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da: www.senzabavaglio.info
SERGIO LEPRI
"Giornalismo. Da ieri al futuro"

Il 23 aprile a Roma si sono svolte le celebrazioni per il centenario della Federazione Nazionale della Stampa. Sergio Lepri, che è stato direttore dell'Ansa per 28 anni, ha tenuto quest'intervento fuori da ogni retorica e con intento certamente non solo commemorativo. I titolini che lo spezzano sono di Senza Bavaglio. sb

L'occasione che qui ci trova riuniti, la celebrazione del Centenario della Federazione della stampa, meriterebbe davvero, come è scritto nel programma, una bella "lectio magistralis". Ma io non terrò una "lectio magistralis". Il mio sarà solo un invito a condividere alcune riflessioni maturate in tanti anni di esperienza professionale.  Tanti anni. Una vita. Una storia personale che comincia Proprio nello stesso anno, il 1944, in cui, dopo la parentesi fascista, riprese vita il nostro sindacato, la Fnsi. 1944 e poi 1945. Anni duri, in un Paese distrutto nelle case, nei beni, nelle persone; lacerato nei cuori e nelle menti.Anni duri, ma anche belli, perché pieni di progetti e di attese. La gente vedeva nella stampa, finalmente libera, il segno concreto della democrazia. Voleva sapere quanti etti di farina o quanti decilitri di olio la carta annonaria del razionamento avrebbe concesso in settimana; quando sarebbe tornata l'acqua, la luce, il gas, il tram e il treno; ma voleva anche conoscere i programmi proposti dai nuovi partiti politici, fino allora ignoti; e voleva conoscere le ideologie di cui solo i vecchi sapevano parlare. Socialismo, liberalismo, comunismo creavano un immaginario, carico di meravigliose palingenesi.


 


GIORNALISMO COME SERVIZIO


Nelle redazioni dei giornali c'era una maggioranza di giovani. Molti provenivano dalla stampa clandestina, la maggior parte aveva dietro di sé qualche anno di


insegnamento, tutti vedevano nel giornalismo un modo


per contribuire più validamente al processo di


ricostruzione del Paese; un mezzo per consolidare gli


istituti democratici appena riconquistati e per


garantire il pluralismo in cui si esprimeva il neonato


sistema politico. Il giornalismo come servizio; il


giornalismo come passione civile.


 


CHI PIU' SA, PIU' E' LIBERO


Prima riflessione, piuttosto ovvia, oggi; ma, allora, conquistata sul campo. Il giornalismo è uno strumento per dare ai cittadini le informazioni che li aiutino a governare meglio la propria giornata e a migliorare la


qualità della vita e, insieme, per dare ai cittadini le informazioni che li aiutino ad allargare il proprio


patrimonio di conoscenze. Chi più sa, più è libero. Furono ancora anni duri - gli ultimi anni Quaranta e i


Primi anni Cinquanta - ma importanti, anche perché la reazione alla retorica del linguaggio del giornalismo


fascista, la necessità di dire cose concrete a lettori che volevano sapere cose concrete, la scarsità dello


spazio (per mancanza di carta i giornali uscivano per


parecchio tempo in due pagine, un foglio), ci


inducevano a usare un linguaggio semplice, sobrio,


sintetico; ci aiutarono quindi a superare il mito cha


da sempre pesava sul giornalismo: il mito della


letteratura, cioè il giornalismo come una professione


che attiene alla letteratura; il giornalismo come


genere letterario.


Era una convinzione che nasceva da una secolare


tradizione, che nel passato ha trasformato in un


privilegio della professione giornalistica quello che è


stato invece un pesante impedimento a un modo


moderno di fare informazione.


 


GIORNALISMO, NON LETTERATURA


Il gusto, oltre il giusto, per una prosa elegante e per un linguaggio ricercato, lontano quanto più possibile


dalla lingua parlata. E questo significava non rendersi conto del grado di istruzione (due terzi degli italiani


avevano la licenza elementare come massimo titolo di


studio) e del livello culturale di un paese che fino a


qualche decennio fa (in piccola parte lo è ancora) era


un Paese bilingue, dove, accanto al dialetto, l'italiano


era la seconda lingua.


