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Stampa

Step1- periodico telematico
di informazione
sabato 25 ottobre 2008
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una palestra di giornalismo
Università di Catania

Santapaola,
fatto grave
e senza precedenti

La pubblicazione senza alcun commento della lettera del detenuto su 'La Sicilia' ha suscitato indignazione. Sulla correttezza deontologica dell'operazione abbiamo intervistato Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine della Lombardia e esperto della regole della professione: 'Quel quotidiano ha tradito il rapporto di fiducia coi suoi lettori'

di Claudia Campese

La questione della lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del più celebre boss Nitto, pubblicata dal quotidiano "La Sicilia" lo scorso 9 ottobre, è anche – si è detto – una questione di deontologia. Non solo perché l'autore della missiva è un detenuto al 41 bis - che in teoria dovrebbe avere ridotte possibilità di comunicazione con l'esterno – ma per la scelta del quotidiano di non affiancare al testo della lettera né una breve biografia dell'autore – che potesse aiutare il lettore meno preparato a contestualizzarla – né qualsiasi altra nota di commento. Ne abbiamo parlato con Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine regionale della Lombardia (lo è stato per 18 anni) e docente universitario  di Diritto dell'Informazione. Sul suo "Codice dell'Informazione e della Comunicazione" hanno studiato per sostenere l'esame da giornalista migliaia di professionisti in Italia. E sulla deontologia Abruzzo non transige: è una delle sue battaglie personali.


 


Professore, il quotidiano catanese "La Sicilia" ha recentemente pubblicato il testo integrale di una lettera di un detenuto al 41bis, di cognome Santapaola, nuda e cruda. Non sarebbe stata necessaria qualche riga di commento? Un tentativo di contestualizzazione?


Nelle nostre scuole di giornalismo, mi capita spesso di rispondere alla domanda: "Che si intende per giornalismo?". La risposta è "informazione critica legata all'attualità". Se l'articolo 2 della legge 69/1963 sancisce il "diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica", nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L'obiettività non significa neutralità: il giornalista è un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto è tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti.


Nel caso specifico, quindi, era preciso dovere del quotidiano dire chi fosse il mittente della missiva. Non si poteva non riflettere su questa circostanza: Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell'assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una "persona normale", un "uomo qualunque". Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de "La Sicilia" di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell'estensore della lettera.


Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunità nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano il 9 ottobre è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonché protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: "Chi è?".


 


Per quella che è la sua memoria storica, vi sono stati casi simili in precedenza che possano aiutarci a capire?


Ho lavorato 45 anni nei giornali, prima a Cosenza, e poi dal 1962 al 2001 a Milano (Il Giorno e Il Sole 24 Ore). Mi sono occupato di mafia, parlo di Luciano Liggio organizzatore di sequestri di persona nel Nord Italia (con una base operativa anche nella periferia di Catania). Ho seguito negli anni '60 e '70 la prima sezione penale del tribunale di Milano e il tribunale penale di Monza: anche attraverso i processi per diffamazione a mezzo stampa, quei giudici hanno ricostruito la storia del nostro Paese. A Monza in particolare si è parlato anche della strage di Ciaculli e di Tano Badalamenti (confinato alla Canonica Lambro), a Milano non solo della "banda Liggio-Guzzardi". Mai i giornali milanesi hanno taciuto o hanno sottovalutato il fenomeno. Il "crac Sindona", con i suoi risvolti tragici - delitto Ambrosoli soprattutto e poi il suicidio in carcere del banchiere messinese - , è stato raccontato con passione civile e con grande impegno. Quelli erano anche gli anni tragici e sanguinosi del terrorismo rosso e nero. Non è mai accaduta una vicenda simile a quella di Catania 2008.


 


Data l'eccezionalità del caso, quali potrebbero essere le reazioni dell'Ordine dei Giornalisti?


I Consigli dell'Ordine sono chiamati dalla legge professionale e dalle sentenze della Corte costituzionale a vigilare sulla condotta degli iscritti e anche sulle condotte omissive degli iscritti, che, con i loro "omissis", minano i principi della buona fede e della lealtà verso i lettori nonché il rapporto di fiducia che deve esistere tra stampa e cittadini. Il giudice disciplinare amministrativo è l'Ordine regionale. Il Consiglio nazionale è giudice disciplinare amministrativo d'appello. In caso di inerzia, il Consiglio nazionale, informato, potrebbe decidere di affidare il procedimento a un altro Consiglio regionale.


 


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www.newslinet.it -27/10/2008 14:01:06 - “La Sicilia” pubblica la lettera del boss Santapaola jr dal 41 bis. Franco Abruzzo: “Fatto grave e senza precedenti” . Continua a far discutere la scelta del quotidiano catanese di pubblicare una lettera aperta del figlio del boss “Nitto” Santapaola, senza citarne la biografia, come se fosse un “uomo qualunque” 


 


 “Voglio vivere una vita da uomo qualunque”. Con queste parole si concludeva la lettera aperta che Vincenzo Santapaola (foto), detto “Enzo”, figlio del celebre boss “Nitto” Santapaola, ha inviato dal carcere al quotidiano catanese “La Sicilia” e che questi ha pubblicato lo scorso 9 ottobre. Dimenticando di ricordare chi è Enzo Santapaola, e perché non solo si trova in carcere, ma è soggetto al regime di 41 bis, il carcere duro riservato ai detenuti per reati di criminalità organizzata, terrorismo ed eversione.


