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www.lsdi.it del 29/11/08
Francia.
Giovani giornalisti
sempre più poveri
e (anche) no global

E’ in corso la “proletarizzazione” della professione. L’ 80% dei nuovi posti di lavoro si creano su internet, dove i salari dei redattori appena entrati nella professione “non superano i 1.000-1.200 euro al mese, cioè 12.200-14.400 euro all’ anno”, “molto lontani dal grande capitale e molto al di sotto dei salari medi del settore privato”.

Secondo Emmanuel Todd, un noto storico e sociologo francese, la recente evoluzione sociologica della categoria socio-professionale dei giornalisti dà una perfetta fotografia dell’attuale situazione globale delle classi medio-alte. I più giovani, fortemente scolarizzati ma vittime di un reale declassamento sociale attraverso il loro impoverimento economico, «cambiano di campo» e si collegano con le classi medio-basse in un rifiuto politico che si esprime, ad esempio, nel no al trattato di Maastricht e al Referendum europeo.

Una conferma sulla “proletarizzazione” della professione giornalistica viene dalla Francia, in particolare da un saggio di Emmanuel Todd, storico, demografo e sociologo, noto fra l’ altro per un saggio,  Dopo l’impero (2004), in cui profetizzava la «decomposizione del sistema americano» e la rinascita dell’ Europa.


Ora, in « Après la démocratie » (Gallimard), un violento pamphlet contro la “vuotezza abissale” e la “vecchiaia” del sistema politico occidentale, Todd delinea anche un quadro della recente evoluzione del giornalismo professionale e delle ricadute politiche che queste modifiche profonde stanno portando.


Todd rileva, in particolare, come l’ 80% dei nuovi posti di lavoro giornalistico si creano su internet, dove i salari dei redattori appena entrati nella professione “non superano i  1.000-1.200 euro al mese, cioè 12.200-14.400 euro all’ anno”, “molto lontani dal grande capitale e molto al di sotto dei salari medi del settore privato”.


La segnalazione viene da Novovision, il blog di Narvic, che parla di pauperizzazione del giornalismo, spiegando come Todd dedichi un passaggio del suo libro alla recente evoluzione sociologica della categoria socio-professionale dei giornalisti (e alle sue conseguenze politiche), ritenendola una perfetta fotografia dell’ attuale situazione globale delle classe medio-alte. 


In particolare Narvic punta sugli aspetti politici di questa trasformazione.


La linea di frattura generazionale che attraversa oggi il giornalismo – sostiene – caratterizza in realtà l’ insieme delle classi medio-alte, la cui parte più giovane è nel pieno di un forte cambiamento politico. Mentre gli strati più anziani restano favorevoli alla globalizzazione dell’ economia mondiale sotto l’ egida del libero scambio generalizzato, i più giovani, fortemente secolarizzati ma vittime di un reale dec lassamento sociale attraverso il loro impoverimento economico,  « cambiano di campo » e si collegano con le classi medio-basse in un rifiuto politico che non cessa di montare nella società e che si esprime nel no al trattato di Maastricht e al no al  Referendum europeo.


Ma ecco un passaggio del libro di Todd:


La professione del giornalista, che è al centro del sistema culturale contemporaneo, è particolarmente interessante da studiare dal punto di vista sociologico. Il giornalismo è una delle professioni faro dell’ individualismo trionfante: firmare un articolo fa uscire dall’ anonimato. Il mestiere, lo si è visto, mette in scena la morte delle ideologie: per opportunismo o perché provano un attaccamento particolare alla verità, i giornalisti passano da un organo di informazione all’ altro, approfittando delle spaccature partigiane.


Non ci sarà quindi da meravigliarsi se il loro numero sia enormemente aumentato negli ultimi decenni: da 16.919 nel 1980 a 36.148 nel 2004, se si tiene conto del numero dei possessori della ‘carte de presse’. I nuovi giornalisti hanno in Francia, come in Gran Bretagna, un livello di studi molto più alto rispetto a quello che avevano i più anziani. Dal 1988, quasi il 40% di loro hanno diplomi di livello universitario. Mentre, al contrario, il livello di reddito scivola nell’ altro senso, verso il basso. I giovani giornalisti sono ormai, evidentemente, una categoria supersfruttata. Circa l’ 80% dei nuovi posti di lavoro giornalistico si creano nel settore internet, dove i salari dei nuovi assunti non superano i 1000-1200 euro al mese, cioè i 12.200-14.400 euro all’ anno. Siamo molto lontani dal grande capitale e molto al di sotto dei salari medi del settore privato.


Allo sfaldamento dei redditi corrisponde, sul piano politico, una spaccatura nelle posizioni: nel 1992, quando ci fu il referendum su Mastricht,  l’insieme dei giornalisti seguivano gli editorialisti che chiamavano massicciamente a votare sì. Nel 2005, al referendum sulla costituzione europea, i direttori dei giornali e gli editorialisti di più di 50 anni, imperturbabili, continuavano a battersi per l’accettazione, ma una larga maggioranza di giovani giornalisti erano favorevoli al no. Questa opposizione è carica di significato perché non esprime soltanto, semplicemente, un conflitto generazionale, ma ne nasconde un altro, che sta montando, fra capitale e lavoro.


L’errore più grave che potrebbero commettere gli analisti sarebbe di non riconoscere che il vero motore dei cambiamenti rivoluzionari o, più tranquillamente, dei rovesciamenti della struttura sociale è sempre situato all’ interno delle classi medie, centro di gravità in seno a cui si definisce e si organizzano ideologicamente l’ opposizione al vecchio sistema e la definizione di un sistema nuovo. Il mondo popolare partecipa, è chiaro, ma se viene lasciato alle proprie forze è incapace di rovesciare il potere dominante. I veri conflitti di classe oppongono sempre le classi medie alle classi superiori, col popolo che serve alle prime come massa di manovra contro le seconde.


(Emmanuel Todd, Après la démocratie, 2008, Gallimard).


 


Commenta Narvic: Questo libro di Emmanuel Todd costituisce un avvertimento, in un tono piuttosto grave, e il  suo titolo è da prendere alla lettera. «La nostra società è in crisi, rischia di finire male, nel senso dell’impoverimento, dell’ineguaglianza, della violenza, di una vera regressione culturale», sottolinea Todd nell’introduzione…… Bisognerà tornarci su. 





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