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MEMORIA
GIORNALISTI
NELLA
STORIA.
I NOSTRI MARTIRI.

Giuseppe Fava
Dimostrò che la mafia
a Catania
era un sistema di potere

La Verità di Pippo Fava  “rivisitato”. La mafia a Catania come sistema di potere. Questa l'intuizione di Giuseppe Fava, l'unico morto di mafia a Catania. Per il "Sistema" fin lì (1980) la mafia era a Palermo e quella catanese era solo delinquenza comune.  Il Giornale del Sud, unico esempio di giornalismo libero in una Città, nella quale la stampa partecipa al Sistema, preoccupò la proprietà. Alla fine lo licenziarono: quel giornale era nato per portare acqua al "Sistema", convinti che il denaro avrebbe piegato anche lui: tutto un malinteso, per i proprietari, una conferma per Pippo Fava. Sì, aveva visto giusto.

Si mise in proprio e con alcuni ragazzini, fra i quali il figlio Claudio, fondò il mensile I Siciliani. Davvero convinto che la Verità potesse avere cultori, e che bastasse essere nel giusto, si buttò a capofitto sul ventre molle di una Città strana.


Nitto Santapaola ne decretò la morte. Fu freddato la sera del 5 gennaio 1984. Come accolsero Drago & Co. la notizia? Con una minaccia: continuate così che se i Cavalieri del lavoro si trasferiranno altrove, tornerete ad essere i pezzenti di sempre. "La mafia a Catania non esiste" faceva eco il quotidiano locale. La morte di Pippo Fava fu subito rimossa come la cattiva coscienza: no, morì per questioni di corna. Per dieci anni fu un depistaggio continuo. Anche il conto corrente fu setacciato. Ne raccolse l'eredità morale il figlio Claudio. Freddo, lucido, quanto distruttivo: il Sistema tremò.Diede addosso al quotidiano locale, perché convinto che con la morte del padre c'entrasse: ammutolirono, corteggiavano, ma la risposta era sempre maschia e sdegnosa. Mai che si fosse aperto ad un sorriso: freddo, lucido, distruttivo fece sperare la Città. Ora è solo un eurodeputato. Unico consigliere comunale con l'e.mail chiusa. Si aprirà in campagna elettorale :)


 


***

La redazione de "I SICILIANI"

Ancora una volta la mafia ha colpito un uomo che lottava per il bene di tutti. Noi non sappiamo ancora quali specifici settori di essa e quali specifici interessi si siano sentiti più direttamente minacciati dal lavoro che Giuseppe Fava portava avanti alla testa di questo giornale. Sappiamo però quali argomenti non sono mai mancati dalle pagine de "I SICILIANI": la crescente e troppo a lungo sottovalutata potenza delle famiglie mafiose catanesi; il flusso di denaro pubblico dalle casse delle istituzioni regionali a quelle dei salotti equivoci o addirittura mafiosi; il pericolo, non solo di guerra ma anche di rafforzamento della presenza mafiosa, portato dall’introduzione delle basi nucleari; la necessità, segnalata a suo tempo dal generale Dalla Chiesa, di far luce sulle fortune dei principali imprenditori catanesi; le connessioni, ormai ben più che occasionali fra mafia e politica. Su tutti questi argomenti, a nostro avviso, non mancheranno d’ investigare i responsabili delle indagini di questo delitto; quanto a noi, continueremo a farlo al centro del nostro lavoro, che proseguirà regolarmente.


Ringraziamo tutti coloro che hanno voluto esprimerci la loro solidarietà in questo momento; e soprattutto coloro la cui solidarietà vorrà tradursi, tempo a venire, in concreta mobilitazione e lotta contro la mafia. La Sicilia dei lavoratori, dei giovani, delle donne, delle persone oneste combatte già da ora la sua battaglia. Il nostro direttore non ha avuto paura di esserne la voce, di raccogliere e di dare espressione a ciò che ogni siciliano sa e troppo spesso non può dire. 


E’ una ben esigua minoranza, nel mondo del giornalismo siciliano, quella che realmente e senza compromessi tiene testa alla mafia: esigua, ma capace tuttavia di esprimere i Mauro De Mauro, i Mauro Francesco, i Giuseppe Fava. Su questa minoranza il popolo siciliano potrà sempre contare, in qualunque circostanza e a qualunque prezzo.


 

La cooperativa Teatro Alfa

Poche ore sono passate perché si possa serenamente dire, pensare, qualche cosa o emettere comunicati. Noi vogliamo ricordare il nostro presidente, il compagno, l’amico, il fratello non con tutto ciò che s’era fatto insieme, ma con l’ultima ennesima, iniziativa che si andava a realizzare: uno spettacolo teatrale da portare in giro per tutta l’estate a cominciare da Taormina nell’ambito di Taormina Arte. Degli ultimi incontri c’è rimasto per ora soltanto questa nota sull’ appuntamento


Telefonico: chiusi nel suo cassetto sono rimasti tutti gli altri appunti, compreso lo schizzo di prima idea di scena. Avevamo scelto, per questo spettacolo incentrato sul mondo amico di Arìstofane, un titolo che ora sembrerà emblematico: "Il Sogno". Noi faremo di tutto perché, realizzato, possa accompagnarti per sempre, d’ora in poi, nel tuo sonno eterno.


 

Magistratura Democratica

La mafia ha dimostrato, ancora una volta, di saper scegliere, con lucida ferocia, gli obbiettivi da colpire.


Giuseppe Fava non era solo un giornalista di grande cultura e di grande professionalità, ma anche il simbolo di un giornalismo "diverso", militante, capace non solo di fornire un’ informazione corretta, ma di diventare, attraverso questa, impegno civile, battaglia quotidiana per la civiltà e la democrazia, contro la violenza, contro la corruzione, contro la criminalità organizzata in genere e quella mafiosa in particolare.


Magistratura Democratica, collaborando con "I Siciliani", ha avuto modo di conoscere ed apprezzare, in primo luogo, proprio questo suo coraggio, questa volontà di lotta, e la sua capacità di "contagiare" chi gli stava vicino, i suoi amici, i suoi collaboratori. In secondo luogo, lo spirito realmente pluralista e democratico con cui gestiva il suo lavoro, la sua grande disponibilità a dare spazio alle idee degli altri "Siciliani" e, soprattutto, il risultato di questo suo coraggio, di questo suo impegno, di queste sue capacità. E sopravviverà, continuerà la battaglia in cui egli è caduto. Magistratura Democratica, dal canto suo, continuerà a dare, con ancora maggiore impegno, il proprio contributo.


