Roma, 16 marzo 2009. “Questo libro nasce dal desiderio di difendere le ragioni di un mestiere che trova la propria identità nel diritto della testimonianza diretta e consapevole, del contatto ricercato e approfondito con la realtà che si vuole raccontare”. Con queste parole, Mimmo Candito nella prefazione all’ultima edizione ampiamente aggiornata del suo “I reporter di guerra - Storia di un giornalismo difficile da Hemingway a internet” (Ed. Baldini Castoldi Dalai - pagg. 698, prezzo 20 euro) da poco in libreria spiega il motivo per cui ha deciso di raccontare 150 anni di giornalismo di guerra, ripercorrendo la storia dei corrispondenti al fronte: dal primo, William Russell, inviato del ‘Times’ in Crimea nel 1854, fino ai recenti reportage dall’Afghanistan e dal Medio Oriente; dalle cronache scritte con la penna d’oca all’invio del pezzo tramite videotelefono. Mimmo Candito, inviato speciale, commentatore di politica internazionale, corrispondente di guerra e firma di prestigio della ‘Stampa’, svela anche le glorie e le miserie di un giornalismo di frontiera, i trucchi, le colpe, i drammi di un’armata internazionale di reporter che ha viaggiato da Kabul a Sarajevo, da Caporetto a Beirut, da Iwo Jima a El Alamein, da Saigon alle spiagge della Normandia, da Verdun al Sinai e alla carica dei Seicento. Attraverso 150 anni di storia l’autore racconta un mondo che, come dice ancora lo stesso giornalista con rammarico, non esiste più. Un giornalismo dove “le nuove tecnologie, invece che aggiungersi alla testimonianza diretta del giornalista, sono andate sostituendola, creando l’illusione di una documentazione oggettiva, inattaccabile”. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche di constatare la fine di un certo modo di fare giornalismo, quello del reporter che va in guerra e che, anche quando si chiama Hemingway o Montanelli o Fallaci o Peter Arnett, non à mai un eroe ma solo un uomo che ha paura ma sente fortissimo il dovere di essere testimone diretto e credibile del racconto della realtà. Questo ‘dovere’, dice Candito, “è rispettato sempre meno, e nei conflitti i condizionamenti, la disinformazione, l’apparato propagandistico dei comandi centrali, hanno emarginato il ruolo del giornalismo come strumento di conoscenza, imponendo le regole della guerra-spettacolo al vecchio mondo dell’informazione”. Mimmo Candito ricorda infine i colleghi che hanno dato la vita in nome di questo ‘dovere’. Negli ultimi quindici anni sono stati uccisi più di cinquecento reporter: Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello, Miran Hrovatin, Marcello Palmisano sono soltanto alcuni nomi di un elenco senza fine. (AGI)
La Stampa 24/3/2009
Reporter di guerra,
fine annunciata.
La Green Zone di
Baghdad ha sancito
la morte del mestiere
di MIMMO CANDITO
Il cimitero si chiama Green Zone, che si dice così anche per chi non conosce l'inglese. È una metafora, più che un nome geografico o una località, la Green Zone, una metafora fatta di rotoli chilometrici di filo spinato, di muri alti di cemento, di carri armati appostati all'angolo, anche di soldati in calzoncini che fanno jogging, McDonald's che sanno di fritto, e Pizza Hut, e posti di blocco continui, aggressivi, asfissianti: un limbo di diplomatici e politici e strateghi americani, ma anche l'ultimo ridotto dove si è trincerato a resistere, e però ormai a morire, il mestiere del reporter di guerra. È stato un mestiere difficile e affascinante, questo, un lavoro per cui sono nati eroi e leggende, film, romanzi eterni, sogni impossibili, e poi canaglie e spergiuri e mascalzoni della peggior specie; ma un mestiere che ha accompagnato da presso, e talvolta anche guidato, la crescita e l'affermarsi forte del giornalismo come strumento credibile di conoscenza in un mondo che veniva fuori dalle sue geografie antiche, di orizzonti chiusi dentro la tradizione orale, e tuffava spregiudicatamente nel tempo della modernizzazione industriale il proprio bisogno di sapere. Oggi che il giornalismo - quel giornalismo - va morendo all'interno caotico del magma che travolge la gestione di un mondo spappolato, ne scrive simbolicamente le sue ultime righe il silenzio impotente del reporter asserragliato nelle stanze straccione del Palestine o dello Sheraton. Green Zone è Baghdad, Iraq. Sono alcune decine di chilometri quadrati nel cuore della capitale, a un lato del vecchio fiume, tra il grande palazzo presidenziale di Saddam e i ministeri disegnati in quel loro stile museale che fondeva un'austera memoria tardosovietica e il neo-arabismo degli architetti del Golfo.
