"Egregio Direttore, nell'articolo dal titolo "Buon giornalismo e cassetti
rovistati" pubblicato sul Corriere di ieri, Piero Ostellino, prendendo
spunto dalle polemiche sulla pubblicazione delle intercettazioni
telefoniche, traccia un profilo negativo dei cronisti e del loro lavoro. Le
scrivo per offrire ai lettori del Corriere una prospettiva diversa così che
possano farsi un'opinione ragionata essendo informati anche dei risvolti
positivi del nostro ruolo.
Ostellino, solipsisticamente, conclude l'articolo intimando di non replicare
alle sue affermazioni perché chi lo facesse proverebbe soltanto 'che la sua
capacità di capire è davvero limitata'. Non contesto le sue opinioni, offro
una lettura diversa.
Anche se devo denunciare un 'trucco': Ostellino critica i cronisti italiani,
poi afferma che in Gran Bretagna i giornali popolari sono pieni di
spazzatura, poi, senza alcuna soluzione di continuità, riparla degli
italiani. Quanti lettori avveduti sono stati in grado di comprendere la
malizia di come è stato costruito quel periodo?
I cronisti italiani non sono la rovina del mondo: hanno, come tutti, colpe e
responsabilità, ma mediamente sono abbastanza onesti ed eticamente motivati.
Il loro impegno ha prodotto e produce più risultati positivi di quelli
negativi. Certo, spesso sbagliano, ma anche perché scrivono di cose che
stanno accadendo, non di storia. Se ancora non c'è la certezza giudiziaria
che a commettere il primo omicidio della storia umana è stato Caino, si può
condannare un cronista che sbaglia la ricostruzione del delitto avvenuto il giorno prima?
Senza la libertà di stampa e l'esercizio coraggioso e determinato del
diritto-dovere di cronaca, la nostra società sarebbe peggiore, più chiusa,
più ingiusta. È per questo che i cronisti, sono protesi a difendere
strenuamente l'autonomia dell'informazione da tutti coloro che cercano di
negarla o di piegarla ai propri interessi: criminalità organizzata e comune,
potenti di ogni genere, legislatori occupati più a creare ostacoli al
racconto della verità che a favorirlo, magistrati inquirenti che pretendono
di regolare il rubinetto dell'informazione.
L'Unci è impegnata in prima fila nella battaglia contro il disegno di legge
del governo sulle intercettazioni che ha lo scopo di impedire ai cittadini
di essere informati per anni sulle inchieste giudiziarie, soprattutto quelle
che riguardano politici, affaristi, finanzieri. E lotta con determinazione
contro le continue intimidazioni all'esercizio del diritto di cronaca che
vengono dalla magistratura: numerosi colleghi del Corriere sono stati, anche
ripetutamente, bersaglio di perquisizioni immotivate.
Lo scorso 3 maggio l'Unci ha celebrato in Campidoglio la Giornata del
Ricordo dei cronisti uccisi da mafia, camorra e terrorismo: Giuseppe Alfano,
Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario
Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni
Spampinato, Walter Tobagi, e ricordato tutti gli altri giornalisti morti per
garantire la libertà di stampa. Non si viene uccisi se non si compie un
lavoro di un certo tipo e lo si fa con coraggio. Ugualmente posso dire per
Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e le decine di cronisti di periferia che
nella loro attività quotidiana subiscono minacce, intimidazioni, violenze.
Vi è un'altra essenziale funzione del cronista: quella di unico appiglio a
cui possono aggrapparsi tutti coloro che non hanno la forza di far sentire
la loro voce. Quando un qualsiasi cittadino subisce un torto (che sia la
negazione di una licenza o lo scavalcamento in una graduatoria), una
prepotenza, quando la sua strada è piena di buche, quando gli spacciatori e
le prostitute impediscono ai suoi figli di passare sul marciapiedi sotto
casa, cosa fa il cittadino? Chiama un giornale, una televisione, una radio.
Chiede aiuto ai cronisti perché sa che sono gli unici disponibili e pronti
ad aiutarlo in modo disinteressato. Che rivelando la sua storia c'è la
speranza che qualcuno la risolva.