 

Mafia e camorra: chi sono chi comanda

Per tremila anni lo Stato in Sicilia è stato nemico, cioè un’ entità quasi sempre assente e che si manifestava solo per infliggere danni: le tasse, le decime, gli arruolamenti, le confische. Né l’unità d’Italia ha dato questa certezza dello Stato presente e amico, se mai per successivi abbandoni e continue delusioni, ha reso più amara questa solitudine. Gli avvenimenti politici per i quali in questi ultimi quarant’ anni la capitale Palermo è stata solo colonia del potere romano, il fallimento della Cassa per il Mezzogiorno, il bluff delle grandi opere pubbliche mai realizzate, la collusione sempre più spavalda fra vertici di violenza e rappresentanti politici che hanno saccheggiato, diviso, lottizzato, devastato, spartito potere ed economia, e infine la crisi paurosa della giustizia (Scaglione, Terranova, Costa, Giaccio, Montalto, quattro alti magistrati impunemente uccisi) ha dato una certezza drammatica a questa sensazione che lo Stato fosse assente, cioè a questa solitudine del siciliano. In Sicilia la Mafia, cioè l’ immensa, tragica, oscura forza criminale nasce così per sostituire lo stato assente, per determinare leggi proprie al posto di quelle leggi che lo Stato non riesce ad imporre, cioè a stabilire comunque un ordine, una sia pur barbara regola di vita. La Mafia governa migliaia di miliardi, le banche, la droga, i grandi sequestri criminali, gli appalti nazionali, probabilmente l’ elezioni di taluni parlamentari, talvolta persino la designazione di uomini di governo. Se cinque milioni di siciliani si ribellassero alla Mafia, non accadrebbe niente. Alla Mafia non gliene fotte. Ha un solo nemico che può batterla: lo Stato vero, lo Stato di diritto, con i magistrati che fanno veramente giustizia, funzionari incorruttibili, politici disposti a interpretare con assoluta moralità il loro mandato.


 

Giuseppe Fava " un uomo"

Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro. Però Pippo Fava non è mica uno importante. Per esempio, arriva una centoventiquattro scassata, dalla centoventiquattro uno con la faccia da saraceno e un’ Esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava.


Bene, un giorno a Pippo Fava gli affidano un giornale, è una faccenda strana affidare un giornale a Fava che, dice la gente perbene, è uno che non si sa mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c’è, si chiama il Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti come lui.


 

RITORNO AL SANGUNTO

Di Mafia, in effetti, ne esistono tante. Una è quella "ufficiale", con le Famiglie e i boss. È una faccenda di eroina, essenzialmente, ed è paragonabile ad una qualunque storia di interesse alla Padroni delle Ferriere o alla Dallas.(…)


La mafia è considerata dai giornali anche la causa dei vari morti ammazzati ma è solo una cosa molto più semplice: la paura, o la rabbia o il rancore degli antichi "scassa pagghiari": un gruppo di ragazzi che rapinano e uccidono.


La terza mafia non si sa bene cosa sia. Confina con le Famiglie e con la droga. Ma è qualcosa di impalpabile e inumano. Questa di cui parliamo ora non sappiamo neanche davvero se esista. Ne abbiamo solo qualche indizio.


****


 

5 GENNAIO 1984

 


5 gennaio ’84


Sicilia, oggi ti hanno strappato il cuore


e la lingua. Solo questo ti restava.


Il Sole è spento già da tempo.


I servi-schiavi imbecilli ossessi si moltiplicano


colpendo e annientando il passato


che vorrebbe diventare futuro.


Però il presente lo ha dissolto.


Ma non c’è passato, il presente è già passato,


il futuro esiste


e nel futuro Giuseppe vive con la Sicilia sua e nostra.


***


Realizzazione I.I.S. L. Fantoni, Soliera Apuana.


Revisione testi Prof. Paolo Peparini, realizzazione digitale Prof. Tonazzini Andreina, realizzazione html Prof. Gaffi Stefano, trattamento immagini Prof. Butera Gianni.


Per contattarci e-mail ipfan.so@zia.ms.it


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******


 


da "I Siciliani", gennaio 1984


 


Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro anche. Però Pippo Fava non è mica uno importante. Per esempio, arriva una centoventiquattro scassata, dalla centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e un'Esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava.


Bene, un giorno a Pippo Fava gli dicono di fare un giornale, è una faccenda strana affidare un giornale a Fava che, dice la gente perbene, è uno che non si sa mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c'è, si chiama il Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti come lui. «Tu, come ti chiami?». «Così e cosà». «E cosa vorresti fare?». «Mah, politica estera...». «Ok, cronaca nera». La cronaca, al Giornale del Sud, la si fa all'avventura. Non si conosce nessuno, si parte proprio da zero. Ci sono storie divertenti, tipo quella del povero emarginato napoletano che arriva in redazione e tutti fanno i pezzi commoventi sul povero emarginato e poi arriva Lizzio dalla questura per un paio di stupri... Si chiude alle tre di notte; non si "buca" una notizia. Con grande stupore, i catanesi apprendono che a Catania c'è una cosa che si chiama mafia. E che Catania è divenuta un centro del traffico di droga. Dopo qualche mese, un attentato: un chilo di tritolo. Ma si va avanti.


La faccenda dura un anno. Poi succedono tre cose. La prima è che gli americani decidono che la Sicilia va bene per coltivarci missili. E questo a Fava non va bene, e lo scrive. La seconda che a Milano acchiappano un grosso mafioso, Ferlito, parente di un assessore e uomo di molto rispetto; e anche qua, Fava si comporta piuttosto - come dire - maleducatamente. La terza è che nella proprietà del giornale arrivano amici nuovi, uno dei quali è - ok, avvocato, niente nomi - un importante imprenditore catanese coinvolto nel caso Sindona e un altro un importante politico catanese coinvolto nell'assessorato all'agricoltura. Telegramma all'illustrissimo dottor Fava: «Comunichiamo con rincrescimento a vossignoria illustrissima che il giornale ora ha un altro direttore». I matti, i ragazzi della redazione vogliamo dire, occupano il giornale. L'occupazione dura una settimana, durante la quale gli occupanti ricevono la solidarietà di alcuni tipografi, di una telefonista, di un guardiano notturno e di un ragazzino dell'Ansa (a pensarci, anche un giornalista ha telefonato, allora). Poi arriva il sindacato e, molto ragionevolmente, l'occupazione finisce.


Senza Fava finisce anche, e alla svelta, il Giornale del Sud (perché non-leggere le stesse notizie su un giornale nuovo, se puoi già non-leggerle su quello vecchio?). Ma Fava nel frattempo non s'è stato con le mani in mano. Ha raccolto una decina dei "suoi" matti: «Si fa un giornale». Come, quando e se si farà non lo sa nessuno. Ma intanto si mette su una bella redazione, con le sue brave "lettera ventidue" scassate.