E questo spiega la scarsa lettura dei giornali (l'Italia


sempre agli ultimi posti in Europa) e quindi la scarsa


informazione.


Letteratura, no. Allora che cosa? Il giornalismo (il


giornalismo serio, esatto, veritiero) racconta i fatti


con la freschezza dell'immediato; racconta ciò che


è accaduto ieri.


La storiografia - è ovvio - arriva dopo; e gli eventi


passati, ricostruiti dallo storico, non sono più eventi


passati ma diventano eventi contemporanei (la storia


è sempre storia contemporanea; lo diceva il mio


maestro Benedetto Croce ed ora è una verità


acquisita) e i fatti del passato, diventati


contemporanei, perdono la loro storicità, il loro


essere storia di allora, cioè quegli aspetti di umanità


e quotidianità che ne sono spesso la pregnante


caratteristica.


Gli annalisti francesi, la cui rivoluzione storiografica


si cominciava allora a conoscere, ci davano un


autorevole conforto.


La storia - dicevano Braudel e Le Goff e gli altri – non


è soltanto la storia dei grandi eventi, ma la storia di


ogni giorno e la storia di tutti, grandi e piccoli, ricchi e


poveri, potenti e deboli, superbi e umili; e per scrivere di


storia non bastano più gli archivi e i documenti ufficiali,


servono anche le curve dei canoni d'affitto, gli indici


Dow-Jones, il numero dei morti per droga, i dati della


produzione agricola, le condizioni del clima. Insomma le


pagine dei giornali e, oggi, i loro archivi elettronici.


 


CAPIRE LA REALTA' SENZA MANIPOLARLA


Riflessione numero due: il giornalismo può avere una sua dignità anche nella comunità delle lettere, se,abbandonata la seduzione della letteratura, si fa


storiografia o complemento di storiografia. Il


giornalismo non come "conoscenza dell'effimero", ma


come "scienza del contingente", come "scienza della


quotidianità". La "storiografia dell'istante" ha detto,


un po' poeticamente, Umberto Eco.


A una condizione, però: che il giornalismo cerchi di


capire la realtà e la spieghi onestamente così com'è,


senza applicare alla realtà i propri schemi ideologici


e senza manipolarla per fini diversi, extragiornalistici,


politici o economici, o anche di personale vanità. Un


giornalismo che informi; non un giornalismo che


cerchi di persuadere o che cerchi soltanto di piacere.


Nel 1954 arriva la televisione, e dopo qualche anno è già


una rivoluzione. Il nuovo medium trasmette messaggi


nuovi, ma è esso stesso un messaggio. Modifica i nostri


comportamenti, le nostre abitudini e anche i nostri modi


di pensare.


 


LA TV E LA CASALINGA DI VOGHERA


La televisione irrompe nel giornalismo: nel bene, nel


meno bene, anche nel male.


Bene, nel costringere il giornalismo a passare da un


pubblico che, con la carta stampata, appartiene soltanto


ad alcune fasce socioculturali del paese, a un pubblico


 che coincide con l'intera società; compresi quelli che


 non leggono i giornali, compresi gli analfabeti effettivi


 (pochi) e gli analfabeti di ritorno (tanti); compresa la


 "casalinga di Voghera", che, secondo una vecchia famosa


 inchiesta della Rai degli anni Sessanta, non sapeva il


 significato di "scrutinio", di "disegno di legge", di "crisi


 di governo", di "potere esecutivo".


 La "casalinga di Voghera" non era un'invenzione o


 un'astrazione, ma una persona vera, interpellata, insieme


 agli agricoltori di Andria e agli operai di Sesto San


 Giovanni, dal Servizio Opinioni della Rai, ai tempi in cui


 la Rai si preoccupava di conoscere i telespettatori, e


 non soltanto i pubblicitari; i consumatori, e non soltanto


 i produttori di consumi.


 Anche la casalinga di Voghera aveva il diritto di essere


 informata con un linguaggio comprensibile; e il giornalista


 aveva il dovere di informare, con un linguaggio


 comprensibile, anche la casalinga di Voghera.


