Roma, 14 novembre 2004. La legge 416 é il PROBLEMA n. 1 dell'INPGI e una MINA VAGANTE sulla stabilità finanziaria stessa dell'Istituto, perché si riflette automaticamente anche sul superbonus, sulla perequazione delle pensioni e sulle risultanze del bilancio tecnico attuariale dei prossimi 40 anni, come ha evidenziato due mesi fa il professor Fulvio Gismondi dell'Università di Roma su incarico dell'Istituto romano di via Nizza.
Personalmente ritengo incostituzionale la legge 416/81 che concede assurdamente la possibilità di prepensionare i giornalisti da parte di un'azienda che sia in crisi o addirittura non lo sia affatto, perché il costo viene accollato per intero alla nostra stessa categoria, come un cane che si morde la coda.
L'INPGI, Fondazione privata da 10 anni e unico ente "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, non ha più l'ombrello dello Stato! Pertanto, di fatto, chi paga gli effetti della legge 416 é l'intera categoria dei giornalisti italiani! Ma é davvero giusto e in linea con la Costituzione?
Occorre quindi riflettere sula complessa e delicatissima questione se si ha davvero a cuore la libertà di stampa nel nostro Paese. Difatti, se non ci fosse l'INPGI, ma l'INPS, l'informazione sarebbe certamente molto più condizionata rispetto ad oggi, in quanto un redattore può dire di no ad un direttore che volesse imporgli di scrivere una notizia che non condivide, perché dimettendosi dall'azienda avrebbe comunque diritto ad ottenere dall'INPGI in base alla legge 416 l'indennità di disoccupazione per 2 anni, mentre dall'INPS non otterrebbe nulla.
Ma vi sono alcuni "piccoli" (si fa per dire) dilemmi finanziari da risolvere: perché deve essere solo l'INPGI a pagare? Ed ancora: l'INPGI potrà in futuro continuare a sopportare questi costi pesantissimi senza alcun contributo dello Stato? E come si conciliano questi costi con il bilancio di un ente previdenziale "privatizzato"?
Ecco perché ritengo che sia giunto il momento che la delicatissima questione senza ulteriori rinvii venga sottoposta a referendum all'intera categoria, in base all'art. 21 dello Statuto dei lavoratori, sui quesiti che illustrerò appresso.
Essendo considerato un fissato del celebre motto "carta canta", mutuato dal latino "scripta manent, verba volant" (circa la quantità di incartamenti credo di essere secondo solo al Presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo), posso documentare -atti alla mano- di essere l'unico giornalista italiano ad aver lanciato il grido d'allarme da più di 10 anni.
Ciò risulta, ad esempio, dagli interventi nel Convegno sulla disoccupazione tenutosi al cinema Capranichetta di Roma il 21 giugno 1994, pubblicati sul periodico dell'Associazione Stampa Romana n. 6-7 del giugno-luglio 1994 (atti che metto a disposizione di chi li volesse ripubblicare).
Al Convegno erano, tra gli altri, presenti Paolo Serventi Longhi (all'epoca Segretario dell'Associazione Stampa Romana e oggi Segretario FNSI), Vittorio Roidi (all'epoca Presidente FNSI e oggi Segretario del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti), Gabriele Cescutti (all'epoca Vice Segretario FNSI e oggi Presidente INPGI), Giancarlo Zingoni (all'epoca Vice Direttore FIEG e oggi anche Vice Presidente INPGI) e Piero Eleuteri (all'epoca cassintegrato de "L'Avanti" e oggi Tesoriere dell'Associazione Stampa Romana).
All'epoca ero Presidente dell'Associazione Stampa Romana (ora Consigliere INPGI e Fiduciario INPGI per Lazio e Molise), ma rimasi del tutto isolato a sostenere i pericoli della 416. Ricordai, ad esempio, una serie di "finte" crisi a "Il Sole-24 Ore" e a "La Stampa". Nessuno dei presenti, però, ebbe alcunché da obiettare.
