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Stampa

L’Unci a Paolo Mieli:
“I cronisti italiani non
sono la rovina del
mondo: hanno, come
tutti, colpe e
responsabilità, ma
mediamente sono
abbastanza onesti ed
eticamente motivati”.

Risposta del presidente dell’Unione cronisti all’opinione di Piero Ostellino dal titolo "Buon giornalismo e cassetti rovistati" pubblicata nell’edizione del “Corriere della Sera “ del 27 settembre 2008 (e riportata integralmente in coda)

"Egregio Direttore, nell'articolo dal titolo "Buon giornalismo e cassetti


rovistati" pubblicato sul Corriere di ieri, Piero Ostellino, prendendo


spunto dalle polemiche sulla pubblicazione delle intercettazioni


telefoniche, traccia un profilo negativo dei cronisti e del loro lavoro. Le


scrivo per offrire ai lettori del Corriere una prospettiva diversa così che


possano farsi un'opinione ragionata essendo informati anche dei risvolti


positivi del nostro ruolo. 


Ostellino, solipsisticamente, conclude l'articolo intimando di non replicare


alle sue affermazioni perché chi lo facesse proverebbe soltanto 'che la sua


capacità di capire è davvero limitata'. Non contesto le sue opinioni, offro


una lettura diversa. 


Anche se devo denunciare un 'trucco': Ostellino critica i cronisti italiani,


poi afferma che in Gran Bretagna i giornali popolari sono pieni di


spazzatura, poi, senza alcuna soluzione di continuità, riparla degli


italiani. Quanti lettori avveduti sono stati in grado di comprendere la


malizia di come è stato costruito quel periodo? 


I cronisti italiani non sono la rovina del mondo: hanno, come tutti, colpe e


responsabilità, ma mediamente sono abbastanza onesti ed eticamente motivati.


Il loro impegno ha prodotto e produce più risultati positivi di quelli


negativi. Certo, spesso sbagliano, ma anche perché scrivono di cose che


stanno accadendo, non di storia. Se ancora non c'è la certezza giudiziaria


che a commettere il primo omicidio della storia umana è stato Caino, si può


condannare un cronista che sbaglia la ricostruzione del delitto avvenuto il giorno prima? 


Senza la libertà di stampa e l'esercizio coraggioso e determinato del


diritto-dovere di cronaca, la nostra società sarebbe peggiore, più chiusa,


più ingiusta. È per questo che i cronisti, sono protesi a difendere


strenuamente l'autonomia dell'informazione da tutti coloro che cercano di


negarla o di piegarla ai propri interessi: criminalità organizzata e comune,


potenti di ogni genere, legislatori occupati più a creare ostacoli al


racconto della verità che a favorirlo, magistrati inquirenti che pretendono


di regolare il rubinetto dell'informazione. 


L'Unci è impegnata in prima fila nella battaglia contro il disegno di legge


del governo sulle intercettazioni che ha lo scopo di impedire ai cittadini


di essere informati per anni sulle inchieste giudiziarie, soprattutto quelle


che riguardano politici, affaristi, finanzieri. E lotta con determinazione


contro le continue intimidazioni all'esercizio del diritto di cronaca che


vengono dalla magistratura: numerosi colleghi del Corriere sono stati, anche


ripetutamente, bersaglio di perquisizioni immotivate. 


Lo scorso 3 maggio l'Unci ha celebrato in Campidoglio la Giornata del


Ricordo dei cronisti uccisi da mafia, camorra e terrorismo: Giuseppe Alfano,


Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario


Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni


Spampinato, Walter Tobagi, e ricordato tutti gli altri giornalisti morti per


garantire la libertà di stampa. Non si viene uccisi se non si compie un


lavoro di un certo tipo e lo si fa con coraggio. Ugualmente posso dire per


Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e le decine di cronisti di periferia che


nella loro attività quotidiana subiscono minacce, intimidazioni, violenze. 


Vi è un'altra essenziale funzione del cronista: quella di unico appiglio a


cui possono aggrapparsi tutti coloro che non hanno la forza di far sentire


la loro voce. Quando un qualsiasi cittadino subisce un torto (che sia la


negazione di una licenza o lo scavalcamento in una graduatoria), una


prepotenza, quando la sua strada è piena di buche, quando gli spacciatori e


le prostitute impediscono ai suoi figli di passare sul marciapiedi sotto


casa, cosa fa il cittadino? Chiama un giornale, una televisione, una radio.