 Bene, dunque, per il linguaggio. Il linguaggio della gente


 Comune per farsi capire anche dalla gente comune. Meno


 bene, la tv, per la scelta dei contenuti e per il modo di


 presentarli.


 


GIORNALISMO NON INTRATTENIMENTO


 La televisione è immagine, e l'immagine è spettacolo; lo


 spettacolo comporta un palcoscenico e una platea;


 comporta quindi un pubblico di cui si deve cercare e


 ottenere il consenso, dandogli una realtà-spettacolo.


 Ma la spettacolarizzazione della realtà conduce


 fatalmente all'adozione, anche nell'informazione, dei


 sistemi della pubblicità.


 Più che strumento di conoscenza, l'informazione


 televisiva tende spesso ad essere oggetto di


 intrattenimento, privilegiando i contenuti che non si


 rivolgono alla ragione ma ai sentimenti, che non


 suggeriscono riflessioni ma suscitano emozioni.


 Gli alti costi di produzione e la ricerca del profitto


 hanno così inventato l'Auditel e la schiavitù


 dell'audience; e, insieme alla concorrenza fra i vari


 organi di informazione televisiva, la ricerca del profitto


 e la schiavitù dell'audience hanno portato a


 un'informazione televisiva che troppo spesso indulge a


 drammatizzare e a spettacolizzare i fatti, a volte


 adeguandosi ai cattivi gusti di minoranze.


 Gli interessi veri della maggior parte dei telespettatori,


 sono quelli accertati da una famosa ricerca del Censis:


 prima la salute, poi - bellissimo - la scuola e la cultura,


 poi il lavoro, poi il vitto e l'abbigliamento, poi il risparmio


 e i servizi sociali, poi i problemi della città e del quartiere.


 La politica viene al decimo posto; ma è la politica che


 i teleschermi ci fanno vedere: non la politica come


 progetto, come risposta ai problemi della vita, ma la


 politica come rissa, come frasi fatte, come retorica,


 come affabulazione.


 Quanto dell'antipolitica nasce dalla politica come tale e


 quanto dell'antipolitica nasce invece dal modo in cui


 la politica è promossa, direi inventata dalla


 televisione-spettacolo?


 E' un cerchio perverso: la tv dice all'uomo politico: io ti


 faccio vedere; e l'uomo politico è pronto a farsi vedere.


 La tv dice: io però voglio spettacolo; e l'uomo politico fa


 spettacolo. La tv è tutta un quiz, diceva Arbore. La tv è


 tutta uno show; spesso anche quella che fa informazione.


 


SERVIZIO PUBBLICO “DI SERVIZIO”


 Riflessione numero tre. L'informazione televisiva, almeno


 quella del Servizio pubblico, deve tener conto degli


 effettivi bisogni informativi dei cittadini; deve essere


 una informazione "di servizio".


 Non spaventi la parola: informazione "di servizio"


 significa soltanto un'informazione dei fatti del giorno


 (di cronaca economica e politica e sociale, italiana ed


 estera, anche - perché no? - di una certa cronaca nera),


 capace non tanto di divertire o di commuovere quanto di


 soddisfare il nostro desiderio di sapere e anche le nostre


 curiosità culturali, utile, in ogni caso, per esercitare


 meglio le nostre responsabilità di cittadini, di


 professionisti, di padri e madri di famiglia.


 


I PAZZI ANNI ‘70


 Vennero poi anni terribili. Gli anni Settanta. Sembrava


 che un vento di follia si diffondesse anche in ambienti


 impensabili: fra uomini di cultura, docenti universitari,


 intellettuali in genere; anche fra i giornalisti. Sui fatti


 (che spesso erano fatti di sangue e non solo conflitti


 di idee, politici e ideologici) si pubblicavano le notizie più


 drammatiche senza che se ne conoscesse la provenienza


 o se ne accertasse la veridicità; anzi, più che notizie,


 erano voci o supposizioni, che diventavano verità su cui


 si imbastivano processi e si pronunziavano sentenze.


 Da qualche settore dello Stato c'era chi voleva sovvertire


 le regole della democrazia; e chi metteva in giro,


 accreditandole come ufficiali, false "verità"; ma qualcuno,


 in contrapposizione, arrivava a teorizzare che invece di


 fare informazione si doveva fare controinformazione.