La mia divergenza di vedute sul caso Riffeser e il motivo della mia astensione martedì scorso sul voto della delibera INPGI consiste nel fatto che io contesto in radice la costituzionalità degli articoli 35-36-37 e 38 della legge n. 416 nel testo da ultimo modificato con le leggi n. 388 del 2000 (art. 76 della finanziaria per il 2001) e n. 62 del 2001 (artt. 12-13 e 14) per contrasto con gli articoli 3, 23 e 38 della Costituzione (tesi peraltro condivisa dal professor Maurizio Cinelli, luminare della materia ed estensore del parere pro veritate chiesto dall'INPGI) anche in rapporto al decreto Berlusconi n. 509 del 30 giugno 1994 di privatizzazione dell'INPGI (art. 1 n. 4 lettera c), che impone all'ente di garantire una riserva legale non inferiore a 5 annualità dell'importo delle pensioni in essere, pena il Commissariamento dell'INPGI stesso.
Le 5 annualità -per effetto di una successiva norma avallata anche grazie dalla FIEG (il che é tutto dire!) e contenuta nell'art. 59, comma 20, della legge n. 449 del 27 dicembre 1997 (finanziaria per il 1998) - sono state ancorate alle pensioni INPGI in essere al 31 dicembre 1994.
In soldoni l'INPGI deve quindi garantire una riserva tecnica di 903 milioni 800 mila Euro, pari a 1.750 miliardi di lire, cioé 5 volte 180 milioni 760 mila Euro, pari ai 350 miliardi di lire pagati nel 1994 per le pensioni dei giornalisti. Ma se si fossero dovuti fare i conti con le pensioni pagate attualmente -e non con quelle di 10 anni fa- le 5 annualità ammonterebbero a ben 1 miliardo 304 milioni di Euro, pari a 2 mila 525 miliardi di lire, cioé a 5 volte i 260 milioni 735 mila Euro, pari a circa 505 miliardi di lire pagati nel 2004 per le pensioni INPGI. In pratica, una cifra colossale, a mio parere, assolutamente impossibile da garantire proprio per colpa della 416. E occorre fare attenzione perché la modifica contenuta nella legge finanziaria per il 1998 prevedeva che gli importi delle 5 annualità di pensione in essere per l'anno 1994 "sono adeguati, secondo misure e criteri da determinarsi con decreto del Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, di concerto con il Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, in occasione dei risultati che emergeranno dai bilanci tecnici". Ciò significa che in base all'ultimo bilancio tecnico redatto due mesi fa dal professor Gismondi gli importi della riserva legale INPGI potrebbero essere rivisti e integrati (oggi, infatti, il patrimonio INPGI non coprirebbe di certo l'importo di 1 miliardo 304 milioni di Euro, pari appunto a 5 volte le pensioni pagate nel 2004).
Ricordo che quando l'INPGI era un ente pubblico doveva garantire appena 2 annualità di riserva legale. E anche questo la dice lunga sulle assurdità del decreto Berlusconi n. 509 del 1994, varato a Palazzo Chigi il 30 giugno, ma pubblicato (record assoluto negativo) dopo ben 54 giorni sulla Gazzetta Ufficiale del 23 agosto 1994 (a quanto si apprese informalmente il testo del decreto fu riscritto nei 54 giorni e la riserva legale passò dalle previste 3 annualità alle 5 annualità).
Va poi ricordato che nel 1981 quando é nata la legge 416 l'INPGI era un ente pubblico con l'ombrello dello Stato.
L'art. 38 della legge 416 nel testo modificato dall'art. 76 della legge n. 388 del 2000 prevede che "L'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani "Giovanni Amendola" (INPGI) ai sensi delle leggi 20 dicembre 1951, n. 1564, 9 novembre 1955, n. 1122, e 25 febbraio 1987, n. 67, gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresi', ad analoga gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti di cui all'articolo 1, commi secondo e quarto, della legge 3 febbraio 1963, n. 69, titolari di un rapporto di lavoro subordinato di natura giornalistica. I giornalisti pubblicisti possono optare per il mantenimento dell'iscrizione presso l'Istituto nazionale della previdenza sociale. Resta confermata per il personale pubblicista l'applicazione delle vigenti disposizioni in materia di fiscalizzazione degli oneri sociali e di sgravi contributivi. L'INPGI provvede a corrispondere ai propri iscritti: a) il trattamento straordinario di integrazione salariale previsto dall'articolo 35; b) la pensione anticipata di vecchiaia prevista dall'articolo 37". Entrambi questi ultimi oneri sono a totale carico dell'INPGI.