Chi è disposto a investire qualche centinaio di milioni su due "lettera ventidue" scassate, dieci matti fra i venti e i venticinque anni e uno di sessanta? Ovviamente, nessuno. D'altra parte dopo l'esperienza del GdS Fava e i suoi, a sentir parlare di padroni, si mettono a bestemmiare. Allora si mette su una bella cooperativa - «Radar!». «E che vuol dire?». «Suona bene!» - si disegna un bellissimo stemmino per la cooperativa e si firmano alcune tonnellate di cambiali. Due mesi dopo arrivano due bellissime Roland di seconda mano, offset bicolori settanta/cento, e Fava se le cova con lo sguardo che se invece di essere due offset fossero due turiste svedesi lo denuncerebbero per stupro.


A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia l'Esportazione nel portacenere e fa: «Ragazzi, si fa il giornale». «Quando?» «Con quali soldi?» «Io faccio il pezzo sulla Procura!» «Come lo chiamiamo?» «Io ho un'idea per il pezzo di colore» «Ma i soldi...». La vigilia di Natale, le Roland sputano una cosa rettangolare con scritto su «I Siciliani». Anno uno, numero uno, i cavalieri di Catania e la mafia, la donna e l'amore nel sud. Un tipografo porta il pupo in redazione. «Be', potrebbe anche andare» fa uno dei redattori con nonchalanche, e subito dopo si mette a ballare.


Il giornale arriva in edicola alle nove di mattina. A mezzogiorno non ce n'è più (a piazza della Guardia, dicono, due fanno a cazzotti per l'ultima copia: ma onestamente non ne abbiamo le prove). Si brinda nei bicchieri di plastica, e si prepara il numero due; nel cassetto i mazzi di cambiali sembrano meno minacciosi.


Ed è passato un anno. La mafia, a Catania, c'è o non c'è? «Ma no... al massimo un po' di delinquenza...» (il signor Prefetto). «Cristo se c'è! E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce peggio di Napoli» (I Siciliani). E quel signore, come si chiama quel signore là? «Noto pregiudicato...» (la stampa per bene). «Santapaola Benedetto, detto Nitto, MAFIOSO!» (I Siciliani). E i missili, dite un po', vi dispiace se lascio un paio di missili nel sottoscala? «Ma prego, si figuri, come fosse a casa sua!». «Ahò! Ca quali méssili e méssili! I cutiddati a' casa vostra, si vvi l'aviti a ddàri!» E i cavalieri, vediamo un po'; anzi, i Cavalieri? «Ecco dunque cioè nella misura in cui ma però... AIUTO diffamano Catania!» «I cavalieri catanesi alla conquista di Palermo con la tolleranza della mafia. Firmato Dalla Chiesa. Noi stiamo con Dalla Chiesa». Ed è passato un anno.


C'è un ragazzino, a Montepò, che ancora non sa bene se andrà a fare il suo primo scippo o no. C'è una vecchia, in via della Concordia, che è rimasta fuori dall'ospedale perché non c'era posto. C'è una tizia, a viale Regione Siciliana, che costa ventimila lire ed ha quattordici anni. C'è un manovale, alla zona industriale, che ci ha rimesso una mano e dicono che la colpa è sua. C'è uno sbirro, in viale Giafaar, che ha una bambina a casa ma va di pattuglia lo stesso. C'è una bambina, da qualche parte allo Zen, che forse diventerà una puttana e forse una donna felice. E c'è un'altra bambina, in un cortile pieno di sole, e ora Pippo Fava prende in braccio la bambina e la bambina ride. «Nonno, nonno, ora faccio l'attrice».


«Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l'altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa... Beh, te lo prendi un caffé? E l'occhiello, vedi che dieci righe per un occhiello a una colonna sono troppe».


Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con l'altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato. Professionale. Certo, in una villa di Catania, s'è brindato, quella notte. Forse ha avuto il tempo di guardarlo negli occhi. Non pensiamo spaventato. Forse, impietosito. Sapendo benissimo che il tizio pagato - uscito forse da un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era riuscito a salvare - sparava anche contro se stesso, contro la propria eventuale speranza. Forse ha pensato che un giorno o l'altro quelli che venivano dopo di lui ci sarebbero riusciti a farli smettere di sparare, a... Ma forse non gliene hanno dato il tempo.


 


***


E questo è tutto. Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c'è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare.


Va bene così, direttore?


 


Elena Brancati, Cettina Centamore, Santo Cultrera, Claudio Fava, Agrippino Gagliano, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Nanni Maione, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Tiziana Pizzo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia.


 


**************


http://www.peacelink.it/webgate/mafia/msg00032.html


To: pck-mafia@peacelink.it


Subject: Documenti per una cultura antimafia: Giuseppe Fava


 


Documenti per una cultura antimafia: Giuseppe Fava


I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa


 


Quello che qui si ripubblica ancora una volta è un indimenticabile articolo


del grande giornalista e scrittore catanese Giuseppe Fava, I quattro


cavalieri dell'apocalisse mafiosa, pubblicato originariamente nella rivista


"I Siciliani", n. 1, nel gennaio 1983. Un anno dopo Giuseppe Fava fu


assassinato dalla mafia.


E', a nostro avviso, un testo di importanza fondamentale. E per molti


motivi. E certo non è casuale che esso col titolo La ballata dei cavalieri


costituisca il capitolo finale e culminante dell'ultimo grande libro di


Fava: Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa, una sorta di vero e proprio


testamento politico e morale che Fava lascia al movimento antimafia.


Alla ristampa dell'articolo premettiamo una breve notizia biobibliografica.


Peppe Sini


responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo


Viterbo, 16 luglio 2000


 


Notizia biobibliografica


1. notizia biografica


Giuseppe Fava è nato a Palazzolo Acreide (Siracusa) il 15 settembre 1925.


Laureato in giurisprudenza nel 1947, giornalista professionista dal 1952,


redattore e inviato speciale nei settori di attualità e di cinema per


riviste come "Tempo illustrato" e "La domenica del Corriere",


corrispondente di "Tuttosport", variamente collaborò a "La Sicilia", dal


1956 al 1980 capocronista del quotidiano "Espresso sera". Drammaturgo,


romanziere, autore di libri-inchiesta; nel 1975 ottiene grande successo il


suo romanzo Gente di rispetto; nel 1977 pubblica un altro grande romanzo:


Prima che vi uccidano. Nel 1983 pubblica L'ultima violenza, da molti


considerato il suo capolavoro drammaturgico. Nei primi anni '80 si consuma


l'esperienza di direzione del quotidiano catanese "Giornale del Sud", due


anni di limpide battaglie civili, antimafia e pacifiste, ed una rottura


conclusiva di testimonianza esemplare. Nel gennaio del 1983 esce il primo


numero del mensile "I Siciliani" che Fava fonda con un gruppo di giovani:


sarà una delle esperienze decisive per il movimento antimafia che si sta


formando in Italia, e resta un punto di riferimento fondamentale. Il 5


gennaio 1984 Pippo Fava è assassinato dalla mafia a Catania.