Chiede aiuto ai cronisti perché sa che sono gli unici disponibili e pronti


ad aiutarlo in modo disinteressato. Che rivelando la sua storia c'è la


speranza che qualcuno la risolva. 


Un'ultima osservazione: è ricorrente l'affermazione che non esiste più


giornalismo d'inchiesta e denuncia, che i cronisti abbiano abdicato al loro


ruolo e si accontentino di passare i comunicati; soprattutto tra i


giornalisti si rimpiangono spesso 'quei tempi in cui si faceva giornalismo


sul serio'. Ogni periodo storico ha le sue caratteristiche. Ma l'Unci


bandisce da 34 anni il Premio Cronista. Ogni anno partecipano decine di


cronisti di tutta Italia: sono giovani preparati, motivati, determinati. La


professione la fanno davvero e la rinnovano continuamente. Dimostrano che


finché ci sono i cronisti il giornalismo italiano mantiene fede alla sua


missione: raccontare la verità sostanziale dei fatti. Nonostante tutto e


nonostante tutti.  Grazie per l'attenzione,


Guido Columba -  Presidente Unci


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Corriere della Sera del 27/9/2008


Buon giornalismo e cassetti rovistati


 


di Piero Ostellino 


Lo dico senza intenzioni polemiche e, tanto meno, con malanimo, nei


confronti dei colleghi cronisti che scavano nelle vite di personaggi della


politica, o dello spettacolo, alla ricerca di vizi privati a fronte delle


loro pubbliche virtù. Ciascuno fa il proprio mestiere, come sa e come meglio


crede, e ogni mestiere, nella società dei consumi, ha una sua legittima


ragione d'essere. Nella fattispecie, vendere più copie dei giornali. I


cosiddetti 'popolari' della civilissima Gran Bretagna sono pieni non solo di


pettegolezzi, ma anche di autentica spazzatura. Se, poi, quegli stessi


cronisti ne traggono fama professionale, comparsate televisive e anche


quattrini, buon per loro; non sarò io a sollevare improbabili questioni


deontologiche e a gridare allo scandalo. Contenti i lettori, gli editori, i


direttori di giornali, contenti tutti. 


Ma a condizione di sapere bene quali ne sono i limiti. Se un grande giornale


di informazione e di opinione - come sono, o dovrebbero essere, almeno


alcuni dei nostri quotidiani - si riducesse unicamente a rovistare nei


cassetti, e a pubblicare tutto quello che ci trova, trascurando la propria


funzione di interprete della fenomenologia politica, economica e sociale, il


suo non sarebbe più giornalismo, ma scandalismo. La realtà è assai più


complessa delle descrizioni che ne fanno gli 'ismi' giornalistici - dal nome


dei cronisti diventati più noti - e, in politica, il moralismo di grana


grossa del dipietrismo. Per favore, apprezziamo, allora, per quello che è,


il loro lavoro di scavo, ma non confondiamolo col giornalismo anglosassone


di inchiesta; tanto meno spacciamo dei bravi cronisti per 'maestri del


pensiero'. Non ne hanno né la forma mentale, né la cultura. E rischiano, in


questa veste, di essere più di danno alla credibilità del giornalismo, e al


miglioramento del Paese, che di una qualche utilità. 


Se di Winston Churchill si fosse solo scritto che tracannava litri di


champagne e, spesso, era brillo; che affumicava, senza ritegno, il suo


prossimo col suo sigaro; che era infantilmente irascibile e prepotente, non


si sarebbe fatto un buon servizio alla vera statura del personaggio e alla


verità storica. Non c'è dubbio, infatti, che egli sia più meritevole


d'essere ricordato per aver contribuito a salvare dal nazismo il suo Paese,


nella Seconda guerra mondiale, e per aver denunciato i pericoli del


comunismo, nell'immediato dopoguerra, col discorso sulla calata di una


'cortina di ferro' fra mondo libero e mondo sovietico, che per i suoi vizi


privati. È nota, del resto, la risposta dello stesso Churchill a una


parlamentare laburista che lo accusava proprio di essere un ubriacone: “Cara


collega, se io sono ubriaco, lei è brutta. Ma, domani, io sarò sobrio”. Mi


aspetto, ora, che qualcuno degli 'ismi' se ne abbia a male e mi accusi di


voler proteggere i mascalzoni. Non lo faccia. Proverebbe solo che la sua


capacità di capire è davvero limitata quando le cose si fanno un po' più


articolate e complesse. Come volevasi dimostrare. 


 


 


 


 





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