Tuttavia, per effetto del decreto Berlusconi di privatizzazione n. 509 del 1994 e in base all'art. 1 del nuovo Statuto "I'INPGI - Istituto nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani "Giovanni Amendola", già riconosciuto con Regio Decreto 25 marzo 1926 n. 838, è una fondazione dotata di personalità giuridica di diritto privato incaricata di pubbliche funzioni a norma dell'articolo 38 della Costituzione, con autonomia gestionale, organizzativa e contabile, ai sensi dell'articolo 1 del decreto legislativo 30 giugno 1994 n. 509. L'attività di natura pubblica è soggetta alla vigilanza del Ministero del Lavoro, del Ministero del Tesoro e della Corte dei Conti".
Ma non vi é forse un'aperta contraddizione tra queste norme? Ed é giusto imporre all'INPGI di accollarsi per intero l'onere degli ammortizzatori sociali? Non é, invece, una contraddizione in termini che rischia di mettere in pericolo la stessa sopravvivenza dell'INPGI, Fondazione privata? E come si può equiparare l'INPGI alle altre Casse "privatizzate" dei liberi professionisti (Cassa Forense, Inarcassa, Notariato, Dottori commercialisti, Enpam, ecc.) tenute anch'esse a rispettare i 5 anni di riserva tecnica, ma senza avere l'obbligo di pagare 1 solo Euro per gli ammortizzatori sociali?
Appare evidente anche ad un bambino - figuriamoci ad un costituzionalista - la profonda contraddizione in termini tra la figura "privatistica" di un ente e l'accollo per intero e senza poter neppure aprire bocca di oneri pesantissimi come i seguenti ammortizzatori sociali:
1) indennità di disoccupazione fino a 2 anni e contributi figurativi per 1 anno non solo a giornalisti subordinati a tempo indeterminato licenziati o dimessisi, ma anche a giornalisti precari -solo quelli Rai sono centinaia- o inoccupati (per questi ultimi la copertura é limitata ovviamente ai periodi in cui il giornalista non lavora);
2) indennità di cassintegrazione per 2 anni e contributi figurativi per 1 anno a giornalisti subordinati a tempo indeterminato senza che l'INPGI -a differenza dell'INPS, di cui é ente sostitutivo!- incassi neppure lo 0,90% dalle aziende editoriali;
3) t.f.r. (cioé l'indennità di liquidazione) in caso di fallimento dell'azienda;
4) prepensionamento di giornalisti, che abbiano almeno 58 anni di età e siano dipendenti da aziende in crisi vera o "finta" con conseguente duplice danno non solo per l'INPGI (immediato pagamento di una rilevante pensione con 7 anni di anticipo rispetto ai 65 anni di età e mancato introito di contributi per 7 anni), ma, paradossalmente, anche per i giornalisti stessi (vedere il mirabile e documentato articolo, pubblicato il 9 novembre scorso sul Barbiere della Sera, firmato dal collega Franco Ferorelli, che giustamente si lamenta di essere stato penalizzato per il suo "status" di prepensionato-contro la sua volontà- dalla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari).