2. Bibliografia essenziale dell'opera saggistica e letteraria di Fava


I. Opere letterarie e teatrali di Fava pubblicate in volume: Pagine, Ites,


Catania 1969; Gente di rispetto, Bompiani, Milano 1975; Prima che vi


uccidano, Bompiani, Milano 1977; Passione di Michele, Cappelli, Firenze


1980; Teatro, Tringale, Catania 1988;


II. Libri-inchiesta: Processo alla Sicilia, Ites, Catania 1967; I


Siciliani, Cappelli, Firenze 1980; Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa,


Siciliani Editori - Editori Riuniti, Roma 1983;


III. Opere teatrali di Giuseppe Fava messe in scena: Vortice - Le vie della


gloria, Palazzolo Acreide 1947; La qualcosa, Catania 1960; Cronaca di un


uomo, Catania 1967; La violenza, Catania 1970; Il proboviro, Catania 1972;


Bello bellissimo, Catania 1974; Opera buffa, Taormina 1977; Delirio,


Catania 1979; Foemina ridens, Catania 1981; Ultima violenza, Catania 1983;


Maffia - Parole e suoni, Catania 1984; Sinfonie d'amore, Catania 1987;


IV. Opere teatrali di Giuseppe Fava mai rappresentate: La rivoluzione;


America America; Dialoghi futuri imminenti; Il Vangelo secondo Giuda;


Paradigma; L'uomo del Nord (incompiuta).


[Questa bibliografia delle opere di Fava è ripresa dal libro di Rosalba


Cannavò, di seguito segnalato].


3. Alcuni libri su Fava e l'esperienza de "I Siciliani"


Claudio Fava, La mafia comanda a Catania, Laterza, Roma-Bari 1991; Idem,


Nel nome del padre, Baldini & Castoldi, Milano 1996; Nando dalla Chiesa,


Storie, Einaudi, Torino 1990 (e particolarmente il capitolo primo, "I


carusi di Fava"); Riccardo Orioles, L'esperienza de "I Siciliani", in


Umberto Santino (a cura di), L'antimafia difficile, Centro siciliano di


documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989 (il Centro siciliano di


documentazione Giuseppe Impastato, la più importante struttura di ricerca


impegnata contro la mafia, ha sede in via Villa Sperlinga 15, 90144


Palermo, tel. 091/6259789); Rosalba Cannavò, Pippo Fava. Cronaca di un uomo


libero, Cuecm, Catania 1990 (il libro di Rosalba Cannavò è richiedibile


alla cooperativa editrice: via Etnea 390, 95128 Catania, tel. 095/316737).


 


Giuseppe Fava: I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa


Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente


siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e  spaventati


spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la


nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia


negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i


politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire e identificare


le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile  e però


mai annoiante, poiché continuamente vedremo balzare innanzi, come su


un'immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso


(Pirandello è qui di casa) nel gioco delle parti.


Negli anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie


perfettamente separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune


fatali complicità organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le


tradizionali vocazioni criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i


cosiddetti "racket", che controllano quasi tutte le attività economiche di


una grande città: i mercati generali; le concessionarie di prodotti


industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi,


night; e su ogni attività impongono una taglia, una specie di tassa che


l'operatore economico è costretto a pagare se non vuole correre il rischio


di vede bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune


revolverate. In taluni casi d'essere ucciso.


Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, però frantumati e


dispersi in un'infinità di rivoli e canali. Un apparato mafioso che


lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola inquinando anche le


grandi città del nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie,


stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di criminali


emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta


dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una battaglia


interna per il predominio in un quartiere o un settore.


Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi


di imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro è


fatale. Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che


insanguina un quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione


da una grande città all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino, laddove i


rackets in lotta cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra


consanguinei, amici, parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia


è infatti la presenza costante della famiglia, cioè del rapporto di


parentela fra molti membri dello stesso clan. Un giudice milanese ebbe a


dire, forse senza nemmeno voler essere cinico: "Una buona famiglia


meridionale all'antica, in cui sono ancora molto forti i sentimenti


tradizionali della famiglia, può costruire un racket mafioso di tutto


rispetto. E' più temuta!". Questo spiega anche talune agghiaccianti


efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo con un filo


elettrico in modo che lo sventurato lentamente si autostrangoli, organi


genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e depositate dinnanzi


all'uscio di casa. Una crudeltà che scaturisce dall'odio definitivo di chi


ha visto cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo


scontro non ha possibilità di pace, di armistizio, nemmeno di compromesso e


spesso dura mortalmente fino al fatale annientamento del clan avverso,


dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta lo


perseguiterà fino nella più profonda cella di carcere.


E' la mafia che miete la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse


migliaia ogni anno in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi


tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici,


talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o


professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e


sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in


guerra cadono anche le loro teste. E' una malia che sembra animata da una


tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una


specie di fetida tenia oramai intanato nel ventre della nazione, dove si


ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente


sarebbe forse più esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso


è però, mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra


manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.


E qui c'è il salto di qualità, diremmo di cultura criminale, fra le prede


mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e


le nuove grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto


della mafia una autentica tragedia politica nazionale. Esse sono


essenzialmente due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco è


vertiginoso. E' come se un grande corpo, un grande animale, lo Stato


italiano, mai morto e continuamente in agonia, fosse divorato ancora da


vivo. In basso c'è un brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un


rapace con il profilo misterioso e terribile dei mostri di Bosch, e gli


artigli piantati nel cuore della vittima. Non riesco a trovare un paragone


più amabile ed egualmente preciso.


La droga anzitutto. Essa costituisce uno degli affari mondiali, come il


petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi


che la droga coinvolge si può fare solo nell'ordine di decine di migliaia


di miliardi. La contaminazione del vizio oramai è intercontinentale,


dall'Asia all'Africa, all'Europa, alle due Americhe. I guadagni sono


incalcolabili. Si calcola che ci siano al mondo circa cento milioni di


persone, molte oramai tossicodipendenti, che fanno quotidianamente uso


della droga, spendendo ciascuna in media (ma la valutazione forse è troppo


esigua) circa diecimila lire al giorno. Sono mille miliardi. Quasi


quattrocentomila miliardi l'anno. Una cifra che fa paura. Molto più alta


del bilancio di una grande nazione industriale. I guadagni sono anch'essi


incalcolabili. Secondo gli studi attuali un quantitativo di cocaina,


acquistata alle fonti di produzione per poco più di un milione, dopo la


raffinazione può valere sul mercato da due a tre miliardi, secondo la


purezza del prodotto.


