SKY. FRT: CON AUMENTO IVA SETTORE TV PERDE 250 MLN. ROMANI: MA SAREBBE IMPRATICABILE UNIFORMARLA AL 10% PER TUTTI.
Roma, 3 dicembre 2008. L'adeguamento dell'Iva al 20% per la pay tv inserito
dal governo nel pacchetto anticrisi rappresenta un "grosso colpo per tutto
il settore televisivo", dal quale "escono fra i 230 e i 250 milioni". E'
l'allarme lanciato da Filippo Rebecchini, presidente della Frt (la
Federazione radio televisioni, che riunisce le emittenti private, nazionali
e locali). Ma il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, ribadisce
che l'Iva agevolata al 10% rappresentava "una grossa sacca di privilegio" e
che sarebbe "impraticabile" l'ipotesi opposta, cioé uniformare al 10%
l'imposta su tutto il settore. L'occasione del confronto è l'assemblea
annuale della Frt, a Roma. Tutta la Federazione - alla quale aderisce tra
l'altro anche la tv satellitare di Rupert Murdoch - si schiera accanto a
Sky: "Lungi dall'entrare nelle polemiche se il raddoppio dell'Iva debba
considerarsi come penalizzazione o come fine di un privilegio - dice
Rebecchini - rileviamo però che il settore nell'insieme riceve un colpo non
indifferente, stimato tra i 230 e i 250 milioni di maggiori oneri fiscali
che graveranno sul sistema, indipendentemente dal fatto che vengano caricati
soltanto sui clienti o in parte anche sulle emittenti. Si tratta di un colpo
durissimo" per un comparto che già paga "gli effetti della crisi finanziaria
e della contrazione della raccolta pubblicitaria". Toni moderati, forse un
po' a sorpresa, anche dal presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, che
all'assemblea parla però come presidente dell'associazione tv nazionali
della Frt: "Qui - spiega - rappresento anche Sky. E' chiaro che Sky fa il
suo interesse, anche se si può discutere dei toni più o meno aggressivi
della campagna. E' una battaglia legittima. Tutti abbiamo usato argomenti di
questo tipo", dice Confalonieri, forse memore dell'autodifesa messa in campo
da Mediaset contro i referendum del 1995. Romani tuttavia ribadisce che la
scelta di adeguare al 20% l'Iva sulla pay tv "é in linea con la risposta
data dal governo Prodi all'Europa, che aveva contestato l'applicazione di
aliquote differenti. Inoltre siamo alla ricerca di risorse, in una
situazione di crisi pazzesca, e abbiamo riscontrato che l'agevolazione
dell'Iva rappresentava una grossa sacca di privilegio". In ogni caso è
"impraticabile" l'ipotesi di allineare l'imposta al 10% per tutto il settore
tv, "dal punto di vista politico, in primo luogo, perché provate a
immaginare cosa succederebbe se il governo Berlusconi riducesse l'Iva sulla
pay per view di Mediaset; ma anche da un punto di vista economico, perché
l'abbassamento dell'Iva creerebbe un buco nella copertura del decreto
anticrisi". Più in generale, per il settore radiotv privato - che nel 2006
rappresentava un giro d'affari di oltre 6 miliardi (5,5 miliardi la tv, 550
milioni circa la radio) e dava lavoro a 16.500 addetti - Rebecchini chiede
sostegno allo Stato, "ma non con interventi a pioggia, bensì in grado di
premiare chi crea occupazione"; "contributi mirati" per il passaggio al
digitale terrestre e "certezze" in vista della realizzazione delle prossime
aree 'all digital', con una "immediata definizione dei piani frequenze da
parte dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni". (ANSA).
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SKY. LETTERA22: EVITARE CHE GIORNALISTI SIANO PERCEPITI COME CASTA.
Roma, 3 dicembre 2008. «Dobbiamo evitare che i giornalisti siano percepiti come l'ennesima casta». Questo il commento di Paolo Corsini, presidente dell'associazione Lettera22, dopo le affermazioni del presidente della Fnsi, Roberto Natale, in difesa di Paolo Mieli e Giulio Anselmi, criticati dal presidente del Consiglio nell'ambito della vicenda dell'Iva per dal presidente Berlusconi. «Non è difendendo a riccio la categoria da qualsiasi critica -sottolinea Corsini- che si tutela la qualità dell'informazione». «I richiami dell'Unione Europea -spiega Corsini- dimostrano che sul caso Sky i fatti erano molto diversi da com'erano stati raccontati in un primo momento da alcuni mezzi di informazione: gli obblighi assunti in sede comunitaria dal governo precedente vanno rispettati per evitare una procedura d'infrazione a danno del nostro Paese». «Dunque un pò di autocritica -continua Corsini- e il rispetto del dovere deontologico di completezza dell'informazione avrebbero giovato alla credibilità della categoria, che le indagini demoscopiche indicano in gravissima crisi. Bisogna certamente difendere il rispetto reciproco tra governo e stampa, fondamentale nella democrazia, ma questo non significa -conclude- emulare altre 'castè pronte a reagire corporativamente ad ogni critica, anche se giustificata». (Adnkronos)