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Il Riformista 24 gennaio 2009
Pansa racconta attraverso
il principe Carlo Caracciolo
la storia segreta
d Repubblica e dell’Espresso

di Giampaolo Pansa


La prima volta che lo vidi, Carlo Caracciolo aveva appena fatto un infarto. Era il 1976 o 1977, il Principe mi parve un bellissimo signore cinquantenne, molto affabile, con l'aria tra il regale e il democratico che è stata la sua cifra sino alla fine. Come tutti i principi, non sembrava per nulla malato, ma soltanto un po' stanco. I medici gli avevano consigliato di trascorrere un periodo fuori Roma, in campagna, per darsi alle passeggiate. E lui si era affittato una villa sull'Appia Antica.


Quando seppe che mi trovavo a Roma per qualche articolo che il Corriere della sera mi aveva chiesto, mi pregò di andarlo a trovare. Il motivo lo immaginai: voleva convincermi a lasciare Piero Ottone e trasferirmi a Repubblica. Ci aveva già provato Scalfari nel giugno 1975, mostrandomi le prove grafiche del giornale che doveva nascere. Gli avevo risposto che, per un patto di lealtà, avrei lasciato via Solferino soltanto quando Ottone se ne fosse andato.


Caracciolo mi chiese di accompagnarlo per una breve camminata tra i campi. E mi spiegò che un giornalista quarantenne come ero io doveva lavorare per Repubblica. Disse: «Dopo le prime fatali difficoltà, il giornale si assesterà e diventerà sempre più forte. Per tanti motivi, ma soprattutto per due ragioni. Ha un direttore unico in Italia, il più bravo in assoluto: Eugenio. E un editore fortunato: io. Forse tu non lo sai, ma la fortuna mi è sempre stata amica. Con i giornali e con le donne».


Gli replicai, ridendo: «Mia nonna Caterina avrebbe detto: fortuna in amore, disgrazia negli affari. O viceversa». Carlo alzò le spalle: «Tua nonna si sbagliava. La mia storia la smentisce. Dammi retta: vieni con noi a Repubblica. Diventerà il primo giornale italiano. Spero di vivere abbastanza a lungo. Ma quando non ci sarò più, Repubblica esisterà ancora. E sarà sempre più forte».


Aveva ragione, il Principe. Sia pure non del tutto.


Caracciolo è mancato nel dicembre 2008, a 83 anni. Repubblica c'è sempre. Ma come tutti i grandi giornali sta soffrendo. Calano i lettori e cala la pubblicità. Il 2009 sarà l'anno del gelo anche per la carta stampata. Gli editori e i giornalisti batteranno i denti. La loro, la nostra immagine ne risulterà incrinata. Per una perversa simbiosi, questo sta già accadendo all'immagine del Principe. Messa a dura prova dalle liti per l'eredità. E dalla comparsa di figli segreti, frutto del suo fascino sulle donne che decideva di amare.


Mentre scrivo, mi rendo conto di aver anch'io subito il suo fascino e quello di Scalfari. Da giovane, mi vantavo di essere un migrante del giornalismo. A suggerirmi di essere così era stato mio padre Ernesto, operaio con la terza elementare: «Bisogna cambiare cambiare spesso padrone. È l'unica forza che hanno i poveri».


Dalla Stampa ero passato al Giorno, poi di nuovo alla Stampa con un altro direttore, quindi al Messaggero, per poi andare al Corriere. Un privilegio che oggi i giovani non hanno più. Adesso dai giornali si può soltanto uscire, mai entrare. Ma una volta arrivato a Repubblica, il 1° novembre 1977, ci rimasi per quattordici anni, un'eternità. Per poi farne altri diciassette all'Espresso. In totale, un trentennio abbondante nello stesso gruppo editoriale. Una follia che mi spiego soltanto con lo strapotere positivo esercitato su noi della truppa dai due leader del gruppo: Eugenio e Carlo. Una coppia senza eredi professionali. Gemelli indivisibili. Il gatto e la volpe. Identici nel bene e nel male.