 L'informazione, dall'una e dall'altra parte, come strumento


 di lotta politica.


 


IL BLACK-OUT FU UN ERRORE


 Era difficile fare un giornalismo serio. Si potevano


 ignorare certe notizie, anche se non trovavano


 conferma? Perché poi, contemporaneamente, c'era


 chi sosteneva l'opposto; cioè che certe notizie era bene


 non darle, per esempio i proclami delle Brigate rosse.


 "Black out" si diceva, col vezzo che si ha spesso per le


 parole straniere.


 Riflessione numero quattro. Una riflessione così ovvia


 che è perfino imbarazzante enunciarla, se non fosse


 l'esperienza che ci autorizza a farlo. Un giornalismo


 serio non fornisce notizie che non siano accertate,


 e se non sono certe non le dà come tali e in ogni caso le


 attribuisce alla fonte da cui provengono, garantendosi


 con quella santa invenzione grammaticale che sono le


 virgolette.


 E se invece le notizie sono vere, come, purtroppo, erano


 Veri i proclami delle Brigate rosse, le notizie non è giusto


 nasconderle. Come si fa a combattere il male se non lo si


 conosce?


 


IL COMPUTER MIGLIORA L’INFORMAZIONE


Su qualche fuoco, intanto, bollivano, fumanti, molte pentole.


Pochi si preoccupavano di sapere che cosa c'era dentro.


Alla fine ce ne accorgemmo, molti con sorpresa e interesse,


qualcuno con fastidio e scetticismo: il personal computer,


il passaggio dall'analogico al digitale, Internet.


Bene, il personal computer. Sembrava una macchina per


scrivere più veloce e capace di maggiori prestazioni.


Era molto di più; e migliorava il modo di fare informazione;


costringeva a un linguaggio lessicalmente più sobrio e


sintatticamente più semplice; e condizionava, in meglio,


anche la scelta dei contenuti. Sullo schermo di un pc


si possono leggere tre pagine sul delitto di Cogne? No.


Si può leggere una nota di chiacchiere politiche lunga


due colonne? No.


 


LE NUOVE TECNOLOGIE? UN GRAN BENE


Bene, perciò, il pc; e benissimo il passaggio dal modello


analogico al modello digitale. Un solo segnale serviva


a gestire la parola scritta, la parola detta, il suono,


l'immagine fissa, cioè la foto, l'immagine in movimento,


cioè il filmato. Grazie anche al processo di


miniaturizzazione nascevano nuovi apparecchi: la


macchina e la cinepresa digitale, il telefonino, il


videotelefonino. Le reti cellulari e satellitari rendevano


più facile e più rapida la raccolta e la distribuzione


delle informazioni.


Riflessione numero cinque. Che momento esaltante.


La digitalizzazione dell'informazione significava


la multimedialità, cioè l'operatività di tutti i media


secondo uno stesso codice binario, e quindi una


semplificazione dei modi di fare informazione.


Significava l'interattività, cioè l'interazione fra chi


produce e chi riceve informazione, e quindi la possibilità


di dialogo fra emissore e ricettore dell'informazione.


Significava l'ipertestualità, cioè la possibilità di collegare


l'informazione corrente con altre informazioni correlate,


e quindi un'informazione più ricca e più completa.


Tutto questo apriva una prospettiva affascinante: la


demassificazione dell'informazione, cioè un'informazione


sempre migliore in un mercato sempre più vasto di


consumatori.


Già; ma il giornalismo come categoria professionale


e come impresa editoriale? In contemporanea era


arrivata anche Internet. Internet è la parafrasi del


mondo. Tutto il bene e tutto il male del mondo, di


un mondo globalizzato, in tempi rapidi; in tempo reale,


anzi, come si dice. Nel campo della comunicazione Internet


era il massimo: era un campo infinito di fonti di


informazione, una grande biblioteca elettronica, un enorme


somma di banche dati, cioè uno strumento prezioso per


moltiplicare e arricchire le informazioni; e insieme un


campo infinito di soggetti cui distribuire quelle


informazioni.