E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire


appieno la imponenza del fenomeno-droga su scala mondiale, un evento


quotidiano che minaccia di deformare la società contemporanea. Ogni anno


centomila esseri umani, per lo più giovani o addirittura adolescenti e


ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o dieci milioni


diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva


incapacità intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro


costante pericolosità, cioè la disponibilità a qualsiasi proposta


criminale. Milioni di famiglie vengono praticamente distrutte poiché quasi


sempre, accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, c'è la


infelicità di un intero gruppo umano, i genitori, i fratelli, la moglie,


per i quali il recupero -spesso impossibile- del congiunto diventa una


costante di dolore e disperazione.


La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della


nostra società, la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si


stanno trasformando in luogo di autentico contagio. Punti fermi della


grande struttura civile collettiva vengono così destabilizzati, ed è tutta


la struttura che comincia a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello


internazionale contro la droga, esige un prezzo che diventa sempre più


insostenibile; migliaia di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini,


magistrati, studiosi, poliziotti, medici, mobilitati costantemente per


arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta


sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e


cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e


insanguinato di denaro, che scorre ininterrottamente da un continente


all'altro, l'ombra invulnerabile della mafia.


Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle


grandi capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo,


Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora


definitivamente anche in Sicilia. L'isola è nel cuore del Mediterraneo e


quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici


dall'area afroasiatica verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche


tempo in Sicilia la mafia si è limitata a controllare questo passaggio,


garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidità in qualsiasi


operazione ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat fabbrica automobili


e le affida ai concessionari: ebbene la mafia pretende una tangente dai


concessionari perché possano svolgere il lavoro senza rischi, ma la mafia


non si sogna di sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni,


incredibilmente, la mafia si comportò allo stesso modo per la droga.


Guardava, osservava, valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la


sua tangente, faceva i conti, cercava di capire perfettamente


l'ingranaggio. Forse c'era una residua repugnanza morale (siamo in Sicilia


dove ogni paradosso psicologico è possibile) verso un affare che era


portatore di morte e dolore per un'infinità di esseri umani, soprattutto


giovani. Ma anche senza complicità mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo


stesso per tutta la terra. E alla fine i calcoli furono perfetti e


abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta. La mafia assunse in proprio


il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera, eliminando


qualsiasi concorrente e aggiudicandosi tutto il ciclo completo di mercato:


la ricerca alle fonti di produzione, la creazione di stabilimenti segreti


per la raffinazione della droga e la spedizione nelle grandi capitali


dell'occidente. In quell'attimo compì un salto di cultura criminale che


avrebbe fatto tremare l'Italia.


Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume


travolgente, una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti,


che si rinnova e cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni,


mettendo radici sempre più profonde, integrando gradualmente e infine


totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo


definitivamente una massa di uomini sempre più vasta, la mafia ha creato


una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco


da quella che è la logica comune, appare quasi un congegno di fantascienza.


In verità molte componenti di questa struttura si sono determinate quasi


per forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma


c'è voluta indubbiamente una grande capacità di fantasia per intuire questa


forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme


in un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo ha genio.


Anche il demonio ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di


Domineddio.


Questa struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti


l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno.


Cominciamo dal basso. Il livello più propriamente criminale: gli


specialisti dell'assassinio.


Centinaia di migliaia di miliardi abbiamo detto. Per gestire valori


economici così imponenti, legati all'impunità della produzione e del


traffico di migliaia di tonnellate di droga è indispensabile un controllo


costente e totale del territorio di traffico. Non ci deve essere un


ostacolo, un rischio, una trappola. E' necessaria quindi una folla di


complicità dovunque, in ogni settore della società, criminali comuni,


impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee


aeree, funzionari dello stato, probabilmente anche funzionari di polizia,


magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci,


assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo detto della


manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto, all'interno


di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o quartiere


della città.


Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno però con piccoli compiti,


avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la


funzione soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi


gruppo si scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora


accade l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finché un gruppo viene


sterminato e la supremazia criminale affermata. La strage terrificante fra


i clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di


Alfio Ferlito, assieme ai tre carabinieri che lo accompagnavano nel


trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una


delle battaglie più feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande


area metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e


Gaetano Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di


cinquanta omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto


la sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese. Ma anche i


vincenti, i padroni del clan, sono poco più di subappaltatori dell'immenso


palinsesto mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono


alcune segrete strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere


del potere. La loro autentica forza è la capacità di uccidere, disporre di


trenta, quaranta individui che sanno maneggiare tutte le armi più micidiali


e all'occorrenza poter contare sulla loro devozione e infallibilità.


Capimastri, non di più! Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai


entrati nella stanza dei progetti.


Molto più in alto dei cosiddetti uccisori c'è il livello dei pensatori, con


la lontananza, il distacco di autorità che può esserci tra una fanteria


alla quale è affidato soltanto il compito di conquistare, uccidere,


presidiare, morire, e le stanze imperscrutabili dello Stato maggiore dove


si elabora la grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa


strategia è la riciclazione del denaro continuamente prodotto


dall'operazione droga, cioè la fase ultima e più delicata, quella appunto


che esige una autentica capacità tecnica e finanziaria. Si tratta infatti


di centinaia e migliaia di miliardi che, per essere immessi nel mercato


economico e diventare usufruibili, debbono passare attraverso una serie di


operazioni legali che li assorbano e magicamente li riproducano come


ricchezza. Ci vuole talento, ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a


caso abbiamo parlato di un salto nella cultura mafiosa.


Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese


economiche. Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo


celano, lo amministrano, conservano, proteggono, reimpiegano (cento


miliardi provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone


miseramente morte o uccise, e migliaia di infelicità umane, possono essere


impiegati per la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga,


un'autostrada). Le banche gestite e controllate dallo stato difficilmente


potrebbero (ma non è detto che non possano) poiché c'è sempre il rischio di


un funzionario di vertice che indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le


banche private. Talune banche private ovviamente. Non a caso Sindona aveva


la vocazione di creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il giorno in


cui dovesse decidere di raccontare finalmente tutta la verità, molti imperi


finanziari vacillerebbero. E in realtà Sindona, invecchiato, gracile,


stanco, terrorizzato, preferisce starsene in un tiepido carcere americano.


