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Lettera di Luciano Mutti
a Franco Abruzzo:
l’attacco di Castelli,
le risposte dei cronisti
(senza convinzione).

Caro Franco, mi rivolgo a te come ultimo baluardo di difesa della professione. Ho assistito ieri sera a uno sconcertante attacco, sia pure di sponda, ai giornalisti da parte del sottosegretario Castelli durante la trasmissione di Michele Santoro. Attacco al quale i giornalisti presenti non hanno saputo rispondere, a mio avviso, con sufficiente convinzione.


Ha detto in sostanza Castelli, con la solita pirotecnica retorica da osteria: Gian Antonio Stella non è legittimato a stigmatizzare gli sprechi della politica perché quadagna tanti soldi, parte dei quali "pubblici" dato che il Corriere della Sera riceve finanziamenti pubblici. Quindi dovebbe rassegnarsi a fare parte dell'allegra confraternita della cuccagna e non stare a rompere tanto. Semplifico, ovviamente, per non scostarmi troppo dalla retorica da osteria alla quale siamo abituati.


Tuttavia occorre sottoloneare:


a) che Stella forse ha guadagnato molto denaro, ma sommando il suo stipendio di giornalista con i diritti che gli sono venuti dalla pubblicazione di libri che hanno avuto uno straordinario favore di mercato.


b) Quanto all'accusa di percepire stipendi  faraonici grazie ai pubblici contributi, sarebbe bene precisare che detti contributi non entrano nella busta paga dei giornalisti, ma vanno agli editori che ne fanno l'uso che credono. Non si può certo assimilare la figura dell'imprenditore con quella del dipendente. La redazione del Corriere non è fatta di persone che fanno baldoria a spese di Pantalone. Sarebbe bene che il sottosegretario si informasse sui compensi di tanti giornalisti, molti dei quali precari, se non abusivi, che lavorano con grande impegno per quattro soldi, qualche volta rischiando la vita, come ci hanno insegnato le cronache. Di loro non si parla mai, come non si parla mai di un contratto scaduto da anni e dei tagli che sta subendo la categoria. Altro che corporazione privilegiata.


c) Sono numerosi i politici che proseguono nella loro consueta attività professionale, traendo vantaggi anche dalla loro posizione pubblica, senza che ciò venga in alcun modo censurato. Perché scandalizzarsi delle doppie entrate di Stella? O ci vogliono tutti con le pezze al culo in modo da essere più facilmente manovrabili?


d) Per il giornalista la critica, seria e documentata, non solo è un diritto, ma un preciso dovere, indipendentemente dal conto in banca. Il nostro mestiere è quello di controllare (essendo, vivaddio pagati per questo) mentre il mestiere dei politici comprende anche l'onere (peraltro bilanciato da ben altre contropartite) di essere controllati ed eventualmente rispondere alle critiche nelle sedi e nei modi più appropriati, senza cercare di invertire i ruoli.


Scusa lo sfogo, ma proprio non se ne può più.


Saluti, Luciano Mutti


Monza, 14 novembre 2008       





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