 


CITIZEN JOURNALISM? BLOGGER? NESSUN ORDINE LI FERMERA’


I nuovi apparecchi digitali e Internet creavano anche una realtà nuova: il giornalismo che potremmo chiamare "amatoriale", il "citizen journalism", come dicono gli


americani; i "blogger", cioè i siti privati che in pochi


anni sono diventati decine e decine di milioni. Con


pochi mezzi e pochi soldi tutti possono diventare


giornalisti e editori di se stessi, anche senza essere


iscritti all'albo professionale.


La libertà di stampa concessa a milioni di persone,


la possibilità per tutti di esprimere opinioni, di


raccontare fatti non conosciuti dai media, anche


di criticare i detentori del potere.


C'è già una storia: i blogger che nel 1999 dal Kosovo


e dall'Iraq ci facevano sapere quello che le autorità


(Milosevic per i primi, Saddam Hussein per i secondi)


non volevano farci sapere. Nel 2005 furono i blogger


e non le agenzie di stampa a dare notizia dell'uragano


Katrina che stava devastando New Orleans, e nel 2006,


durante il bombardamento israeliano di Beirut, è stata


la stessa Cnn a chiedere ai blogger americani che si


trovavano nella città di raccontare che cosa stava


succedendo.


E' il caso, però, di ripetere la domanda: e il giornalismo


come categoria professionale e come impresa editoriale?


 


IL GIORNALISTA E’ UN MEDIATORE


Riflessione numero sei; ed è anche una risposta alla


domanda. Il giornalismo è mediazione tra la fonte


dell'informazione e il fruitore dell'informazione. Internet


permette al fruitore di raggiungere direttamente la fonte


senza la mediazione giornalistica. Il giornalismo comporta


tre attori: la fonte, il fruitore e il giornalista come


mediatore. Con Internet gli attori diventano soltanto due:


la fonte e il fruitore.


Internet può allora eliminare il giornalismo? Internet ci


mette a disposizione decine di migliaia di fonti. Troppe,


anche con l'ausilio dei motori di ricerca. In ogni caso,


chi ci garantisce l'attendibilità delle fonti? Anche le


 fonti autorevoli, che si presentano con un autorevole


 biglietto da visita, ci danno quello che ritengono di farci


 conoscere, non tutto; e nel migliore dei casi hanno un


 codice, e la loro informazione deve essere perciò


 decodificata per avere un'informazione sicura.


 Poi ci sono le notizie false o manipolate, che certe fonti


 producono non per far conoscere la realtà, ma per


 modificarla. Vedi la "disinformatia" di un tempo; vedi


 episodi recenti (la guerra del Golfo), quando una notizia


 falsa fu impiegata addirittura come strumento di tattica


 militare, con lo stesso valore di un attacco di carri armati;


 o più semplicemente, sabato scorso, quando il "New York


 Times" ha scoperto che alcune emittenti televisive


 americane avevano come commentatori della situazione in


 Iraq generali dell'esercito pagati dal Dipartimento della


 Difesa.


 Poi i blogger. Viva i "blogger"; ma quasi tutti non sono


 stati a scuola di giornalismo, non ne conoscono le


 responsabilità, ignorano la deontologia professionale;


 e non hanno, a differenza del giornalismo ufficiale,


 la convalida o la condanna dei propri lettori.


 


PROFESSIONALITA’ PER SOPRAVVIVERE


 Riflessione numero sette, e ultima. Se l'informazione


 si dimostra sempre più indispensabile come strumento


 di conoscenza e come strumento di lavoro, l'informazione


 deve essere corretta e quanto più possibile esatta.


 La sopravvivenza del giornalismo, cioè la necessità di


 ricorrere al giornalismo come sicuro organo di base,


 dipende quindi dalla misura in cui la sua mediazione


 significhi non soltanto gestione delle informazioni che


 circolano fuori di Internet e dentro Internet, ma


 anche verifica e controllo di quelle informazioni.


 Il giornalismo può così tenere fermo il suo posto nella


 società riconquistando la sua funzione di mediazione:


 una mediazione di verità. E' un problema che coinvolge


 non solo i giornalisti, se vogliono salvaguardare il loro


 futuro e la loro professione.


