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Dpef, servizi e professioni - I “falsi” di Giavazzi

IL TESTO DEL DPEF


“…la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la riforma delle professioni…”



IL TESTO LIBERAMENTE INTERPRETATO DA GIAVAZZI MA DATO TRA VIRGOLETTE


“…le liberalizzazioni e la riforma delle professioni…”


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Dalla prima pagina del “Corriere della Sera” del 3 agosto 2004


Se il ministro liberalizza gli Ordini



di  Francesco Giavazzi


La vera novità del Documento di programmazione economico finanziaria (Dpef), da oggi in discussione in Parlamento, non è l'operazione trasparenza, l'ammissione che per riportare in equilibrio i conti pubblici servono due Finanziarie da 40 miliardi di euro, 24 quest’anno e 16 il prossimo, e questo prima ancora di pensare a ridurre le tasse. La vera novità è l'affermazione che «una politica di tagli senza un disegno di sviluppo provocherebbe un violento rallentamento dell'economia, vanificando la possibilitá di equilibrare i conti» e che quindi «interventi volti a promuovere la concorrenza, quali le liberalizzazioni e la riforma delle professioni, sono inscindibili dal programma di stabilizzazione della finanza pubblica». Mi sembra di sognare.


Solo un mese fa il ministro Castelli, dal quale dipendono gli Ordini professionali, diceva: «La Commissione europea e l'antitrust vorrebbero abolire gli Ordini; noi invece siamo impegnati a difenderli perché pensiamo che gli Ordini e tutto il ricco mondo delle professioni siano un patrimonio fondamentale della nostra societá, che garantisce un insostituibile apporto all'economia del Paese». E in maggio Berlusconi scriveva al presidente del Comitato unitario delle professioni: «Noi pensiamo che il sistema degli Albi professionali regolato per legge sia molto meglio del sistema delle libere associazioni di professionisti presenti nei Paesi anglosassoni”.


Se volete aprire un'azienda di spedizioni dovete prima iscrivervi all'Albo degli spedizionieri doganali (istituito nel 1960 e confermato con la legge 213 del 2000), cioè sostenere un esame e poi corrispondere ogni anno all'Ordine degli spedizionieri una tangente, pardon, una quota associativa. Un infermiere extra-comunitario che voglia lavorare in Italia puó liberamente arrivare a Milano: ma poi, per lavorare, deve chiedere l'iscrizione all'Albo degli infermieri professionisti. L'unica funzione dell'Albo è di regolare l'afflusso per evitare che gli infermieri nostrani abbiano a subire troppa concorrenza. Se amministrate un supermercato, provate a vendere dell'innocua Aspirina: arriverà la Guardia di finanza per verificare che siete iscritti all'Albo dei farmacisti. E cosí la domenica, quando i supermercati sono aperti  la maggior parte delle farmacie chiuse, gli anziani devono vagare per la città alla ricerca di un tubetto di Aspirina.


Gli albi sono istituiti per legge e le tariffe regolate dal ministero competente. Che non vi venga in mente di farvi un po’ di pubblicità per attirare  nuovi clienti, magari offrendo prezzi vantaggiosi: gli Albi vietano agli iscritti di farsi pubblicità. Ma gli Ordini possono fare anche danni maggiori: l’avvocato Maria Grazia Siliquini, sottosegretario all'Istruzione e un alfiere degli Ordini, ha recentemente comunicato alle università che non si illudano di applicare le nuove regole che prevedono l'autonomia dei singoli atenei: i programmi degli studi dovranno tener conto del parere degli Ordini competenti. Nel caso della laurea in Giurisprudenza il ministero, sentiti gli Ordini, ha già deciso, e l'autonomia delle università è stata di fatto cancellata: i programmi dovranno privilegiare i corsi di Diritto romano e dell'antichitá, e di Storia del diritto medievale, a scapito dei corsi in economia, scienza delle finanze e diritto tributario. Non c'era una grave carenza di giudici con competenze economiche?


Vorrei rivolgere una preghiera a Berlusconi, a Castelli, ai deputati e senatori della maggioranza: domani, quando approverete il Dpef, leggetelo bene. Se sulle liberalizzazioni e sugli Ordini professionali la pensate diversamente dal ministro dell'Economia, abbiate il coraggio di dirlo.


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Dal “Corriere della Sera” del 4 agosto 2004


Interventi e repliche


Dpef e Ordini


Le Riforme


 Ecco il testo integrale inviato dal Sottosegretario Siliquini al “Corriere”. Sul giornale è stata pubblicata nella rubrica delle lettere una versione ridotta per ragioni di spazio.


 Egregio Direttore, vorrei rispondere all’articolo apparso ieri 3 agosto sul Corriere della Sera, a firma Francesco Giavazzi, che contiene gravi inesattezze. Anzitutto: una più attenta lettura del Dpef, una maggiore attenzione alla lingua italiana, e soprattutto alla punteggiatura del testo, avrebbero permesso all’autore di non incorrere in un macroscopico errore: ho letto in prima pagina che il Ministro Siniscalco avrebbe intenzione di liberalizzare gli Ordini professionali, almeno secondo la “libera” interpretazione del testo da parte di Giavazzi (“interventi volti a promuovere la concorrenza, quali le liberalizzazioni e la riforma delle professioni…”).


Al contrario il Dpef indica – tra le tante ed importanti riforme in corso - testualmente: “Un terzo gruppo di riforme, che sarà proposto al Parlamento in tempi rapidi,  riguarda la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, la riforma delle professioni”.