All'aria aperta, in libertà, non avrebbe certamente più di un giorno di


vita! Per decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante


sapere appunto quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento,


per cui riusciva a sconvolgere persino gli alti burocrati della Banca


d'Italia, Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia, riuscì in meno


di quindici anni a creare in tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche


che fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente nelle grandi


città e nei centri di periferia dove per gestire gli affari economici, i


micragnosi affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe


stata già d'avanzo un'agenzia del Banco di Sicilia. Banche invece che


spalancavano di colpo i battenti: "Eccomi qua, io sono la nuova banca! A


disposizione!", tutto l'apparato già pronto, direttori, impiegati,


casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici, computerizzazione,


vetri antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith


Wesson, epiche cerimonie inaugurali con interventi di parlamentari,


sottosegretari, ministri, questori, prefetti, "Taglia il nastro la gentile


signora di sua eccellenza", fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali


già depositati nelle casseforti.


Quante di queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di


Sindona e che Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice


milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli,


di venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe ma


molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che


potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle. Da allora non ha tentato più


nessuno.


In verità c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far


trasalire la nazione e invece parve soprattutto una cosa da ridere: quando


un cocciuto magistrato palermitano scoprì che il senatore democristiano


Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente dell'Ente


minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e


diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle


banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli interessi. Che la


vicenda avesse indotto più all'ironia che allo spavento, dipese


probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato senatore Verzotto.


Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio impeccabile del vestito,


grande sigaro in bocca, cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle


spalle, sembrava anche visivamente il personaggio perfetto per una pochade


politica più che per una tragedia mafiosa. Invece fin d'allora si sarebbe


dovuto intuire da quali altre e ben più profonde oscurità arrivavano i


capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse


servissero soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che


non si sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un


giudice coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada invece esso


venne precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della


banca di stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul


territorio nazionale, valutandone origini e destinazione, venne presa


alcuna iniziativa sulle banche che stavano proliferando nel sud. Nemmeno il


governo del tempo ed i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti


arretrarono di qualche passo per prendere le distanze, a spintoni e calci


venne fatto avanzare il solo tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase


solo alla ribalta, perché l'opinione pubblica potesse farci in conclusione


una bella risata di scherno.


Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il più sottile cervello


politico italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente;


quanto quello era ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto


Verzotto era invece calmo, opimo, quasi regale, elegante cortese e,


probabilmente, anche un po' minchione. Per la magniloquenza del suo tratto


era uno di quei personaggi capaci di procurare grandi catastrofi con


perfetta noncuranza e senza probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal


suo esilio di Beirut, dove ebbe l'agilità di scappare una settimana prima


dell'ordine di cattura, disse una cosa significativa: "Come potete pensare


che io vada a sporcarmi le mani per un semplice affare di poche centinaia


di milioni di interessi, quando in una banca si possono manovrare invece


interessi per centinaia di miliardi!". Tutti pensarono alla malinconica


battuta di uno sconfitto. Del senatore Verzotto si sono perdute le tracce.


Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non


conosciamo e che però il potere politico e i vertici finanziari dello stato


dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro nero,


sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le


tracce della sua provenienza, cioè reinvestirlo e così purificarlo, ma non


possono certo condurre in proprio le operazioni tecniche di investimento.


Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche ecco dunque le grandi imprese


industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente, prudentemente,


garbatamente, silenziosamente amabilmente finanziate, possono riuscire ad


impiegare quei capitali, trasformandoli in opere di sicuro valore


economico. E non è detto che non siano opere di mirabile importanza e


perfezione civile: un moderno ospedale, un carcere modello, una


città-giardino, un complesso sportivo, persino una nuova chiesa.


E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro


cavalieri catanesi. Dopo quello che è accaduto, vien facile perfino la


citazione: "I quattro cavalieri dell'Apocalisse". L'Italia è uno strano


paese in cui si sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere


del lavoro invece di essere un bracciante, anche analfabeta, che per


trent'anni si è spaccata la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a


costruirsi una casa a Palma di Montechiaro, è invece un appaltatore che


riesce a trovare fantasia e modo di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto


questo in un paese dove la gestione e la moltiplicazione della ricchezza,


la grande fortuna economica o finanziaria, per struttura stessa della


società politica, deve fatalmente passare attraverso un compromesso


costante con il potere, con i partiti che sostanzialmente amministrano la


nazione, con gli uomini politici o gli altissimi burocrati ai quali i


partiti delegano praticamente tale funzione, lo spirito di nuove leggi e


decreti, la scelta delle opere pubbliche, l'assegnazione degli appalti. Chi


afferma il contrario è candidamente fuori dal mondo oppure è un amabile


imbecille.


A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro


cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di


aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri,


soci in affari, subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E'


una domanda importante ed anche spettacolare poiché i quattro personaggi


sembrano disegnati apposta per costituire spettacolo. Profondamente


dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere. Costanzo


massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente


collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci


piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono


però tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito


grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza


moda proprio dell'industriale self-made-man.


Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni,


industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il


più ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono


sia invece Costanzo, il più prepotente, l'unico che abbia osato pretendere


e ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci,


proprietario di una banca che, per capitali, è il terzo istituto della


regione. La ricchezza di Finocchiaro non è valutabile. Molti ancora si


chiedono: ma chi è questo Finocchiaro.


Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici


(la Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo centro un palazzo dei


congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti al congresso


nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno la lotta


contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti e di


lavorare in uno dei templi del potere di Costanzo). Costanzo costruisce


anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le industrie


necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni: travature


metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in


alluminio, tegole, attrezzature sanitarie. Un impero economico autonomo che


non deve chiedere niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il


confronto per completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni in


una delle più diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e


maggiore azionista della Banca popolare.


Rendo ha interessi più diversificati, diremmo più moderni, almeno


culturalmente la sua azienda sembra un gradino più in alto. Anche lui


costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche


aziende agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi


del mercato europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo


fiore all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla


ricerca scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito che i


soldi non possono servire soltanto a produrre altri soldi. La sede della


holding è il ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi di acciaio,


alluminio e metallo, l'uno legato all'altro, sulla cima di una collina alle


spalle di Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come tre palazzi


della RAI di via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un immenso


giardino al quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da uomini


armati. Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha la


sua televisione privata con la quale garbatamente interviene nella


informazione della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo


nuovo del Cremlino successore di Breznev, è riuscito ad arrivare al vertice


dell'impero sovietico poiché, mentre era a capo dei servizi segreti inventò


l'ufficio della disinformazione, specializzato nel confondere la realtà. Si


tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico.