Il numero del 9 ottobre de “La Sicilia” aveva riportato, dicevamo, una lettera aperta dal carcere in cui Santapaola Jr professava non solo la propria innocenza rispetto ai reati gravissimi di cui è accusato ma lamentava l’ingiusta detenzione in regime di 41 bis che, a suo dire, sarebbe un “41 bis ingiusto”. Il fatto era immediatamente balzato agli onori della cronaca come una possibile grave violazione deontologica che il quotidiano diretto da Mario Ciancio Sanfilippo avrebbe commesso. Questi si era subito difeso sostenendo che il Gip responsabile aveva dato il permesso alla pubblicazione della lettera, ma pochi giorni dopo, il 13 ottobre, lo stesso Gip aveva preso le distanze, negando d’aver concesso qualsiasi autorizzazione.


La pubblicazione della lettera ha destato non poche perplessità nel mondo dell’informazione. In primis, perché un detenuto in regime di 41 bis non potrebbe avere contatti di questo genere con il mondo esterno. E, in secondo luogo, perché la lettera è stata inspiegabilmente pubblicata senza il benché minimo richiamo alla cruenta biografia di Santapaola Jr, e senza una precisa spiegazione del perché una difesa senza contraddittorio di un boss sanguinario dovesse essere pubblicata su uno dei quotidiani più diffusi in Sicilia. Franco Abruzzo, presidente per 18 anni dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, docente di Diritto dell’informazione all’Università degli Studi di Milano Bicocca e uno dei massimi esperti in Italia delle regole della professione giornalistica, lo ha definito, in una breve intervista per il periodico telematico d’informazione “Step1”, “un fatto grave e senza precedenti”, perché, sostiene Abruzzo, il giornalismo “è informazione critica legata all'attualità. Se l’articolo 2 della legge 69/1963 sancisce il “diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica”, nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L'obiettività non significa neutralità: il giornalista è un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto è tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti”. Nel caso specifico, “era preciso dovere del quotidiano precisare chi fosse il mittente della missiva. […]Non si discute il diritto e il potere del direttore de “La Sicilia” di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell'estensore della lettera”. Dal momento che “La Sicilia” ha “dimenticato” di citarne la biografia, proviamo noi a fare una breve carrellata sulla “carriera” di quest’ “uomo qualunque” che è Vincenzo Santapaola. “Enzo” è il figlio primogenito del boss capomafia Benedetto, detto “Nitto”, Santapaola. Arrestato per la prima volta nel dicembre del 1992, assieme al fratello minore Francesco, e scarcerato per ordine del Tribunale del riesame, Enzo è stato arrestato nuovamente appena un anno dopo, destinatario di un ordine di arresto per l'operazione 'Orsa maggiore'. Resosi irreperibile, fu catturato il 14 gennaio 1994 e rimesso in libertà tre anni più tardi. Arrestato nuovamente nell’agosto 1999 nel quadro dell’inchiesta “Orione 2”, indagine che fece luce sui contrasti interni a Cosa nostra che provocarono la sanguinosa lotta tra i “falchi” Corleonesi e le “colombe” guidate da “Nitto” Santapaola. Nuovamente in libertà, fu arrestato un'altra volta nel 2006, scarcerato e riarrestato. Vanta anche un’assoluzione nel processo per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, padre dell’europarlamentare del Pd, Claudio Fava, che in questi giorni ha espresso tutta la sua disapprovazione per la pubblicazione della lettera.


Questo è Vincenzo Santapaola. Ora, è giusto pubblicarne l’arringa difensiva senza un contraddittorio e senza il minimo accenno alla sua biografia? Secondo Abruzzo, il Consiglio dell’Ordine regionale dei giornalisti ha il dovere di prendere dei provvedimenti nei confronti del quotidiano responsabile della pubblicazione. “Il giudice disciplinare amministrativo è l'Ordine regionale – dice Abruzzo - I Consigli dell'Ordine sono chiamati dalla legge professionale e dalle sentenze della Corte costituzionale a vigilare sulla condotta degli iscritti e anche sulle condotte omissive degli iscritti, che, con i loro "omissis", minano i principi della buona fede e della lealtà verso i lettori nonché il rapporto di fiducia che deve esistere tra stampa e cittadini”. Qualora questo non accadesse? “Il Consiglio nazionale è giudice disciplinare amministrativo d'appello. In caso di inerzia, il Consiglio nazionale, informato, potrebbe decidere di affidare il procedimento a un altro Consiglio regionale”. Ma, nel frattempo, il diritto dei cittadini ad un’informazione completa e non tendenziosa, è già stato ampiamente calpestato. (Giuseppe Colucci per www.newslinet.it)


 


 




 





 


 


 


 


 





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