Un giorno qualcuno scriverà la storia della loro amicizia e dell'impero che hanno creato. Oggi non è ancora il momento. Quando il Principe è scomparso, ho letto coccodrilli surreali, dettati da una lagnosa piaggeria post-mortem. E ogni volta che il gemello in vita, Scalfari, dice o scrive qualcosa, Repubblica scolpisce delle lapidi iettatorie che penso diano i brividi a Eugenio. Ma il loro percorso è stato davvero grande. E irripetibile. Nella storia del giornalismo italiano non ne vedremo più uno eguale.


Per non arruolarmi tra i laudatori, di quel percorso voglio ricordare il momento più critico, quello che segnò una svolta nella vicenda dei Gemelli Insuperabili. Accadde nella primavera del 1989, quando Carlo ed Eugenio decisero di vendere alla Mondadori di De Benedetti i loro gioielli. Ossia la metà di Repubblica che la Mondadori ancora non possedeva, l'Espresso e la robusta catena dei quotidiani locali. La dichiarazione pubblica della vendita ebbe una data e un luogo per me indimenticabili: l'11 aprile, Torino, il magico teatro Carignano.


Quel pomeriggio si festeggiava la nascita dell'edizione torinese di Repubblica, affidata a un giornalista di prima classe, Salvatore Tropea. La festa annunciava il nostro attacco al santuario subalpino della Stampa: il giornale dell'avvocato Agnelli, il colosso centenario che la banda repubblicana andava a sfidare sotto le sue mura.


Sul palco del Carignano c'era il calabrese Scalfari, affiancato da due piemontesi traditori: il torinese Gianni Rocca e il monferrino Pansa. Seduto in sala stava, avvolto nel suo splendore, Gianni Agnelli, venuto a sentire quali fossero i propositi dei banditi saliti da Roma. De Benedetti arrivò puntualissimo, alle 17.30 spaccate. L'Ingegnere sembrava incerto sulla poltrona da occupare. Poi il capo dell'ufficio stampa della Fiat, Alberto Nicolello, si accorse di lui e gli cedette il posto accanto all'Avvocato.


I fotoreporter andarono in orgasmo. Era una circostanza che non si sarebbe più ripetuta. Che poi divenne storica quando ai due big si affiancò Eugenio. Confesso di non ricordare dove fosse seduto il Principe. C'era o non c'era al Carignano? Comunque sia, risultò come se ci fosse. E il trionfo del capitalismo editoriale, parlo di quello laico, democratico e antifascista, fu completo e perfetto. Tuttavia, la perfezione presentava una piccola crepa. Dopo la vendita all'Ingegnere, Repubblica e l'Espresso erano entrati o no nell'orbita dell'editoria impura? In quel tempo si tribolava ancora attorno a questi interrogativi assurdi. Ma Scalfari e Caracciolo avevano un'immagine da difendere.


Eugenio, poi, si era sempre sgolato a esaltare la sua diversità rispetto agli altri direttori delle grandi testate. Ripeteva di continuo che un direttore è davvero forte e libero se è padrone del suo, ossia se possiede almeno una parte del giornale che guida. E adesso doveva spiegare se si sentisse libero e forte come prima.


D'accordo con il Principe, Eugenio rispose con un editoriale pubblicato su Repubblica il 14 aprile, tre giorni dopo il trionfo di Torino. Il titolo gridava: «Una bandiera che non sarà ammainata». Il pomeriggio dello stesso giorno, Scalfari affrontò una conferenza stampa di fronte ai corrispondenti esteri di Roma. Il succo del discorso fu il seguente: Carlo e io abbiamo ceduto la nostra azienda alla Mondadori, ma adesso stiamo nella proprietà della Mondadori, siamo azionisti di quel gruppo, e Caracciolo sarà addirittura il presidente della nuova Segrate, a fianco dell'Ingegnere.


Ma il Principe e il suo gemello avevano problemi assai più rognosi del quesito puri o impuri. Il 14 gennaio (1989, ndr) di quell'anno, proprio nel giorno del compleanno di Repubblica, il Corriere aveva sganciato sopra i giornali italiani la bomba atomica di "Replay", la sua lotteria. E in poche ore il sorpasso di Repubblica su via Solforino si ridusse in polvere.


