Una densa, vivace autobiografia, anzi molto di più. Vittorio Emiliani racconta la storia di un gruppo di amici padani che, negli anni cinquanta, si impegnano in politica, creano un settimanale per rimuovere, da riformisti, a volte giacobini, le ingessature della società. Lo scenario è al centro del triangolo industriale: Voghera, «capitalina» di frontiera dell'Oltrepò, in cui già emerge lo scrittore Alberto Arbasino, Pavia, nordica e universitaria, ricca di talenti e di baroni, e la Milano del primo boom economico, unica città «europea» di quell'Italia semirurale in tumultuoso cambiamento, che si mette in scena fra il Piccolo Teatro e la Scala degli anni d'oro, le case editrici, la novità del «Giorno», riviste come “Comunità", i circoli culturali, Brera, il Giamaica.
Una narrazione veloce, diretta, che però fa luce anche su squilibri ed esclusioni crudeli. I protagonisti sembrano a volte cugini dei vitelloni felliniani, impegnati tuttavia a battersi per città più moderne e avanzate, per atenei non più c1assisti, per un paese fuori dall'autarchia provinciale. In questa folgorante foto di gruppo compaiono anche sorelle e fratelli maggiori: Camilla e Antonio Cederna, Paolo Grassi, Italo Pietra, Elio Vittorini, Renzo Zorzi, Arrigo Benedetti, Eugenio Scalfari, Ugo Mulas, Nazareno Fabbretti e tanti altri, aperti e protettivi. Ci sono le goliardate, gli scherzi beffardi della provincia e le polemiche accese di una politica viva e vissuta. Nelle associazioni universitane e nel partiti.
Oltre mezzo secolo dopo, cosa resta di quelle esperienze, soprattutto di quel contesto? Nella postfazione Emiliani tira le somme di una generazione. Un bilancio a volte amaro, mai però sfiduciato.
Il ritratto di Italo Pietra (“il solo direttore di quotidiano licenziato in tronco due volte per ragioni politiche”).
Un punto di riferimento importante, anche locale, è risultato, per tutti noi, e per me in modo particolare, Italo Pietra (1911-1991), il quale è riuscito a dirigere “Il Giorno” con efficacia c dignità per dodici anni, dieci dei quali successivi alla tragica morre di Enrico Mattei promotore del giornale, venendo spesso attaccato dai dorotei e dalla destra dc. Fu infatti licenziato per ragioni politiche dopo le elezioni del l972 che segnarono la fine del primo centrosinistra e l'avvento del governo di centrodestra Andreotti-Malagodi. Pietra ha trascorso due anni fra Milano e il Mulino scrivendo libri (Il paese di Perpetua, I grandi e i grossi). Nel 1974, dopo il referendum sul divorzio, è stato nominato direttore del «Messaggero» di Roma, al quale mi ha chiamato insieme a Luigi Fossati e a Sergio Turone, entrambi del «Giorno». Un anno dopo è stato nuovamente licenziato per ragioni politiche in coincidenza col terremoto elettorale del 15 giugno 1975: accusato di fare un giornale troppo anti-Dc, è riuscito però a pilotare dall'Hotel Majestic la successione sul nome di Luigi Fossati.
Credo che sia il solo direttore di quotidiano licenziato in tronco due volte per ragioni politiche. Dopo d'allora ha collaborato per anni, con editoriali, allo stesso “Messaggero” (anche durante i sette anni della mia direzione), ha realizzato alcuni speciali televisivi, uno dei quali su Badoglio, ampiamente tagliati da mani censorie, e ha scritto interessanti volumi su Aldo Moro, sulla famiglia Agnelli e soprattutto una fondamentale biografia di Enrico Mattei, di cui era stato grande amico, ricostruendone anche gli anni giovanili e della prima maturità, prima dell'ingresso nella Resistenza a Milano. Da direttore aveva promosso continue inchieste sulla società e sull'economia italiana, scandagliando spesso anche quella dell'Oltrepò dal quale proveniva: era nato, infatti, a Godiasco, sopra Salice Terme, ma si considerava di Romagnese, verso il Piacentino, aveva frequentato il liceo classico a Voghera e l'Università il Genova. Ufficiale degli Alpini e agente del Sim (Servizio informazioni militari) in Nord Africa, aveva poi comandato le brigate partigiane dell'Oltrepò nell'ultima fase dcl terribile 1944-45, svolgendo anche un ruolo delicato di aggregazione al partigianato di elementi della borghesia e della nobiltà oltrepadana.
Nel dopoguerra aveva vissuto una stagione di intenso, diretto impegno politico prima nel Psiup nella corrente dei «giovani turchi», con Matteatti, VassaIli, Zagari, protagonista al Congresso di Firenze del 1946, poi nella scissione di Palazzo Barberini e ncl Psli. Era stato vice-segretario nazionale con Giuseppe Saragat uscendo dal partito, tuttavia, quando questi aveva provocato, con altri, la rottura del Patto di Roma per l'unità fra i sindacati. Era entrato nel giornalismo all' "IIIustrazione Italiana”, allora di Garzanti (rimase legato a Livio sino all'ultimo), c poi al «Corriere della Sera», quale grande esperto di Est europeo e di Terzo Mondo, amico personale di tanti leader rinnovatori come Gomulka, Brandt, Pandit Nehru e sua figlia Indira Gandhi, Ben BeUa, Ben Barka, Sekou Tourè, Jomo Keniatta e molti altri ancora. Non amava la popolarità, né la corporazione dei giornalisti, e, anche al giornale, gli piaceva assumere atteggiamenti impopolari. È mancato, a ottant' anni, nel 1991 , ma la sua figura di riformista «scomodo» e di direttore dalle grandi intuizioni (si pensi soltanto all'attenzione quasi ossessiva portata ai problemi della montagna, della difesa del suolo e dell'agricoltura) grandeggia nel ricordo. Giorgio Bocca - che Pietra lanciò in memorabili inchieste - ha scritto nel suo libro forse più bello, Il provinciale (Omnibus M.ondadori, 1991), che Pietra «aveva una testa da Mazarino». AI suo Oltrepò - che conosceva, da grande camminatore, vaIlara per vallata - tornava spesso dedicandogli attenzione e scritti importanti, specifici, partendo da classici come l'Inchiesta agraria Jacini degli anni ottanta dcll'Ottocento come la monografia sull'Oltrepò scritta negli anni trenta del Novecento dall’economista agrario e futuro ministro, il modenese di Sassuolo Giuseppe Medici.
Vittorio Emiliani, VITELLONI E GIACOBINI/Voghera-Milano fra dopoguerra e “boom”. Donzelli 2009, pagg. 281, euro 16.
Vittorio Emiliani, entrato nel giornalismo negli anni cinquanta con «Il Mondo» di Pannunzio e “L'Espresso'" di Benedetti, ha lavorato al "Giorno” dal 1960 al 1974 e in seguito al «Messaggero», prima come inviato e, dal 1980 al 1987, come direttore. Autore di inchieste, anche in tv, editorialista, presidente della Fondazione Rossini, consigliere della Rai, ha pubblicato numerosi libri di denuncia, memoria e politica.
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Il Circolo di Via De Amicis 17
e Donzelli Editore Roma
giovedì 21 maggio 2009 alle ore 20,45
Circolo di via De Amicis - Via De Amicis 17 – Milano
Antonio Duva, Gad Lerner, Oreste Pivetta
e Benedetta Tobagi presentano
VITELLONI E GIACOBINI
Voghera – Milano fra dopoguerra e “boom”
di Vittorio Emiliani
Introduce Mario Artali
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