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Repubblica.it del 6 ottobre 2008
Media-trek di Ernesto Assante

Microgiornalismo

La novità, da qualche tempo, è quella di un giornalismo fatto di pezzi brevi o brevissimi, scritti in tempo reale o in forma di diario, che ha il suo strumento d’espressione principale nei blog. Questo almeno fino a ieri. Perché oggi la nuova frontiera è il “microgiornalismo”, è quella degli sms inviati dai propri telefoni cellulari in tempo reale.

La copertura mediatica delle elezioni negli Stati Uniti D’America sta offrendo alcuni spunti interessanti sui cambiamenti in corso nel mondo dell’informazione dovuti all’avvento delle nuove tecnologie. Non sono, infatti, soltanto le grandi testate giornalistiche, sia nazionali che locali, le televisioni e le radio, a seguire la sfida tra il candidato democratico e quello repubblicano: sempre di più il pubblico statunitense per informarsi prova a scegliere fonti nuove, provenienti dal web e, ora, anche dai telefoni cellulari. La novità, da qualche tempo, è quella di un giornalismo fatto di pezzi brevi o brevissimi, scritti in tempo reale o in forma di diario, che ha il suo strumento d’espressione principale nei blog. Questo almeno fino a ieri. Perché oggi la nuova frontiera è il “microgiornalismo”, è quella degli sms inviati dai propri telefoni cellulari in tempo reale.


Il New York Times, qualche tempo fa ha pubblicato un articolo raccontando la “nascita” del microgiornalismo, immortalata nel successo nell’uso di un sito di social networking, Twitter, da parte di un giornalista, John Dickerson, capo dell’informazione politica di Slate, che da qualche tempo invia sul sito i suoi commenti attraverso gli sms, 140 caratteri in tutto, aggiornandoli quando vuole, nel corso della campagna elettorale. E’ Dickerson stesso a spiegare i motivi del successo dei suoi “reportage” di due righe l’uno: “Sono più autentici, vengono dal cuore degli avvenimenti”. L’aneddoto che il cronista del New York Times Noam Cohen riporta per spiegare l’avvento del microgiornalismo è proprio un brevissimo sms di Dickerson postato su Twitter il 5 gennaio che recitava: “Ho appena visto Bill O’Reilly maltrattare uno degli uomini di Obama”. La notizia della lite tra il reporter della Fox News O’Reilly e uno degli “aide” di Barack Obama è circolata, dopo la pubblicazione su Twitter, per una giornata intera, finendo in una breve del New York Times il giorno seguente. Una notizia trasmessa in meno di 140 caratteri dal telefono blackberry di John Dickerson, presente alla scena. Dickerson è uno di quei giornalisti che si può definire un “pioniere” della nuova informazione, cresciuto nella redazione del magazine Time, e passato dalla stampa ai blog, fino ad approdare ai messaggi di testo di sole due righe. Accanto a lui si stanno affermando altri “microgiornalisti”, prima fra tutte Ana Marie Cox, del Time, o Marc Ambinder di The Atlantic, che come Dickerson hanno iniziato a usare Twitter per proporre i loro testi di due righe. Certo, due righe non sono molte, e pongono evidenti limti di stile e di contenuto ai giornalisti che decidono di utilizzare l’sms come strumento d’informazione. “I limiti sono evidenti”, dice Ana Marie Cox, “ma anche i pregi. I piccoli post su Twitter catturano l’atmosfera, il momento, l’eccitazione degli eventi che stiamo seguendo, meglio di molti resoconti scritti a freddo”. Ma siamo ancora, ovviamente, nel campo della sperimentazione, nel quale ognuno prova a dare un senso al nuovo strumento secondo regole proprie. Anche Olivier Knox della France Press, ha da poco iniziato a usare Twitter e gli sms: “Per ora è tutto più personale che professionale”, ma è proprio questa “personalità” a fare la differenza. I giornalisti, in realtà, hanno solo aggiornato professionalmente quello che già il pubblico produce da tempo, informazione in tempo reale “user generated” che si trova in tutti i principali siti di “social community”, siano per immagini come Flickr, siano personali come Facebook o MySpace, o quelli di microblogging come il già citato Twitter e il suo concorrente Jaiku (che ha così successo da essere stato acquistato da Google). E’ possibile che i microgiornalismo abbia successo? Non è improbabile, soprattutto se si pensa che lo spazio lasciato libero dai media generalisti, che puntano ad un pubblico medio, indistinto e estremamente ampio, è notevole e che già i blog hanno conquistato un pubblico e un successo di tutto rispetto (l’Huffington Post, ad esempio, si è da tempo trasformato in una testata autorevole e accreditata).


Oltretutto il giornalismo via sms punta a nicchie spesso abbandonate dalla grande informazione, nicchie che possono garantire grande fedeltà di lettura e di supporto. L’altra ragione è economica: produrre giornalismo con gli sms costa poco, distribuirlo tramite i siti di social networking costa ancora meno. La grande informazione raggiunge milioni di persone ma è estremamente costosa, il successo garantisce profitti spesso marginali, mentre i fallimenti causano perdite enormi. Non sorprende, dunque, che il “managing editor” del Time dica: “Cosa penso del microgiornalismo? Perché no? Più esposizione ho dei giornalisti del Time meglio è”. Il microgiornalismo soppianterà il giornalismo tradizionale? No, sicuramente no. Ma di certo il giornalismo sta cambiando: le storie “user generated”, i reportage diffusi attraverso i blog, il microgiornalismo via sms, sono elementi di un cambiamento che è in atto, che già è tra noi.





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