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Stampa

Corriere della Sera 2/3/09
Particelle elementari
di Pierluigi Battista
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Giornali, abusi
e intercettazioni

Le risposte di Del Boca, Iacopino, Natale e Siddi.
Testimonianza di Franco Abruzzo.

Gentili dirigenti della Federazione nazionale della Stampa, illustri rappresentanti dell'Ordine dei giornalisti,


non credete che tra i valori costituzionalmente tutelati vi sia anche il diritto di un cittadino nemmeno indagato di non vedersi massacrare dalla pubblicazione di intercettazioni talmente marginali da prevederne addirittura la distruzione disposta dalla stessa magistratura? Non credete cbe il da tutti riconosciuto abuso delle intercettazioni squadernate dai giornali appaia statisticamente irrilevante se considerato in generale, ma devastante, mortale, offensivo, insopportabilmente violento per il singolo che ne viene stritolato? Non credete che il diritto alla riservatezza, il diritto di ciascuno a non vedere sfigurata e distrutta la propria reputazione abbia un valore uguale, non inferiore o superiore, ma semplicemente uguale, a quello che giustamente attribuiamo alla libertà di stampa? Vi piacerebbe che il vostro nome, o il nome di un vostro caro, sia divorato dalla macchina dello  sputtanamento pubblico? E  se non vi piace, perché fate finta di ignorare la violenza esercitata su altri cittadini cbe pure dovrebbero godere dei vostri diritti? L'articolo 15 della Costituzione vale per voi, ma per i poveri diavoli sprovvisti del magico tesserino dell'Ordine invece no?


Gentili e illustri colleghi, sapete indicare una nazione, una sola nazione nel novero delle democrazie occidentali che hanno consuetudine con l'esercizio della libertà di stampa, in cui gli «abusi» siano così frequenti, martellanti, serialmente «abusivi» come da noi? Avete anche una pallida idea di come sia rigidamente applicato il diritto alla riservatezza in Gran Bretagna, che forse una certa dimestichezza con i diritti di tutti e di ciascuno, dall'habeas corpus in poi, la può legittimamente vantare? Possibile che la vostra cecità corporativa, il vostro unilateralismo professionale non vi permetta di vedere çhe la registrazione, la divulgazione, addirittura la teatralizzazione televisiva di conversazioni personali prive di alcun rilievo penale costituisce una forma di linciaggio cbe dovrebbe indignare chiunque abbia a cuore i diritti fondamentali di ciascuno?


Vi sentite colpiti e mortificati per la dismisura del carcere previsto per i giornalisti? Non siete i soli a giudicare sproporzionata, eccessiva, vendicativa una punizione così severa, ma è possibile proporvi la promozione di una lettura poco edificante per la nostra categoria? Contribuireste a diffondere tra i vostri iscritti e nostri colleghi un libro come «Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora» di Vittorio Pezzato (Sperling & Kupfer) dove è minuziosamente documentata la sequenza di nefandezze servili e di infamie conformiste e forcaiole di cui la nostra categoria  (con le sue migliori firme, andate a controllare !'indice dei nomi) finì per macchiarsi con voluttà autolesionistica? Sareste .disposti a riconoscere che in quell'occasione, più  che la libertà di cronaca, la bandiera sventolata dai vostri e  nostri colleghi fu qnella del diritto impunito a1 linciaggio, alla caccia all'uomo, all'abuso di menzogna per colpire un uomo inerme e innocente? Avete qualche altra proposta  credibile per fermare i nostri «abusi»? Con riconoscente  cordialità.


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Franco Abruzzo racconta: “Quella volta in cui fui linciato dai direttori dei grandi giornali (compreso il mio) perché avevo firmato una delibera  che sanzionava il direttore (con la censura) e un giornalista (con la sospensione per due mesi) di un diffusissimo settimanale che aveva pubblicato le generalità di un soldato oggetto di violenze sessuali in una caserma”.


