Ho votato anch’io il politicamente corretto documento che chiede le primarie per l’elezione di presidente e vicepresidente della Casagit. Bello, dignitoso, responsabile, grondante estrema fiducia nella democrazia buona che scaccia la cattiva. Niente frasi ad effetto tipo “i guardiani della Cassa si sono addormentati, buttiamoli fuori a calci sui sederi” frattanto splafonatisi grazie alle ultradecennali sedute in poltrone ad alto rendimento. E neppure un timido accenno alla fin troppo evidente incapacità gestionale dei nocchieri dell’Ente i quali, guarda caso, a scadenza di mandato denunciano la situazione tentando di far passare come “coraggio di suicidarsi” il mero e becero tentativo di “ricandidarsi” addirittura. Basta fermarsi un attimo a leggere il facile etimo della parola ri-candidarsi per cogliere l’assurdo e impudico raggiro di queste persone. Come se una nuova elezione possa trasformarsi in una lavanderia del non fin qui “candido” comportamento. Certo che ne abbiamo discusso nell’Esecutivo dello scorso 27 gennaio, e duramente anche. Con punte di tensioni molto forti e diversificazioni di letture. Nel paniere finale abbiamo ritrovato parole come distrazione, incapacità, leggerezza, menefreghismo, irresponsabilità,
dolo, dimissioni, commissariamento. Perfino corresponsabilità
degli stessi assistiti, o meglio, responsabilità oggettiva dell’intera
categoria; sempre che si voglia essere generosi nei confronti delle
ben note città-buco. Sì, abbiamo ipotizzato una necessaria indagine
forte sulle città-buco, abbiamo sognato un logico quanto improbabile
pentimento di massa con conseguenti dimissioni che portassero
ad un moralizzatore commissariamento Non un’idea balzana, nata
lì tanto per spararla grossa, ma pensata, desunta, sofferta. È venuta
fuori quando - non dicendo certo una castroneria - uno di noi ha
voluto calare il disastro del sistema sanitario dei giornalisti in quello
più ampio di mamma Sanità italiana. E qualcuno, a questo punto,
ha ricordato quanto si stia facendo, in proposito, nella commissariata
sanità calabrese. Ecco come e perché è venuta fuori la parola
commissariamento prima che essa si diffondesse via internet sul sito
dei vivacissimi e rispettabilissimi colleghi di Senzabavaglio.
Sia chiaro, questo mio intervento non venga letto come richiesta
di primogenitura; per amor del cielo, so bene che in ogni società
civile - una volta caduti anche cortine e muri dietro cui era possibile
nascondere bulgare autodeterminazioni - l’atto immediatamente
successivo ad un “riconosciuto” management fallimentare
è quello delle dimissioni. Quindi, cari colleghi, tutti vorremmo le dimissioni
per poter passare ad un eventuale commissariamento. Già,
ma questi non si dimettono, anzi si ricandidano. E allora che facciamo?
Li costringiamo puntandogli una pistola alla nuca? Non
è nelle nostre corde. Arriviamo là in piena seduta e li cacciamo a
calci in culo? Forse non ne abbiamo la forza fisica. Improvvisiamo
un tribunale inquisitorio sulla scorta delle dolenti cifre mostrateci
improvvisamente e sotto elezioni, stiliamo un autodafé e li mandiamo su un sia pure virtuale rogo? Ci spernacchiano; come del resto stanno già facendo ricandidandosi.
E allora, che si può fare concretamente in presenza di un evento Casagit dalla gestione ingessata,
senza uscirne cornuti e mazziati? Beh, sarà pure un rigurgito di “vecchietti” cresciuti a pane
e democrazia (benedetta dea rimasta in fondo al vaso di Pandora a fare compagnia alla speranza!), ma l’idea delle primarie non sarà di sicuro la panacea a una democrazia bloccata in seno alla Casagit, tuttavia è la strada più percorribile. Dopo tutto, non è che le primarie siano una antiquata consuetudine italiana laddove ogni cosa, alla fine, s’impantana e perde l’uso delle gambe; le primarie - come insegna l ’America che tra la Clinton e Obama sceglie quest’ultimo - stanno tra le cose buone dell’agire politico: volendo.
Lo so lo so, bisogna lavorare molto nei feudi di partenza della gente da sostituire, oltre che nelle associazioni regionali negli incarogniti percorsi comparizi. Cosa faticosa, difficile, complicata; specie quando si tratta di andare ad operare tra delusioni, sconforti, rese di persone avvilite e umiliate in un mestiere che ha smesso di essere considerato professione da chi vorrebbe ridurlo a sottopagato cantiere non di idee ma di servile teatrino di marionette.
È vero, nell’era del precariato diffuso e sopportato come il male minore, quasi si tratti di un semplice raffreddore individuale anziché di vera e propria pandemia, il disincanto la fa da padrone e lascia spazio al disarmante “tanto non cambia niente, una persona vale l’altra”. E no, ne va della nostra salute, ragazzi. La Casagit è cosa seria, ci tocca personalmente da vicino, assumiamocene la responsabilità. Ci compete e ci conviene. Oddio, se da qui a giugno i signori di questa Casagit si dovessero dimettere...forse. Ma no, alla nostra età non è igienico sognare.