Il sorpasso era stato una conquista lenta, il sogno realizzato del Principe e di Eugenio. Dodici anni di lavoro, una scalata dell'Everest passo dopo passo, compiuta da una redazione stimolata dai bollettini di vendita che Scalfari ci leggeva ogni giorno. Ad aiutarci era arrivato anche lo scandalo della Loggia P2, un tornado distruttivo per via Solferino: vergogna, disonore, perdita di copie, fuga di giornalisti illustri, accolti a braccia aperte da "Barbapapà" Scalfari e dal fascinoso principe Carlo.


Alla fine del novembre 1988, Repubblica vendeva ogni giorno 730mila copie, il Corriere 520mila. In dicembre il distacco era rimasto intatto. Nel gennaio, con "Replay", le vendite del Corriere dilagarono ben oltre il milione di copie. La lotteria di via Solferino ci svegliò da un sogno. E convinse Caracciolo e Scalfari a vendere il loro campo di grano all'Ingegnere. La Rizzoli si era rimessa in piedi. E alle spalle aveva il colosso della Fiat. I Gemelli potevano uscirne stritolati.


 


Un segnale infausto fu la mossa improvvisa di Enzo Biagi. Si era rifugiato da noi dopo lo scandalo P2. Ma nel marzo 1989 il trionfo di "Replay" lo convinse a ritornare di corsa al Corriere. Comunque, il passaggio all'impurità rese straricchi Carlo ed Eugenio. Incassarono da De Benedetti una paccata di miliardi. Dopo avergli consegnato gli assegni, l'Ingegnere, uomo saggio, diede un consiglio ai Gemelli. Gli suggerì di stornare da quel tesoro una minuscola cifra da destinare a un fondo di solidarietà per i giornalisti del gruppo. Avrebbero potuto aiutare qualche famiglia in difficoltà. Un bambino da operare in America. Una ragazza brava da assistere negli studi.


Il Principe e Barbapapà lo considerarono stupiti. Forse, senza parlare, replicarono come facevamo da ragazzi di fronte a una richiesta assurda: ci vedi sulla fronte la scritta Sali e Tabacchi, rivendita numero 100? Non ritenevano che la beneficenza rientrasse tra i doveri di un editore e di un direttore. O forse la ricchezza improvvisa gli aveva fatto scoprire la tirchieria. E replicarono a De Benedetti con un ferreo no, non ci pensiamo per niente!


Fu la vendita alla Mondadori dell'Ingegnere a convincere Silvio Berlusconi, già azionista della casa editrice, a scatenare la guerra di Segrate. Lo scontro dilagò alla fine del 1989. E si concluse come sappiamo: l'intervento di Giulio Andreotti, la mediazione di Giuseppe Ciarrapico, la grande spartizione, il gruppo Espresso-Repubblica che resta nelle mani di un terzetto destinato a durare: De Benedetti, Caracciolo e Scalfari.


Nella sua importante intervista a Paolo Madron del Sole 24 Ore (18 gennaio 2009), il senatore Ciarrapico racconta che Scalfari non lo sopportava perché era influenzato da me, in quel momento «nemico giurato» del Ciarra. Ho letto e ho sorriso. Eugenio non s'è mai fatto condizionare da nessuno, tanto meno dal sottoscritto. Soltanto Caracciolo, forse, era in grado di influenzarlo. Non certo uno di noi, plebe redazionale, aiutanti fedeli di Barbapà, ma tutti privi di titoli nobiliari. E poi il Principe aveva una vera passione per Ciarrapico.


Da ragazzo Caracciolo (classe 1925) era stato partigiano in val d'Ossola. Il Ciarra, assai più giovane di lui, aveva Mussolini nel cuore. Per di più era ed è un uomo leale. Una qualità rara, molto apprezzata da Carlo. Che un giorno disse al comitato di redazione dell'Espresso: «Se fossi in voi, farei una colletta e ordinerei una statua di Ciarrapico da mettere all'ingresso della redazione. Con una scritta: "A Giuseppe Ciarrapico, il Cdr riconoscente"».


