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EDITORIA USA:
ANNO NERO
PER LA STAMPA.
ONDATA DI
CHIUSURE E DI
LICENZIAMENTI.

Roma, 1 febbraio 2009. Oppressa da debiti per 13 miliardi di dollari, la Tribune, casa editrice del quotidiano della West Coast, era andata in bancarotta lo scorso anno, alcuni mesi dopo essere stata acquisita dal magnate del mattone Sam Zell. Gli aggressivi piani di ristrutturazione varati dalla proprietà avevano fatto saltare la testa di ben tre direttori - James O' Shea, Dean Baquet e John Carroll - che si erano opposti ai tagli del personale programmati. Solo nel 2008, tra licenziamenti, prepensionamenti e blocco del turnover, erano stati persi 350 posti. Notevoli tagli hanno interessato anche le altre testate pubblicate dalla società, dal Newsday di New York, poi venduto, all'Orlando Sentinel, dal Baltimore Sun all'altra ammiraglia del gruppo, il Chicago Tribune, che l'anno scorso ha tagliato quasi 200 posti. Tagli a tre cifre hanno interessato anche giornali minori, dove l'impatto di simili riduzioni è stato ancora più pesante.


L'anno scorso il personale dello storico Miami Herald, vincitore di 19 Pulitzer, è stato ridotto di più della metà, passando da quasi 600 dipendenti a 275. Il giornale floridiano è ora in cerca di un acquirente.


Altre pesanti ristrutturazioni hanno colpito nel 2008 anche il Newark Star-Ledger, l'Atlanta Journal, il Detroit Free Press e il Seattle Times, che hanno tutti registrato tagli del personale superiori alle 200 unità. Tra le testate di grosso calibro, il caso più clamoroso, tra un Washington Post che in un anno ha ridotto i dipendenti del 10% e un Usa Today che tutto sommato resiste, è quello del New York Times. Il quotidiano della Grande Mela, che controlla anche il Boston Globe e l'International Herald Tribune, lo scorso mese ha dovuto addirittura patire l'umiliazione di annunciare l'ipoteca del grattacielo di 52 piani, progettato da Renzo Piano, dove ha la sua sede. L'operazione dovrebbe permettere al New York Times, che l'anno scorso ha tagliato 100 posti di lavoro, di recuperare 225 milioni di dollari di liquidità. La prestigosa testata deve far fronte a due linee di credito di 400 milioni ciascuna, una delle quali in scadenza a maggio.


L'unico che sembra passarsela bene è il gruppo Dow Jones, acquistato nel dicembre 2007 da NewsCorp, il colosso mediatico di Rupert Murdoch. Il Wall Street Journal continua a rosicchiare quote di mercato al New York Times, e anche i risultati del New York Post appaiono soddisfacenti. Eppure fonti ben informate sostengono che proprio il Wall Street Journal sia pronto a varare nei prossimi giorni un nuovo piano di esodi incentivati dopo quello già attuato l'estate scorsa. In tempi di crisi, ridurre i costi è un imperativo per tutti. (AGI)





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