di Franco Abruzzo*
Questa riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa non mi convince. Non mi va che il destino dei giornalisti, che fanno cronaca, sia consegnato in caso di recidiva nelle mani dei giudici. I cronisti lavorano “sul tamburo” e hanno, - soprattutto quando i fatti accadono in un’ora vicina alla chiusura del giornale -, un nemico implacabile: il tempo. Nella fretta può capitare di scrivere un aggettivo di troppo, di riferire una circostanza “a metà”, di collocare una persona in uno scenario negativo. Tali sfumature possono provocare una querela della parte, che si ritiene offesa. Pensiamo poi alle iniziative penali (intimidatorie?) di sindaci, ministri, assessori adottate a tutela della dignità dell’ente pubblico o della pubblica amministrazione. E’ vero: il reporter non rischierà più la galera (da 1 a 6 anni, quando attribuisce un fatto “determinato” oppure da sei mesi a tre anni, quando riferisce in maniera generica). Se la potrà cavare nel massimo con una multa di 10 mila euro.
Ma la condanna penale ha una coda amarissima: l’interdizione temporanea dalla professione, che verrà applicata in modo automatico. Il cronista rischia di rimanere a casa da un minimo di uno a un massimo di sei mesi, senza lavoro e senza stipendio. Nessun professionista (medico, avvocato, commercialista, etc) corre oggi tale alea: l’interdizione può oggi essere comminata dal giudice, ma non è un meccanismo automatico. Il rischio dell’interdizione pesa anche sul direttore responsabile, qualora lo stesso sia chiamato a rispondere del reato di diffamazione “in concorso” con il suo cronista.
L’abolizione del carcere e dell’udienza preliminare significa che il giornalista finirà davanti a un giudice onorario, che non ha l’esperienza e la maturità di un magistrato di carriera. L’eventuale sentenza di condanna potrà essere corretta solo in appello, quando l’imputato comparirà di fronte a tre giudici togati. Tutto questo è collegato alla circostanza che il Pm chiederà la citazione diretta a giudizio del giornalista. Oggi il filtro del Gip elimina almeno il 50 per cento dei procedimenti penali. Bisogna tener conto che nei processi per diffamazione vengono ricostruite anche vicende storiche di grande rilievo con personaggi - non solo giornalisti – spesso protagonisti della vita pubblica nazionale. Il dibattimento di fronte a un giudice monocratico di carriera offre garanzie e certezze che il giudice onorario non potrà mai assicurare.
Bisogna anche precisare che l’eventuale multa di 5 mila euro e di 10mila euro non esaurisce il processo penale. E’ una condanna, che sarà seguita da una causa civile per stabilire l’entità del danno (non solo morale).
Il giornalista entra in una catena di montaggio giudiziaria dalla quale rischia di uscire stritolato. Oggi le querele sono facili e abbondano. Beccarsi due, tre o quattro querele è probabilità facile. Quale cronista rischia il posto dopo aver subito una prima condanna penale? Ecco perché questa riforma va fermata anche per evitare autocensure o cronache ricostruite al telefono o pantofolaie.
La battaglia è un’altra: bisogna chiedere la cancellazione del reato di diffamazione. Le eventuali controversie per offese all’onore dovrebbero essere regolate soltanto in sede civile.
*presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
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(Dal quotidiano “Libero” del 21 ottobre 2004 – prima pagina)