Un'ultima osservazione: è ricorrente l'affermazione che non esiste più
giornalismo d'inchiesta e denuncia, che i cronisti abbiano abdicato al loro
ruolo e si accontentino di passare i comunicati; soprattutto tra i
giornalisti si rimpiangono spesso 'quei tempi in cui si faceva giornalismo
sul serio'. Ogni periodo storico ha le sue caratteristiche. Ma l'Unci
bandisce da 34 anni il Premio Cronista. Ogni anno partecipano decine di
cronisti di tutta Italia: sono giovani preparati, motivati, determinati. La
professione la fanno davvero e la rinnovano continuamente. Dimostrano che
finché ci sono i cronisti il giornalismo italiano mantiene fede alla sua
missione: raccontare la verità sostanziale dei fatti. Nonostante tutto e
nonostante tutti. Grazie per l'attenzione,
Guido Columba - Presidente Unci
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Corriere della Sera del 27/9/2008
Buon giornalismo e cassetti rovistati
di Piero Ostellino
Lo dico senza intenzioni polemiche e, tanto meno, con malanimo, nei
confronti dei colleghi cronisti che scavano nelle vite di personaggi della
politica, o dello spettacolo, alla ricerca di vizi privati a fronte delle
loro pubbliche virtù. Ciascuno fa il proprio mestiere, come sa e come meglio
crede, e ogni mestiere, nella società dei consumi, ha una sua legittima
ragione d'essere. Nella fattispecie, vendere più copie dei giornali. I
cosiddetti 'popolari' della civilissima Gran Bretagna sono pieni non solo di
pettegolezzi, ma anche di autentica spazzatura. Se, poi, quegli stessi
cronisti ne traggono fama professionale, comparsate televisive e anche
quattrini, buon per loro; non sarò io a sollevare improbabili questioni
deontologiche e a gridare allo scandalo. Contenti i lettori, gli editori, i
direttori di giornali, contenti tutti.
Ma a condizione di sapere bene quali ne sono i limiti. Se un grande giornale
di informazione e di opinione - come sono, o dovrebbero essere, almeno
alcuni dei nostri quotidiani - si riducesse unicamente a rovistare nei
cassetti, e a pubblicare tutto quello che ci trova, trascurando la propria
funzione di interprete della fenomenologia politica, economica e sociale, il
suo non sarebbe più giornalismo, ma scandalismo. La realtà è assai più
complessa delle descrizioni che ne fanno gli 'ismi' giornalistici - dal nome
dei cronisti diventati più noti - e, in politica, il moralismo di grana
grossa del dipietrismo. Per favore, apprezziamo, allora, per quello che è,
il loro lavoro di scavo, ma non confondiamolo col giornalismo anglosassone
di inchiesta; tanto meno spacciamo dei bravi cronisti per 'maestri del
pensiero'. Non ne hanno né la forma mentale, né la cultura. E rischiano, in
questa veste, di essere più di danno alla credibilità del giornalismo, e al
miglioramento del Paese, che di una qualche utilità.
Se di Winston Churchill si fosse solo scritto che tracannava litri di
champagne e, spesso, era brillo; che affumicava, senza ritegno, il suo
prossimo col suo sigaro; che era infantilmente irascibile e prepotente, non
si sarebbe fatto un buon servizio alla vera statura del personaggio e alla
verità storica. Non c'è dubbio, infatti, che egli sia più meritevole
d'essere ricordato per aver contribuito a salvare dal nazismo il suo Paese,
nella Seconda guerra mondiale, e per aver denunciato i pericoli del
comunismo, nell'immediato dopoguerra, col discorso sulla calata di una
'cortina di ferro' fra mondo libero e mondo sovietico, che per i suoi vizi
privati. È nota, del resto, la risposta dello stesso Churchill a una
parlamentare laburista che lo accusava proprio di essere un ubriacone: “Cara
collega, se io sono ubriaco, lei è brutta. Ma, domani, io sarò sobrio”. Mi
aspetto, ora, che qualcuno degli 'ismi' se ne abbia a male e mi accusi di
voler proteggere i mascalzoni. Non lo faccia. Proverebbe solo che la sua
capacità di capire è davvero limitata quando le cose si fanno un po' più
articolate e complesse. Come volevasi dimostrare.