L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le


iniziative è probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprietà. Per


il resto Graci è pressoché invisibile. Amico di Gullotti e di Lauricella,


vive gran parte del suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra


tutti è quello che ha la più vasta copia di interessi, cantieri di


costruzione in ogni parte dell'isola e dell'Italia, aziende agricole,


villaggi turistici, immense estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi


tempi la sua predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il


suo più recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di Taormina, a


ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi più belli del Mediterraneo,


arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca


di Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni


dopo) il famoso lido dei Ciclopi, il più prezioso giardino equatoriale,


ricco di piante esotiche che non hanno eguali in Europa e che per


quarant'anni nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di


tutti i cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era


sconosciuto a Catania, e il più riservato, raramente compare in prima


persona. Possiede anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente


privata e di un giornale quotidiano, ma il suo nome non figura nei


rispettivi consigli di amministrazione. Narrano anche della sua generosità.


Ogni tanto organizza per i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei


suoi feudi siciliani! Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati


ai quali sono ammessi soltanto gli amici di vertice.


Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro


al rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo


palazzi. Ha però una sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i


suoi appalti sono stati sempre terminati a tempo di record. In meno di due


anni ha costruito il nuovo palazzo della Posta ferroviaria, un gigantesco


edificio moderno sul lungomare di Catania, accanto alla stazione, e la


nuova Pretura, altro massiccio edificio incastrato proprio nel cuore della


città, a cento metri dal palazzo di Giustizia. Poiché la Pretura di Catania


convoglia quotidianamente gli interessi di migliaia di persone, non appena


il nuovo edificio entrerà in funzione, il traffico di tutta quella zona


essenziale della vita cittadina, resterà probabilmente paralizzato. Esempio


di come possa essere nefanda un'opera pubblica pur perfettamente


realizzata. Finocchiaro infine è anche il più lezioso. La sede della sua


impresa sorge sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti


più splendidi della riviera, una grande villa, in verità bellissima,


sovrastata e circondata dal verde e da una serie di piscine


intercomunicanti, sicché, una levissima massa d'acqua si muove


ininterrottamente dalle terrazze ai patii. La gente passa, guarda e


s'incanta.


Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di


Catania. Ma chi sono in verità? Perseguiti dalla magistratura con mandati


di cattura e ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi


fiscali e addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia


di finanza che sta frugando in tutti i loro conti, rifiutati dalla pubblica


opinione, soprattutto dai più poveri e sfortunati i quali non riescono mai


ad amare le fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le


vedono crollare hanno un momento di trasalimento di felicità e un grido:


"Lo sapevo!", i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al


quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la


più feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione.


Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo


autentico tempo di apocalisse? Già il fatto che questi quattro personaggi


si siano riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro


dell'imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia e


stiano lì segretamente, due più due quattro, seduti l'uno in faccia


all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una


sala che è facile immaginare di gelido vetro e metallo, inaccessibile a


tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati


dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno


di loro, Costanzo, il più plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti


e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente al massimo giornale


italiano: "Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti


più importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli


altri solo i piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perché possano


campare anche loro!"; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati


di evasioni per decine o forse centinaia di miliardi, tutto denaro


pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, al piccolo


artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C,


all'emigrante, poveri innumerevoli italiani che sputano sangue per


sopravvivere e spesso maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di


loro siano stati amici del bancarottiere Michele Sindona, o del boss


Santapaola, ricercato per l'omicidio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il


cui capo venne trucidato insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene


tutto questo non corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di


cavalieri della repubblica.


Ma non è questo il punto. Il quesito è un altro, ben più duro e drammatico:


i quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel


massimo e misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda


si possono dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che


appare, quello che la gente pensa, e quello che probabilmente è vero.


Quello che appare è ciò che abbiamo descritto, cioè di quattro potenti di


colpo sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e


giudiziariamente per possibili e gravi delitti. Solo il magistrato potrà


dire una verità che può essere tutto e il contrario di tutto.


Quello che la gente pensa è più brutale, e cioè che i cavalieri di Catania,


o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono loro a


impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale osò


chiedere allo stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi


economici. Ma quello che pensa la gente (e che anche tutti i grandi


giornali, con perigliose acrobazie di linguaggio hanno dovuto riferire) non


può avere alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiché può nascere da


pensieri spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci sono prove


e quindi fino ad oggi non esiste!


Infine quello che probabilmente è: cioè di quattro personaggi i quali, con


superiore astuzia, temerarietà, saggezza, intraprendenza, hanno saputo


perfettamente capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del


nostro tempo e della classe politica che la governa, ed essere più rapidi e


decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte.


Anche Agnelli deve essere più rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto


con la mafia è stato agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i


vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere


proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti delle opere


pubbliche. Questo è affar nostro. Voi volete gestire la droga! Affar


vostro! E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e trasporto!


Che sia! Però non vogliamo bombe nei nostri cantieri, nemmeno estorsioni,


nemmeno che i nostri figli, parenti, fratelli, amici, possano essere rapiti


o sequestrati.


Se così è, tutto questo non è morale, ma non è nemmeno reato! E purtroppo


non è nemmeno una vera risposta in un momento storico terribile in cui la


tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi ma di verità definitive, anche se


agghiaccianti. Esiste infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa


amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese


private ed istituti pubblici, uomini d'affari o di politica capaci di


garantire l'impiego e la purificazione di quell'ininterrotto fiume di


denaro. La nazione ha finalmente il diritto di identificarli! E la Sicilia


il diritto di non essere data in olocausto alla incapacità dello stato (o


peggio) di identificarli. Esiste oltretutto una realtà che è anche un fatto


morale e politico di cui bisogna onestamente parlare. Da decenni, forse da


secoli, la società siciliana non ha avuto una imprenditoria capace di


esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la tecnica e la


civiltà.Venivano tutti da nord, prendevano il denaro e il territorio,


costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male. Talvolta le loro


opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il saccheggio del


golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti di quel territorio


con gli scarichi petrolchimici costituirono una di queste grandi imprese. I


giganteschi ruderi industriali nel golfo di Termini Imerese, stabilimenti


che non hanno mai funzionato e che hanno divorato migliaia di miliardi


della regione, rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che è stato


costruito in Sicilia, i siciliani sono stati al più subappaltatori (se


possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri,


ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi


petrolchimici della Rasiom furono costruiti con migliaia di pecorai e


braccianti trasformati in manovali. La Sicilia è stata sempre una terra


tecnodipendente.


Improvvisamente, nell'ultimo ventennio, sono emersi questi cavalieri del


lavoro (non soltanto questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti,


aggressivi, qualcuno anche grossolano e ignorante, però dotati di fantasia,


di straordinarie capacità industriali e tecniche, e di talento, precisione,


velocità. Hanno realizzato opere pubbliche a tempo di record, hanno creato


aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa


grande macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro


intraprendenza si spinge oramai su tutto il territorio nazionale, in


Europa, in Africa, nel Sud America. La loro concorrenza è spietata. Molte


grandi aziende del nord non solo hanno perduto il loro tradizionale feudo


meridionale, ma si vedono insidiati nel loro stesso territorio. Bene, la


tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilità di una controffensiva


su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il tentativo di


stabilire un rapporto di colonizzazione è chiaro.