Come ulteriore "ciliegina" nell'estate scorsa é divenuta operativa una delibera del Consiglio di amministrazione INPGI per favorire la rioccupazione dei giornalisti disoccupati o cassintegrati. La delibera prevede consistenti agevolazioni contributive in favore di quelle aziende editoriali le quali assumeranno, con contratto a termine di un anno, i giornalisti rimasti senza lavoro. Tali agevolazioni, a carico dell’INPGI, sono disponibili per un numero massimo di 130 unità. L’iniziativa assunta dall’Istituto ripercorre quanto fu a suo tempo stabilito dalla legge 402 del 26 luglio ‘96 (cosiddetta legge Treu) che FNSI, INPGI e FIEG avevano sollecitato al Governo e al Parlamento, al fine di diminuire il numero dei giornalisti che avevano perduto il posto di lavoro. Il meccanismo di quella legge prevedeva che le aziende le quali avessero assunto giornalisti disoccupati o cassaintegrati con contratto a termine di durata fino a 12 mesi, potessero corrispondere all’INPGI una contribuzione modestissima (circa 10 Euro, pari a 19 mila lire, al mese) prevista per gli apprendisti. L’onere della minor contribuzione era a carico del bilancio dell’Istituto. Pochi mesi più tardi il consapevole sacrificio previdenziale dell’INPGI fu premiato dalla legge 449/97 (Finanziaria ’98) con la quale il Parlamento decise che, qualora il contratto a termine fosse stato trasformato a tempo indeterminato, l’azienda avrebbe potuto continuare a corrispondere i contributi ridotti per altri 12 mesi. In questo caso l’onere economico fu assunto dallo Stato. Questo meccanismo di decontribuzione cessò i suoi effetti al 31 dicembre 1999, ma produsse ottimi risultati. Infatti in poco meno di 3 anni e mezzo, come ha ricordato il presidente Cescutti, quelle norme stimolarono l’attivazione di 895 contratti a termine, ben 553 dei quali furono trasformati in contratti a tempo indeterminato, che a tutt'oggi durano.
In presenza di un preoccupante ritorno della crescita della disoccupazione giornalistica, il Cda INPGI ha ritenuto necessario ripercorrere quell’iniziativa sociale attraverso un proprio provvedimento con l'auspicio che possa aggiungersi presto un intervento di sostegno del Governo.
Questo il dettaglio della delibera INPGI che ritengo opportuno ricordare in dettaglio perché molti colleghi ancora non la conoscono:
A) Le agevolazioni contributive saranno accordate dall’INPGI alle aziende editoriali, in regola con la corresponsione dei normali contributi di legge, le quali assumeranno con contratti a termine della durata di 12 mesi, giornalisti attualmente iscritti nelle liste di disoccupazione o Cigs tenute a cura della Commissione paritetica FNSI-FIEG. La contribuzione ridotta sarà pari a quella degli apprendisti, prevista all’art. 8, comma 2, della legge n. 223 del 23 luglio 1991.
B) Il numero massimo dei contratti a termine "agevolati" sarà pari a 130 unità e sarà ripartito secondo i seguenti scaglioni:
- 8 contratti per aziende con 1000 o più giornalisti dipendenti;
- 7 contratti per aziende che abbiano alle dipendenze fra i 401 e i 600 giornalisti;
- 25 contratti per aziende far i 201 e 400 giornalisti;
- 12 contratti per aziende fra i 101 e i 200 giornalisti;
- 42 contratti per aziende tra 61 e 100 giornalisti;
- 36 contratti per aziende con meno di 61 giornalisti.
C) Qualora entro due mesi dalla data di approvazione della delibera adottata dall’Inpgi dovesse risultare che non sia stato esaurito il numero di contratti a disposizione di ciascun scaglione, tutte le rimanenti disponibilità potranno essere richieste ed utilizzate da ogni azienda, senza che debbano essere più osservati i limiti indicati inizialmente.
Sul fronte degli ammortizaztori sociali l'INPGI si accolla quindi oneri pesantissimi senza alcun contributo dello Stato. A ciò si aggiunga che l'art. 31 dello Statuto dei lavoratori, anziché limitarsi a prevedere giustamente la conservazione del posto di lavoro per tutta la durata del mandato parlamentare, addossa assurdamente per intero all'INPGI -unico ente previdenziale privatizzato- persino l'onere dei contributi previdenziali a favore di circa 100 giornalisti eletti deputati, senatori, parlamentari europei, Governatori di Regioni e Sindaci di grandi città.
Quanti sanno che decine e decine di parlamentari di tutti i partiti con trascorsi giornalistici prendono una doppia pensione (una dall'INPGI, l'altra, sotto forma di vitalizio, dallo Stato) prosciugando le nostre risorse? Infatti la pensione di questi circa 100 colleghi é in gran parte pagata dall'intera categoria!! In più, ma a parte, lo Stato (cioé "pantalone") provvede a pagare loro una seconda pensione sotto forma di vitalizio per il mandato parlamentare o equiparati!!