Prima dell'ultima guerra a Saddam, questa di Bush e di Blair che dovevano liberare il mondo dalla minaccia atomica del Raìss e mettere le radici della democrazia nel Medio Oriente, la Green Zone nemmeno esisteva; era semplicemente quel quartiere del centro della capitale dove tu dovevi passare per andare a prenderti l'accredito del ministero dell'Informazione, e poi giravi a piedi lungo il fiume tentando di capire che cosa gl'iracheni pensassero di quel loro faraone e della nuova guerra che gli stava addosso (in Iraq c'era sempre una guerra, che si combatteva o che stava per combattersi). La Green Zone l'hanno fondata più tardi i marines, quando hanno concluso i «major combats» (sono le parole con cui Bush annunciava la fine del conflitto) della loro guerra di liberazione e però si sono trovati prigionieri della guerra di resistenza e di ribellione che sunniti e sciiti ora gli lanciavano contro, tra agguati mortali, razzi che bucavano muri e pance, e mine piantate nel terreno a sfondare la lamiera facile degli Humvee senza blindatura. La Green Zone doveva essere il rifugio sicuro, la roccaforte impenetrabile, il Fort Alamo della difesa del piano di pacificazione. Ma è stato il Fort Alamo dove il reporter di guerra ha finito per seppellire impotente il proprio progetto di conoscere la verità. E morirci.
Certo, vi saranno altre guerre ancora, dopo queste dell'Iraq e dell'Afghanistan. Vi saranno ancora missili e cannoni e orrori e il puzzo dolciastro della morte che si disfa nell'aria, e storie e uomini da raccontare. E tocca all'Iran forse, o forse alla Cecenia, o la Palestina, la Somalia, il Sudan, il Congo. La geografia della guerra non si estinguerà, e però lentamente, inevitabilmente, a tracciarne i percorsi saranno sempre meno i reporter, con i loro occhi, le loro domande, le loro incursioni moleste, e invece ci saranno sempre più strutture mediatiche di confezionamento, che gestiranno i flussi informativi e consegneranno alle redazioni un materiale sapientemente organizzato della rappresentazione del conflitto. «È la stampa, bellezza», diceva Humphrey Bogart in una vecchia pellicola di Hollywood, quando i giornalisti frugavano irrispettosi tra le scorie della società; oggi quella frase dovrebbe dire, piuttosto, che è la tecnologia e l'elettronica, bellezza. Ma il cambiamento non è solo d'una strumentazione diversa o d'una diversa metodica di lavoro: no, no, ha il significato d'una autentica mutazione genetica.
Oggi che diciamo che questo è un mestiere che è morto, abbiamo anche la consapevolezza che era comunque una morte annunciata. Che l'agonia è stata lunga e drammatica, che la nostra tenacia è stata perfino coraggiosa, con i più di 200 di noi che sono finiti ammazzati in Iraq nel loro tentativo di dimostrare che si poteva e si doveva continuare a illudersi delle ragioni di un impegno praticato nel nome d'una dignità e d'una consapevolezza sempre più rare. I morti del giornalismo non sono eroi, quasi mai; sono soltanto i testimoni d'un comportamento assunto per rendere possibile un'idea - magari romantica, e però per molti reale, concreta - del giornalismo come strumento credibile di conoscenza. Un'idea possibile al di là dei condizionamenti, delle pastoie imbarazzanti, delle pressioni sottili (ma anche rozze, spesso) che gli vengono riservate nella sofisticatezza dei nuovi equilibri politici che la «società liquida» del nostro tempo impone alle vecchie strutture del sistema democratico.