Allora a questo punto il discorso è già perfetto. Se tutti i cavalieri di


Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della


struttura mafiosa, che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della


giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna


colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e


rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e


morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi


stava trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale


a non colpire nessuno, lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa


egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica


con lo stato! Ed è qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura,


l'imperscrutabile vertice che finora ha paralizzato la giustizia.


Riguardiamola questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali


che si contendono il sottobosco del potere criminale, tutte le infinite


cose dalle quali può nascere ricchezza: i mercati, le concessioni, i


subappalti, le estorsioni, una moltitudine confusa e terribile che appesta


e insanguina quasi tutte le funzioni della società sottomettendo le


province, le città, i quartieri. Più in alto, molto più in alto, i due


livelli paralleli, i grandi, insospettabili finanzieri e operatori che


gestiscono migliaia di miliardi della droga; le banche che ricevono,


nascondono e riciclano quella massa infame e infinita di denaro; le grandi


holding siciliane, romane, milanesi, che assorbono quel denaro e lo


trasformano in ammirabili operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo


livello, il più alto di tutti, senza il quale gli altri non avrebbero


possibilità di esistere. Il potere politico! Vi racconto una piccola atroce


storia per capire quale possa essere la posizione del potere politico


dentro una vicenda mafiosa, una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi


non avrebbe senso e che tuttavia in un certo modo interpreta tut'oggi il


senso politico della mafia. Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo,


nel cuore della Sicilia, assediato da tutta la mafia della provincia


palermitana c'è un sindaco democristiano, un democristiano onesto, di nome


Pasquale Almerico, il quale essendo anche segretario comunale della Dc,


rifiutò la tessera di iscrizione al partito ad un patriarca mafioso,


chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi amici, clienti, alleati e complici.


Quattrocento persone. Quattrocento tessere. Sarebbe stato un trionfo


politico del partito, in una zona fin allora feudo di liberali e


monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che quei quattrocento nuovi


tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza ed avrebbero


saccheggiato il comune. Con un gesto di temeraria dignità rifiutò le


tessere.


Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora domanda alla


segreteria provinciale della Dc, retta in quel tempo dall'ancora giovanile


Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle


quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era


medico di paese, un galantuomo che credeva nella Dc come ideale di governo


politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no.


Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che se non avesse


ceduto, lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico medico galantuomo,


sempre convinto che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiutò ancora. La


segreteria provinciale si incazzò, sospese dal partito il sindaco Almerico


e concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco Pasquale Almerico


cominciò a vivere in attesa della morte. Scrisse un memoriale, indirizzato


alla segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando quello che


accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E


continuò a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti.


Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva solo


continuare a comandare da solo la città emarginando forze politiche nuove e


moderne. Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per


proteggerlo. Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre


Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di


Camporeale e da tre punti opposti della piazza si cominciò a sparare contro


quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due


scariche di lupara. Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato,


ucciso e i mafiosi divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico,


per anni, anche negli ambienti ufficiali del partito venne considerato un


pazzo alla memoria.


E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco


soltanto quattrocento voti di preferenza: una piccola storia però perfetta


come un teorema poiché spiega come può il potere politico gestire la


vicenda mafiosa e starci da protagonista. E come ancora oggi negli anni


'80, al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una


parte del potere politico. Il potere politico che è misterioso sempre e mai


perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia


che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi della potenza:


dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla


morte chimica o alla speculazione selvaggia; già da dieci anni avrebbe


dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe


emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li conduce


talvolta in parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti;


dovrebbe garantire la regolarità dei concorsi e invece assedia le


commissioni di esame con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe


costruire una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio


turistico in un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di procura e


invece li abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il


potere politico che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta,


archivia. Il potere politico che stabilisce la spesa di migliaia di


miliardi per opere pubbliche, determina l'ubicazione e consistenza delle


opere, ne affida gli appalti. Il presidente della regione Pier Santi


Mattarella, anche lui democristiano onesto, venne ucciso perché aveva


deciso di spendere onestamente i mille miliardi della legge speciale per il


risanamento di Palermo. Quasi certamente fra coloro che assistettero


commossi ai funerali, espressero sincere condoglianze, e baciarono la mano


alla vedova, c'erano i suoi assassini. Probabilmente gli stessi che avevano


seguito dolorosamente i funerali del vice questore Boris Giuliano, del


giudice istruttore Cesare Terranova, del procuratore della repubblica


Gaetano Costa, del segretario comunista Pio La Torre. Tutti e quattro


assassinati poiché stavano già scoprendo i punti di sutura fra politica e


mafia.


Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso


eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di


iscrizione alla P2. La domanda non era stata accettata poiché Gelli aveva


fiutato l'infido e cercato di prendere tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe


poi a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura mossa


personale per scoprire alcune verità politiche all'interno della loggia


massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui.


Certo era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere


politico, ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le BR gli


aveva fornito preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in


centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto.


Quando arrivò a Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali


sapevano perfettamente di avere di fronte l'avversario più duro e


cosciente. Rispetto agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in


più un prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli


strumenti giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino in fondo:


quei superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognerà pur riscriverla


perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che tuttavia


alla fine avrebbe dovuto concedergli. Dalla Chiesa commise un solo errore.


Di vanità. In fondo egli restava un militare e quindi soprattutto un


retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi lotta in guerra aperta, con tutte


le vanaglorie del combattimento: bandiere, tamburi, proclami, applausi,


dimostrazioni di amore popolare. Tutto questo contro un avversario che era


sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano


essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere


accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli


auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi


certamente accadde. La guerra contro un tale nemico è oscura e senza


gloria, e infinitamente più terribile di ogni altra, non si può vincere in


una serie infinita di scaramucce, poiché i serpenti restano dovunque,


muoiono e si moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una sola


battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il


generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava,


accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere


i poteri speciali, e quindi anche la facoltà di indagini nelle banche e nei


patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a


tutti, gridasse: "So chi siete, da un momento all'altro vi strapperò la


maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!"


E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la


battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni


diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la


giovane moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo


poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi: "Generale, io così con lei non


viaggio!" Ma Dalla Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilità


irrisoria, a colpo sicuro, (se è vero quello che finora ha detto la


magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti


venire da un'altra provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria.


Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo l'aveva già vibrato, forse


proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a


tutta la nazione, clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche


altissimi ufficiali e magistrati, sapevano e  però non dicevano, cioè


dov'era il groviglio dei serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli.


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