 Coinvolge anche gli editori e i politici. Coinvolge i politici,


 almeno quelli convinti che una società sempre meglio


 informata è una società sempre più libera e democratica.


 


EDITORI RESPONSABILI


Coinvolge gli editori, almeno quelli che vedono negli organi


dell'informazione uno strumento non soltanto per vendere


pubblicità ma anche per contribuire alla crescita del paese;


editori, quindi, che hanno bisogno di giornalisti


professionalmente qualificati e sindacalmente protetti.


L'altro ieri, a Fiuggi, ho introdotto, come sempre, il


Seminario che l'Ordine dei giornalisti organizza ogni sei


mesi per i praticanti alla vigilia degli esami di idoneità


professionale.


Erano 146 praticanti; alcuni avevano già una collocazione


professionale; tanti, invece, erano vittime di un precariato


che sta diventando istituzionale, con un praticantato svolto


un po' qui e un po' là, un po' prima e un po' dopo; molti erano


disoccupati, e quindi con la prospettiva, superato l'esame,


di passare da praticanti disoccupati a professionisti


disoccupati.


A tutti ho detto: ragazze e ragazzi, avete scelto una


professione bellissima, ma difficile. Giornalisti non si


nasce, come qualcuno pensa; giornalisti si diventa; con


lo studio, con la lettura, col far tesoro delle giornaliere


esperienze, con la coscienza di esercitare un lavoro che,


al di là delle sue istituzionali finalità, ha anche una


responsabilità sociale.


Una professione che può essere anche un potere, ma


Non come riflesso o strumento di altri poteri.


Può essere un potere, o un contropotere, nella misura in


cui sia un servizio, svolto con onestà e umiltà, a favore dei


cittadini, unici legittimi detentori del potere.


Queste parole sono state accolte da un grande applauso.


Nonostante la diversità delle provenienze e l'incertezza


del loro futuro, erano tutti d'accordo: sul giornalismo


come responsabilità e come servizio. Vorrei che un'eco


di quell'applauso arrivasse alle orecchie dei politici, degli


editori e anche di qualche giornalista, direttore di


testata o conduttore di talk-show. Il giornalismo come responsabilità e come servizio.


Sergio Lepri


Roma 23 aprile 2008


 


 


Ai colleghi più giovani, che certamente sanno poco di Sergio Lepri, consigliamo di navigare un pochino sul suo sito: http://www.sergiolepri.it


Ricordiamo la biografia di Sergio Lepri, presa da Wikipedia:


Sergio Lepri (Firenze, 24 settembre 1919)  un giornalista italiano. Laureato in filosofia nel 1940, dopo l' 8 settembre del 1943, con l'armistizio e la successiva dissoluzione degli alti comandi,


entra nella Resistenza; aderisce al Partito d'azione e poi al Partito Liberale Italiano; diviene dunque direttore a Firenze del giornale clandestino del Partito liberale "L'opinione". Segretario politico della sezione fiorentina del Pli nel 1944-45, nel 1945 è redattore del quotidiano "La Nazione del popolo", organo del Comitato toscano di liberazione nazionale. Giornalista professionista dal febbraio 1946. Nel 1948, dopo la fine dei Comitati di liberazione e la nascita a Firenze del "Nuovo Corriere" socialcomunista, diretto da Romano Bilenchi, e del "Mattino dell'Italia centrale", è redattore del "Mattino dell'Italia centrale", poi diventato "Giornale del mattino".Nel 1957 diviene portavoce di Amintore Fanfani, segretario nazionale della Democrazia Cristiana ed è poi nominato


capo del Servizio stampa della presidenza del consiglio con Fanfani presidente nel 1958-59. Assunto dall'agenzia Ansa (società cooperativa fra i quotidiani italiani) nel settembre 1960; condirettore  responsabile dal 6 gennaio 1961 e direttore responsabile nel gennaio 1962. Ha lasciato l'agenzia il 15 gennaio 1990. Dal 1988 Sergio Lepri è stato docente di  "Linguaggio dell'informazione e tecniche di scrittura" nella Scuola superiore di giornalismo facente parte della facoltà di scienze politiche della "Libera Università di studi sociali Guido Carli" Luiss.


 


 





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