Il Principe sapeva essere schietto sino alla cattiveria con i giornalisti che lavoravano per lui. Anzi, se vogliamo dirla tutta, non gl'importava nulla della sua ciurma editoriale. Quando gli faceva comodo, potevamo diventare invisibili ai suoi occhi, figure inesistenti, pallide ombre. Ho un ricordo personale in proposito.


Nell'autunno del 1990 pubblicai con la Sperling e Kupfer un libro sulla guerra di Segrate. Era "L'Intrigo", una ricostruzione molto repubblicana, scalfariana e, di riflesso, caracciolesca. Se la memoria non m'inganna, il Principe non mi convocò neppure per offrirmi un caffè e darmi una pacca sulle spalle. Ma i nobili, si sa, non danno mai pacche amicali ai plebei. Ecco un lato del Principe che non è stato mai sondato, né in vita né in morte.


Le parole più vere le ha dette De Benedetti, nell'intervista a Giovanni Valentini, stampata da Repubblica il 16 dicembre 2008, il giorno successivo alla scomparsa di Carlo. Valentini chiese all'Ingegnere se Caracciolo, oltre ai giornali, amasse anche i giornalisti. De Benedetti rispose: «Non tutti. Alcuni di loro lo divertivano, con altri sapeva divertirsi. Un po' come faceva Gianni Agnelli con i calciatori della Juventus. A pensarci bene, Carlo amava pochissimi di voi. Lui sapeva anche essere un uomo cinico. Aveva il cinismo del giocatore».


In effetti il Principe era davvero un super-cinico quando doveva curare la propria roba. Sentiamo ancora De Benedetti, sempre nella stessa intervista: «Negli affari Carlo perdeva una buona parte del suo spirito romantico. E nelle frequentazioni era davvero un principe rinascimentale. Aveva una sua corte, composta da persone sagge e colte. Ma frequentata ogni tanto anche da qualche gaglioffo. E solo un personaggio come lui, nella sua superiore lievità, se lo poteva permettere».


Non ho mai fatto parte della corte del Principe. Mi bastava che non mettesse becco negli articoli che scrivevo. E soprattutto nei giornali con i quali lavoravo, da vicedirettore a Repubblica e poi da condirettore all'Espresso. Il nostro interlocutore era l'amministratore delegato del gruppo, Marco Benedetto.


Un capo azienda insuperabile, la roccia della società, un mastino decisore e decisivo. Aveva iniziato da giornalista a Genova, la sua città, e conosceva come pochi il pollaio dei giornalisti. Uomo di carattere duro, ma di grandissima lealtà. Repubblica, l'Espresso e i quotidiani locali gli devono molto. E chi è venuto dopo di lui, dovrà stare molto attento a non sfigurare nel confronto.


Caracciolo e BerlusconiQuando l'Espresso stava in via Po, la mia stanza confinava con quella del Principe. Bastava superare un pianerottolo, aprire una porta e sulla sinistra ecco l'ufficio del presidente. Caracciolo c'era e non c'era. Nel senso che non si faceva mai sentire, non convocava nessuno che non fosse il direttore, non chiedeva mai conto a chicchessia di quanto faceva o non faceva. Però lui stava sempre lì: dalla mattina presto alla sera, salvo l'intervallo di mezzogiorno. Per un breve ritorno a casa, un pranzo leggero cucinato da Kemal, il maggiordomo egiziano, una pennichella corta.


Di quella stanza ho un solo ricordo negativo. Risale al giorno successivo all'improvviso e inspiegabile licenziamento di Giulio Anselmi, un buon direttore dell'Espresso, in carica da neppure tre anni. Una vicenda tuttora misteriosa, almeno per me. Che ho già rievocato sul Riformista, dopo la scomparsa di Caracciolo. Quel 21 febbraio 2002 venni convocato dal Principe. Lui sapeva che io sapevo. E con grande cordialità mi chiese che intenzioni avessi dopo la liquidazione di Anselmi.


Gli risposi che era la proprietà a dover decidere. Potevo restare, o limitarmi a scrivere il Bestiario, oppure essere messo alla porta anch'io. Non avevo mai chiesto a nessun editore di darmi un lavoro o di conservarmelo. E non avrei di certo cominciato a farlo alla mia età non più verde.


