «triangolo delle Bermuda» per il giornalismo, con lettori che on line non pagano, pubblicità che preferisce altri siti web, e l'aumento degli addetti alle pubbliche relazioni che forniscono comunicati, con un cambiamento nella qualità dell'informazione. Tuttavia, per Lorenzo del Boca, presidente dell'Ordine dei giornalisti, «se gli editori investono nella qualità, la carta stampata è insostituibile, consente l'approfondimento, la riflessione, è come il whisky dopo cena». (ANSA).
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Il Sole 24 Ore del 2 aprile 2009
Festival del giornalismo
TRA LA CARTA E IL WEB
Si dibatte sul futuro dell'informazione
DI LUCA DE BIASE
Festival. Parola magica della politica territoriale, da Venezia a Genova, da Mantova a Trento, da Modena a Bergamo, da Faenza a Firenze e a Perugia. Impossibile citarli tutti. Ma quando riescono, con semplicità e passione, i festival connettono una città al mondo, generano attenzione, costruiscono empiricamente, festosamente un percorso culturale. Attraggono talenti, seppure temporaneamente, in un territorio che, se ci tiene, ne trattiene almeno un po' lo spirito e l'ispirazione.
Già. Per di più, l'eccellente Festival del Giornalismo, che si tiene proprio in questi giorni nel capoluogo umbro, non potrebbe capitare in un momento più adatto: mentre sui vari palchi della città si avvicendano giornalisti provenienti da molte parti del mondo per raccontare le storie che hanno scovato, le inchieste che hanno condotto, le difficoltà che hanno incontrato nel mestiere, la discussione sul futuro del giornalismo si sta facendo ogni giorno più accesa. Perché i problemi emersi nei business tradizionali degli editori di giornali sembrano trascendere la pur drammatica evoluzione della crisi congiunturale, per il fondato sospetto che si sommino a un cambiamento strutturale del sistema dell'informazione.
In questo senso il dibattito è stato caricato dalla vis critica dei non giornalisti che fanno informazione. Come il pionere dei blog Dave Winer e Mike Arrigton che, con il suo TechCrunch, ha sfondato il muro che in passato proteggeva la stampa tradizionale dalla concorrenza dei servizi d'informazione puramente internettiani: entrambi hanno dichiarato senza mezzi termini che i giornali di carta non hanno futuro. Le loro parole sono cadute in un periodo in cui molti i giornali di carta tagliano o chiudono, per resistere, come il Seattle Post-Intelligencer, solo online. Un guru del marketing come Seth Godin, ha cercato di spiegare che la scomparsa dei giornali avrebbe lasciato poche ma precise nostalgie: una buona informazione locale, giornalismo investigativo, copertura intelligente delle notizie nazionali. Per tutta risposta, Clay Shirky, autore di successo del mondo web, non ha perso tempo a spiegare che i giornali sono destinati a cambiare molto. Aggiungendo che nessuno sa come diventeranno sostenibili: ci saranno molti esperimenti e solo alcuni successi. Più costruttivo, Steven Berlin Johnson, autore di diversi saggi sull'impatto della tecnologia digitale, ha riproposto l'idea di ecosistema dell'informazione per dire che le mutazioni dei giornali avrebbero funzionato come nell'evoluzione darwininana, facendo emergere la funzione essenziale delle redazioni giornalistiche tradizionali come garanti della qualità. Insomma, un dibattito molto vivo tanto che Jay Rosen, professore di giornalismo alla Nyu, ne ha tratto spunto per un esperimento di "mindcasting", una sorta di chiamata a raccolta delle menti più sveglie sull'argomento per tenere traccia della conversazione, sulla base dell'assunto che soltanto via internet si poteva seguire un fatto così disperso nella rete.
La parola passa ora ai giornalisti. A Perugia, a partire da ieri e fino a domenica, sono riuniti molti relatori interessati a questo dibattito. Compreso Charlie Beckett, direttore di Polis, periodico specializzato sul rapporto tra giornali e società.
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