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Stampa

Intervento.
La proposta di “riforma
della legge dell’Ordine”
elaborata da un gruppo
elitario (Consiglio nazionale).
La base esclusa dal dibattito.

di Ezio Chiodini
presidente del Collegio dei revisori dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Mercoledì 15 ottobre, fra i dolci profumi di limoni e le delicatezze della cucina locale, a Positano, perla della splendida riviera amalfitana, i Nostri (cioè i numerosi, troppi consiglieri dell’Ordine nazionale) si riuniranno per varare la riforma dell’Ordine. Cioè per decidere quale sarà la struttura  futura dell’ente che deve  regolare – ed eventualmente  sanzionare – l’attività di tutti i giornalisti italiani.


La  bozza è pubblicata  sul sito dell’Ordine nazionale e su un paio di altri siti che si occupano di giornalismo e giornalisti. Una bozza un po’ clandestina, insomma, e dopo una sommaria lettura si può concludere che si tratta di “acqua fresca”. Si tratta di una bozza che si è limitata a mettere  un po’ di belletto alla versione attualmente in vigore,  ma nulla di sostanziale che tenga conto di che cosa è ed è diventato il giornalismo in Italia e di che cosa significhi, oggi, essere e fare il giornalista.


Del resto non poteva che essere così. Una riforma voluta e discussa da pochi, predisposta a tavolino con l’arroganza di chi crede di essere sempre nel giusto e nel vero, non poteva che nascere monca e superata prima ancora di essere varata.


Non ho gli elementi per giudicare nei dettagli una riforma ancora non ufficialmente varata ma, al di là di come sarà la versione definitiva, posso però dire che si tratta di una riforma “imposta”, voluta ed elaborata da pochi (pochissimi) con assoluto disprezzo (mi si perdoni questa dura accusa) dei giornalisti italiani, che di fatto sono stati tenuti all’oscuro di tutto ciò. Può una riforma calare dall’alto senza alcun dibattito, senza aver sentito la base, senza aver preso atto di osservazioni e istanze motivate? Può tutto ciò accadere in una categoria che la retorica definisce “guardiana del sistema”? No, a mio avviso non può. E i giornalisti non possono accettare un metodo autoritario e niente affatto trasparente, anche se perfettamente legale, beninteso.  Però, secondo un concetto di legalità statutaria che nella prassi nega la democrazia.


Ogni riforma è frutto di un cambiamento culturale, si impone per adeguarsi alla nuova realtà e alla nuova cultura. Ebbene, a mio parere, questa riforma nasce vecchia perché vecchia è la cultura cui fa riferimento e vecchio è il metodo che ha portato alla sua formulazione.


Ho forse torto?


................................................................................................


In: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=2541


Ordine dei giornalisti:


la riforma va avanti.


Accesso via università.


Stretta sui pubblicisti.


                                             


IN allegato IL DOCUMENTO


DI INDIRIZZO PER LA


RIFORMA DELL’ORDINE +


la cronaca del dibattito al Cn


(16 e 17 settembre 2008)


 





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