Infine, vi é un'ulteriore penalizzazione per le casse dell'INPGI con un costo aggiuntivo di circa 1 milione di Euro ogni anno, perché gli avvocati dell'ufficio legale interno dell'Istituto non possono rappresentare l'INPGI in tribunale, ma devono essere obbligatoriamente assistiti e rappresentati da legali esterni. Al contrario, grazie ad un'apposita "leggina" gli avvocati dell'ufficio legale interno dell'INPS possono difenderlo in tribunale. Ma l'INPGI non é forse l'unico ente sostitutivo dell'INPS? E allora perché anche questa ingiustificata sperequazione che si riflette pesantemente sulle casse di un "ente" privatizzato?
Ma torniamo al mancato ricorso al TAR del Lazio sul caso Riffeser. Cescutti e Serventi Longhi volevano, invece, presentare ricorso solo sul merito del decreto Maroni sulla "crisi" vera o finta del gruppo Riffeser senza eccepire affatto l'incostituzionalità della legge 416/81, nè del decreto 509/94, e soprattutto senza neppure chiedere in via d'urgenza al Tar del Lazio la sospensiva del decreto. In realtà si sarebbe trattato di un ricorso puramente di facciata senza alcuna concreta operatività. Per di più, secondo i due rappresentanti ministeriali nel CdA INPGI, il professor Mauro Masi e l'avvocato Maurizio Bernasconi, senza alcuna probabilità di successo, ma anzi con possibilità per l'INPGI di essere addirittura condannato per lite temeraria! In sostanza, anche se fossero prevalsi i sì nel voto del CdA INPGI, il ricorso al Tar non sarebbe servito a nulla, ma solo a dire all'esterno che era stato presentato un ricorso! In pratica, tanto can can per nulla!
Per questi motivi, avendo in precedenza anticipato che avrei presentato alle Camere, ai sensi dell'art. 50 della Costituzione, una petizione per la radicale riforma della 416/81 e del decreto Berlusconi 509 del 1994 ed avendo anche preso atto della disponibilità del Governo - illustrata al CdA INPGI dal professor Masi - di modificare in alcuni punti la 416 come chiedeva la FNSI e l'INPGI (l'incontro di Cescutti, Serventi Longhi e Siddi é fissato alla Commissione Cultura della Camera per il 16 novembre) mi sono astenuto dal voto finale proprio perché come ho spiegato prima non ero favorevole ad un ricorso che era l'opposto esatto di quello che ritenevo che l'INPGI dovesse presentare.
Se poi si vuole disquisire su tutto e mettere sullo stesso piano l'astensione con il voto contrario, ognuno é ovviamente libero di farlo. Ma non é certo colpa mia -credo- se i sì siano stati solo 6 contro 5 no e 2 astenuti (Silvana Mazzocchi e il sottoscritto) e la delibera Riffeser sia stata bocciata. Nè é colpa mia se all'INPGI le astensioni si computino insieme ai voti contrari e se il Segretario della FNSI Serventi Longhi, che é anche in tale veste -di diritto- da 8 anni consigliere INPGI, non abbia ancora ben imparato lo Statuto dell'Istituto.
Come da copione, "Autonomia e solidarietà-Giornalisti uniti", "Nuova informazione" e la segreteria della FNSI, le Associazioni stampa dell'Emilia-Romagna, Veneto, Marche, il Cdr del Resto del Carlino, e il portavoce del coordinamento delle associazioni per un sindacato di servizio (Valle d'Aosta, Liguria, Trentino- Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia e Basilicata) uniti in un vero e proprio plotone d'esecuzione, hanno sparato a zero su chiunque avesse osato non condividere il loro punto di vista.
Poco importa che chi nell'INPGI ha svolto il proprio ruolo istituzionale (seppure con un voto non a loro gradito), lo abbia fatto nella massima trasparenza. Né importa che il "no" al ricorso al Tar per la vicenda Riffeser, abbia di fatto impedito che venisse vanificato il lavoro dei 3 Comitati di redazione che hanno firmato un accordo che interessa decine di colleghi.
L'astensione mia e di Silvana Mazzocchi è stata espressa, come era nostro diritto e dovere, nel rispetto di intere redazioni di QN, il Giorno e La Nazione e di almeno una parte di quella de Il Resto del Carlino.