A quel punto, mi resi conto di avere di fronte un Principe che non conoscevo. Allarmato dalla mia risposta. E preoccupato della mia indifferenza. Un po' affannato, mi garantì che anche con il nuovo direttore, Daniela Hamaui, non sarebbe cambiato nulla, la linea dell'Espresso restava quella di sempre, la linea che era stata di Claudio Rinaldi, poi di Anselmi e l'indomani di Hamaui. E per rassicurarmi, mi porse un po' di fogli e disse: «Leggi qui e te ne convincerai».


Lessi, strabuzzando gli occhi. Era il discorso che il nuovo direttore avrebbe fatto alla redazione nel momento di insediarsi, prima della votazione dell'assemblea dei giornalisti. Stupefatto, chiesi al Principe: «Ma chi l'ha scritta questa roba?». Lui fece un gesto vago, davvero principesco, che voleva dire: l'autore non ha importanza. Non era il primo cambio di direzione che vedevo.


Però non mi era mai capitato di leggere un discorso della corona preparato in anticipo da un fantasma. L'ho raccontato per ricordare, prima di tutto a me stesso, che nessuno è perfetto. E che i principi democratici possono rivelarsi capaci di intrighi non degni del loro lignaggio.


Per di più, Caracciolo era pure un principe di sinistra. Su questo non ci piove. Ma di quale sinistra? Democratica, riformista o estremista? Ciarrapico sostiene: «Sono convinto che, nel segreto dell'urna, Carlo votasse per Rifondazione». Ma Caracciolo, intervistato nel marzo 2008 da Paolo Conti del Corriere della sera, aveva dichiarato che il voto per Bertinotti sarebbe stato un voto «buttato».


Ancora una volta bisogna ricorrere a un testimone d'eccezione, De Benedetti. Ha detto a Valentini: «Caracciolo aveva senz'altro un certa nostalgia per il comunismo. Certamente non per l'Unione Sovietica, ma per l'utopia comunista sì. Quella era la sua stella polare. Non ha mai avuto molte simpatie per ciò che è venuto dopo il Pci: riteneva che quelle esperienze non avessero un solido fondamento, un set stabile di valori. Il suo cuore batteva per il Pci di Berlinguer. Posso dire che Carlo era più a sinistra di me».


Come predicava sempre la mia mitica nonna, tutti i gusti sono gusti. E i gusti principeschi non vanno discussi. Va discussa, invece, la coerenza nei giudizi. Qui c'è un sassolino nella scarpa che voglio togliermi.


Riguarda i miei libri revisionisti sulla guerra civile italiana. Nel libro intervista scritto da Nello Ajello, "L'editore fortunato" (Laterza, settembre 2005), nel ricordare il suo passato di partigiano, Caracciolo aveva detto: «Rispondono al vero, e potei constatarlo di persona, molti degli episodi barbarici che Giampaolo Pansa ha raccontato nei suoi libri. Oltre che veritieri erano inevitabili».


 


Poco più di due anni dopo, il Principe cambiò opinione. Intervistato da Claudio Sabelli Fioretti per la Stampa del 10 gennaio 2008, fu brutale: «Se devo buttare dalla torre Bocca o Pansa, butto Pansa. I suoi ultimi libri non mi piacciono».


Che sublime padrone, il Principe. Mentre l'Espresso presentava i miei libracci revisionisti, si era ben guardato dal dirmi alcunché. Ci ha pensato un po' in ritardo, ma lo ha fatto con la solita schiettezza. Voglio essere altrettanto schietto. E dico che la sorte che gli tocca di questi tempi mi dispiace. Fortunato da vivo, ma sfortunato da morto, il nostro Principe. Sbattuto sui giornali, tra le foto dei figli segreti, le lettere di quelli non riconosciuti, le liti giudiziarie sull'eredità, le rivelazioni di questa o quella signora. Preferisco ricordarlo come lo vidi la prima volta, camminando con lui a passettini, tra i prati dell'Appia Antica. Alle prese con un infarto che si sarebbe presentato altre volte. Bussando alla sua porta come un sicario mandato dall'Onnipotente.


 


in:  http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-2985.htm


 


 





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