 


Comunicato diffuso dall’Ordine di Milano


Milano, 26 luglio 2000.  Due mesi di sospensione a XY e la censura a BB, rispettivamente inviato e direttore responsabile del periodico “CXC”. Questa è la deliberazione del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia sulla  pubblicazione da parte del settimanale delle generalità  di un aviere, vittima di violenze sessuali in caserma. L’inchiesta è stata promossa dai genitori del militare.  A XY e BB stato contestato questo addebito:  "Non aver impedito, nella sua qualità di direttore responsabile il primo, e aver raccontato la seconda su CXC la scena della violenza sessuale subita dall’aviere XY in caserma. Ciò in contrasto con gli articoli 2 e 48 (deontologia dei giornalisti, ndr) della legge professionale n.  69/1963 in relazione al comma 1 dell’articolo 8 (tutela della dignità delle persone, ndr) del Codice di deontologia sulla privacy, che, tutelando la dignità delle persone, consentono la pubblicazione di una notizia nella sua essenzialità (cioè senza le generalità della persona offesa), bilanciando i valori e i principi garantiti dagli articoli  2 (tutela della dignità della persona, ndr) e 21 (diritto di manifestazione del pensiero e diritto di cronaca, ndr) della Costituzione".........


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Dopo la diffusione del comunicato sulla delibera, la reazione dei direttori dei grandi giornali e dei Cdr fu violenta. Contro l’Ordine lombardo e il suo presidente. In appello il Consiglio nazionale ha mitigato la sanzione. Le stesse critiche hanno colpito l’Ordine di Milano quando nel 2006 ha sanzionato tre direttori di giornali che avevano pubblicato le intercettazioni di “Vallettopoli” relative a persone estranee a quella inchiesta.


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La risposta di Lorenzo Del Boca,


Presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti


Come non essere d’accordo con le incalzanti domande che Pier Luigi Battista pone sotto il titolo “giornali, abusi e intercettazioni”…


Certo che l’informazione ha tante colpe da farsi perdonare e il linciaggio mediatico che non è stato risparmiato a troppe persone che non se lo meritavano dovrebbe obbligare la categoria a riflessioni severe.Però, fustigata la categoria quel tanto che è necessario per infliggerle la dovuta punizione, sorgono un altro paio di questioni alle quali è pur doveroso dedicare qualche attenzione.


Perché i giornalisti non sono in grado di fermarsi da soli quando la notizia diventa diffamazione, gratuita aggressione o semplicemente inutile sberleffo? Perché colleghi prestigiosi, con importanti incarichi direttivi (come Pier Luigi Battista, per esempio) non danno disposizioni perché il gossip, specialmente quello dannoso alla reputazione di qualche malaugurato intercettato, non venga cancellato dalle pagine dei giornali che dirigono?


E, dunque, perché rinunciare all’autonomia e all’autodeterminazione per consegnarsi – addirittura gioiosamente – a un potere terzo che fissa regola, impartisce disposizioni, indica i limiti e, per buon peso, stabilisce anche la quantità di bastonate da infliggere ai trasgressori?


Convengo che, nel passato e nel presente, si commettono delle porcherie ai danni di ignari cittadini che, per una fortuita casualità, sono finiti nel brogliaccio dei marescialli che stavano pedinando le conversazioni di gente di malaffare. Ma è auspicabile che si corregga una porcheria commettendone un’altra di eguale conio?


Sembrano discettazioni bizantine di lana caprina ed è l’essenza del mestiere di informare che – “è la stampa bellezza…” – o è libero o non è. Essere presi per un orecchio e obbligati a realizzare una buona azione, produce un risultato senza dubbio utile ma la libertà non c’è più. La minaccia di punizioni costringe a non commettere errori ma “costringe”, per l’appunto. Il libero arbitrio che fa immensa la volontà dell’uomo si dissolve, togliendo valore a qualunque sua decisione e relegandola all’atto della pura obbedienza.


Questo si desidera ottenere?