Tutto il resto è demonizzazione di chi non sa opporre argomenti sostanziali, ma solo insinuazioni al limite della calunnia. E' l'abituale metodo sindacale della maggioranza che, per fortuna, non è rappresentativo di tutti i giornalisti.
A sostegno di ciò può essere utile, al di là di tante considerazioni e polemiche strumentali, leggere il comunicato che segue, diffuso il 9 novembre dai 3 Cdr subito dopo il voto dell'Inpgi: "I CdR del QN, Il Giorno, La Nazione prendono atto che il Consiglio di Amministrazione dell'INPGI ha rinunciato, a maggioranza, al ricorso al Tar contro il decreto ministeriale che autorizza una serie di prepensionamenti concordati e vololntari, sulla base degli accordi firmati l'8 agosto 2003 tra la Poligrafici Editoriale e i CdR".
I CdR prendono atto con soddisfazione che i rappresentanti della Presidenza del Consiglio e del Ministero del Lavoro nel Consiglio dell'INPGI si sono impegnati, come era stato richiesto dallo stesso Presidente dell'Istituto nella recente audizione davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati, a modificare la legge 416 in modo che lo stesso Istituto possa partecipare alle trattative su altri stati di crisi.
Altresì i CdR hanno apprezzato il ruolo svolto in Consiglio dai colleghi che hanno contribuito a respingere un ricorso che avrebbe di fatto vanificato il lavoro compiuto.
I CdR ricordano che lo stesso decreto ministeriale riconosce che il bilancio 2003 della Poligrafici è risultato in attivo "non per un buon andamento produttivo, ma per una semplice operazione di dismissione del patrimonio immobiliare".
Altresì richiamano il fatto che "l'attuazione degli accordi dell'8 agosto 2003 ha evitato contraccolpi pericolosi che avrebbero avuto un drammatico impatto sindacale".
I CdR firmatari auspicano che "la Poligrafici Editoriale, continuando a rispettare tutti gli accordi sottoscritti e il loro spirito, si impegni ora sulla qualità del prodotto giornalistico".
Piuttosto vorrei che qualcuno rispondesse ora a questa domanda: che sarebbero andati a fare il 16 novembre a Montecitorio Cescutti, Serventi Longhi e Siddi se fosse stato presentato ricorso contro il ministero del Lavoro, visto che il Governo si era già detto favorevole a introdurre quelle modifiche che la FNSI e l'INPGI avevano richiesto? Era forse pensabile che i tre nostri alti rappresentanti della categoria sarebbero stati ugualmente accontentati o avrebbero, invece, fatto una bella passeggiata a vuoto e non se ne sarebbero, forse, tornati con la coda tra le gambe?
Ritengo comunque che sia giunto finalmente il momento per indire un referendum nella categoria su due blocchi distinti di quesiti alternativi rivolti a tutti i giornalisti iscritti all'INPGI:
1A) Sei favorevole al mantenimento della legge 416/81 e successive modifiche e integrazioni pagata a totale carico dell'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, senza alcun contributo dello Stato?
1B) Sei favorevole al mantenimento della legge 416/81 e successive modifiche e integrazioni pagata dall'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, con il parziale contributo dello Stato?
1C) Sei favorevole al mantenimento della legge 416/81 e successive modifiche e integrazioni pagata dall'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, con il totale contributo dello Stato?
2A) Sei favorevole al mantenimento dell'articolo 31 dello Statuto dei lavoratori circa il versamento dei contributi previdenziali a favore di giornalisti divenuti parlamentari, effettuato a totale carico dell'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, senza alcun contributo dello Stato?
2B) Sei favorevole al mantenimento dell'articolo 31 dello Statuto dei lavoratori circa il versamento dei contributi previdenziali a favore di giornalisti divenuti parlamentari, effettuato dall'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, con il parziale contributo dello Stato?
2C) Sei favorevole al mantenimento dell'articolo 31 dello Statuto dei lavoratori circa il versamento dei contributi previdenziali a favore di giornalisti divenuti parlamentari, effettuato dall'INPGI, Fondazione privata e unico ente previdenziale "privatizzato" sostitutivo dell'INPS, con il totale contributo dello Stato?
Pierluigi Franz