Non è meglio insistere sulle regole che la categoria deve costruirsi e che, anzi, già esistono? Sarebbe opportuno rispettarle autonomamente. Una categoria che dovrebbe essere la cartina di tornasole della civiltà di un paese ha il dovere di comprendere, prima e meglio del resto del mondo, dove il possibile è anche lecito. Un Ordine che abbia le funzioni del maresciallo di giornata che distribuisce cicchetti, punizioni, ammende e cazziatoni non è il miglior modello: dimostrerebbe l’immaturità dei giornalisti che rappresento. Dunque gli interventi disciplinari dovrebbero essere (mi augurerei che fossero) limitati nel numero e nelle dimensioni. Ma, in questo caso, occorre che le decisioni possano essere prese con tempestività in modo da diventare immediatamente esecutive. Adesso le procedure sono gravate da una quantità di intoppi che rendono il processo disciplinare una corsa ad ostacoli. Come avviene, in generale, con la giustizia italiana: niente di peggio per chi vuol fare valere le proprie ragioni ma niente di meglio per chi ha delle colpe da cui difendersi. Ecco, una riforma legislativa, rispettosa della stampa, dell’informazione e della libertà dovrebbe preoccuparsi di attribuire alla categoria maggiori poteri ed enfatizzarne l’autodeterminazione.L’embargo delle notizie fino alle udienze preliminari e il carcere per i giornalisti non sono provvedimenti da paese moderno. I pochi errori che verrebbero – forse… - evitati non compenserebbero il colpo al cuore cui verrebbe esposta l’informazione più consapevole.


Cordialmente


Lorenzo Del Boca


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La risposta di Enzo Iacopino


Segretario dell'Ordine nazionale dei giornalisti


Ho un ricordo personale di Enzo Tortora. Eravamo a Bologna, ad un congresso radicale. Gli ronzavo attorno da un po’ e quando si liberò un posto accanto a lui, in prima fila, mi accovacciai timoroso. Mi presentai e gli dissi che avevo scritto cose poco rispettose, all’epoca dell’inchiesta che lo aveva momentaneamente travolto. Lo pregai di scusarmi. Mi guardò, mi regalò un sorriso mite, tolse una delle sue mani dal bastone e la pose su una delle mie, dicendomi: “Ascoltiamo quel che dice…” l’oratore. Sperai, spero, avesse capito il mio tormento.


Io avevo certamente capito: non ho mai dimenticato quella lezione.


Leggo, a tratti, cronache che mi provocano imbarazzo. Mi rendo conto, in tutta evidenza, che c’è chi, tra noi, si trasforma in una buca delle lettere di qualche magistrato amante dei riflettori ancor prima che della verità processuale. Mi vergogno se pesco nella memoria non solo quanto io scrissi su Enzo Tortora, ma quanto ho letto su molti giornali – a volte anche sul Corriere – sulle vallette di un’inchiesta (con tanto di nomi e foto), sulla vita privata della figlia di …., imputato in un grande processo della prima Repubblica.


Questa è barbarie, non cronaca. Una barbarie che viene aggravata dalla rivendicazione di diritti che troppo spesso fanno i giornalisti. La Costituzione ci affida doveri non diritti, doveri nei confronti dei singoli cittadini e della società.


Si risolve il tutto mandando in galera i giornalisti? Credo che nessuno lo pensi. Come farà l’anonimo cronista di provincia ad accertare che quelle notizie, contenute in una intercettazione che qualcuno gli fornisce, fanno parte di materiale che doveva essere distrutto?


Mi sottrarrò all’ancor più devastante elenco delle porcherie che, con la museruola o le manette ai giornalisti, in questo nostro Paese sarebbero rimaste impunite o sarebbero continuate più a lungo con grave danno dei cittadini.


Per un giornalista, la pena peggiore è non poter scrivere. Pierluigi Battista chiede una proposta ”per fermare i nostri “abusi””. Si diano all’Ordine poteri disciplinari adeguati, con una normativa che consenta di intervenire in tempi rapidi e superare qualche barriera di troppo. Non è una sfida, ma la voglia di assumerci in pieno le nostre responsabilità. Perché non provarci?


Enzo Iacopino


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Franco Siddi e Roberto Natale scrivono al Corsera su intercettazioni e deontologia: Nessuna devastazione della privacy, ma allarme sul divieto di informare sugli atti dei processi


Roma, 2 marzo 2009. Il Segretario Generale ed il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi, e Roberto Natale hanno inviato al direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, la seguente risposta all’articolo apparso oggi sul quotidiano milanese a pagina 28 sul tema delle intercettazioni: 


Federazione Nazionale della Stampa Italiana


“Molto coinvolgente l’appassionata requisitoria di Pierluigi Battista contro la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti in materia di pubblicazione delle intercettazioni. Peccato che non c’entri proprio nulla con le posizioni reali espresse dalle rappresentanze del giornalismo italiano: posizioni che, con tutta evidenza, il collega Battista ignora totalmente. Proviamo allora a spiegarle ancora una volta, sperando che - tra una domanda retorica e l’altra - Battista abbia voglia di leggerle e confrontarsi nel merito delle questioni.


Non abbiamo mai rivendicato, dalla presentazione del disegno di legge Alfano nel giugno scorso, un presunto diritto di devastare le vite degli altri, e non consideriamo libertà costituzionalmente tutelata il guardonismo di chi spia dal buco della serratura in camera da letto. Abbiamo lanciato l’allarme su un problema di tipo radicalmente diverso: vietando la pubblicazione degli atti di indagine fino al termine dell’udienza preliminare (anche in modo parziale, e “anche se non sussiste più il segreto”), il testo governativo cancella la possibilità stessa di fare cronaca giudiziaria su vicende di assoluta rilevanza sociale, che nulla hanno a che spartire con le intrusioni nella vita privata. Alcuni esempi: se il ddl Alfano fosse già legge, del crack Parmalat avremmo potuto cominciare a scrivere e a sapere pochi mesi fa, lasciando dunque proseguire per anni indisturbata la truffa ai danni dei piccoli risparmiatori; della clinica milanese Santa Rita, cioè dei trapianti disposti senza ragione da qualche medico senza scrupoli, non sapremmo ancora, e soprattutto non saprebbero i pazienti dell’area lombarda; delle scalate bancarie ed editoriali del 2005, dunque di un certo modo di funzionare della Banca d’Italia, saremmo venuti a conoscenza anni dopo (in quell’estate proprio il Corriere della Sera svolse un ruolo importante). E’ questo il diritto di cronaca che stiamo difendendo: il nostro diritto-dovere di informare, ma ancor più il diritto dei cittadini italiani di conoscere vicende che non hanno nulla di privato o di pruriginoso. Cosa c’entrano questi fatti con il diritto alla riservatezza? Altro che la “cecità corporativa” di cui parla Battista: esattamente all’opposto, ci stiamo battendo per un diritto nostro che è anche un interesse di tutti (tranne che dei truffatori, ovviamente).


Non abbiamo nemmeno negato che errori ci siano talvolta stati, da parte di noi giornalisti. Per questo abbiamo dato la disponibilità a rendere più incisive, se necessario, le norme di autoregolamentazione. E abbiamo giudicato con favore la proposta di una “udienza-filtro”, in cui magistrati e avvocati decidono quali parti delle intercettazioni abbiano rilevanza pubblica (e dunque siano pubblicabili) e quali invece riguardino vicende personali e coinvolgano terzi (e perciò siano da sottrarre alla pubblicazione). Ma non ci stiamo proprio a considerare la storia recente del giornalismo italiano come se fosse stata solo una ininterrotta serie di abusi ai danni della sfera individuale. E’ stata soprattutto una storia di trasparenza, che ha reso meno oscura la vicenda italiana e che ha consentito ai cittadini di farsi un’idea più precisa di fatti di rilevanza pubblica indiscutibile.


Abbiamo ragioni così forti e così poco corporative che in Parlamento la nostra difesa del diritto di cronaca comincia a far breccia: governo e maggioranza stanno prendendo atto che non ha senso pensare di secretare per anni la cronaca giudiziaria. Prima o poi contiamo di riuscire a convincere anche Pierluigi Battista”.





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