C’è una virgola importante tra queste due ultime riforme, che le separa in modo netto, rendendo impossibile qualsiasi confusione. Com’è noto la “riforma” delle professioni (da me sollecitata con un mio disegno di legge sin dalla scorsa legislatura) ha come obiettivo l’ammodernamento e il miglioramento del sistema ordinistico: non certo quello di “smantellare” gli Ordini, come aveva invece proposto il centro-sinistra nella scorsa legislatura. La riforma degli Ordini è attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato, ove sono diversi disegni di legge, e sarà portata a termine in questa legislatura, per volontà di questo Governo.


Ho sostenuto e sempre sosterrò che il sistema degli Ordini – pur suscettibile di miglioramenti con la riforma in corso- rappresenta la miglior “garanzia” per la tutela del cittadino-utente.


Il diritto alla salute, alla difesa, alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio e molti altri, sono diritti primari, costituzionalmente garantiti: questi diritti sono tutelati e trovano piena attuazione solo con l’iscrizione del professionista ad un Ordine, che svolge funzioni di certificazione, vigilanza, controllo disciplinare e aggiornamento permanente. In campagna elettorale la sottoscritta, con gli esponenti dei partiti della Casa delle Libertà, ha sostenuto un programma di riforma degli Ordini professionali, che oggi è impegnata a realizzare come Governo.


Gli Ordini devono essere difesi, sostenuti e ammodernati perché nella attuale “società della conoscenza” rappresentano un patrimonio intellettuale e sociale fondamentale per il Paese, al quale apportano un contributo enorme in termini economici e di opportunità di lavoro. Valga per tutti il rilievo fatto nell’articolo sugli infermieri, oggi laureati, che esercitano accanto ai medici una professione delicatissima e importante per la salute del cittadino: è così difficile capire che l’appartenenza del laureato ad un Ordine garantisce prima di tutto la collettività? Del resto gli Ordini professionali non esistono solo in Italia ma anche in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Grecia e, parzialmente, anche in Germania. Per quanto riguarda l’Inghilterra, le professioni sono organizzate in associazioni (riconosciute con patente reale), e sono anche più esclusive dei nostri ordini, richiedendo all’iscritto education, training and experience.


Con riferimento poi alla riforma della classe di laurea in Giurisprudenza, la semplice lettura del testo avrebbe evitato la diffusione di gravi inesattezze. In primo luogo, la riforma del corso di laurea in Giurisprudenza per le professioni legali rientra nel quadro più complessivo dell’azione riformatrice che sto portando avanti, in piena sintonia con il Ministro Letizia Moratti, per garantire un esercizio delle professioni secondo più elevati standard di qualità, che possono essere assicurati solo mediante un più stretto raccordo tra il mondo dell’Università e il mondo del lavoro.


Utilizzando il metodo, da me sempre seguito, del “dialogo progettuale”, il testo elaborato di concerto tra Università, Ordini e Associazioni del mondo forense e notarile, è stata inserita la dimensione europea di tutti gli insegnamenti negli obiettivi formativi; sono stati aumentati gli insegnamenti di diritto commerciale, delle materie economiche, di diritto processuale civile e penale, di diritto comunitario; sono state introdotte –per la prima volta in assoluto- nuove materie quali ordinamento giudiziario, lingua giuridica, informatica giuridica, logica e argomentazione giuridica e forense, e - prima fra tutte - la deontologia professionale. Quest’ultima è sicuramente materia essenziale per tutti i futuri professionisti: per la categoria dei giornalisti, ad esempio, è la deontologia che impone di dare notizie corrette e precise, verificandone sempre le fonti in modo puntuale, cosa che non ritrovo affatto nell’articolo in questione.


 Sen. Maria Grazia Siliquini


Sottosegretario


Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca


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 La prima parte della lettera parla da sé. Quanto al resto: le nuove norme per l’autonomia didattica delle università prevedono che esse possano scegliere liberamente almeno metà dei corsi previsti per la laurea. Il Sottosegretario, in una comunicazione del 12 luglio alla Conferenza dei rettori, limita questa autonomia riducendo a 68 su 300 i crediti disponibili per la laurea in Giurisprudenza. Dei 232 crediti vincolati dal ministero, 46 sono relativi ai corsi di Diritto romano e dell’antichità, diritto medievale e filosofia del diritto; 21 complessivi di economia, statistica, scienza delle finanze e diritto tributario, 9 di diritto dell’Ue, con buona pace della crescente dimensione europea delle professioni forensi.


Francesco Giavazzi


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IL SOLE 24 ORE  del 5 agosto  2004


Albi & mercato - Con il via libera al Dpef ritorna in agenda la questione di un intervento per il riordino delle professioni 


Per gli Ordini una cura di modernità 


Il Governo frena: nessuna intenzione di procedere a una liberalizzazione, servono ritocchi - La maggioranza difende il sistema attuale - Nella Cdl la Lega punta a ridurre le rigidità - L'Ulivo chiede di uscire dalla fase di stallo


di Laura Cavestri


Liberalizzare le utilities, riformare le professioni. Nello spazio di una virgola si riaccende la miccia politica tra i sostenitori di una modernizzazione della galassia professionale con un'iniezione dirompente di libero mercato e gli sponsor di uno "svecchiamento" dell'attuale sistema, senza alterare l'impianto degli Ordini. É questa la tesi prevalente, sostenuta da un ampio schieramento che include maggioranza e opposizione. E che va dai difensori più strenui delle prerogative degli Albi (con la necessità di selezionare e regolamentare il più possibile anche le associazioni) a chi, verso sinistra, rispetta l'esistente ma chiede agli Ordini il coraggio di fare un passo indietro.


L'affondo che ha rimesso l'annosa questione della riforma all'ordine del giorno porta la firma dell'economista Francesco Giavazzi che, sul del 3 agosto, ha rilanciato un passaggio, contenuto nel Dpef, in cui tra gli ci sarebbero . Una di troppo - fa notare subito il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti - rispetto al testo del Documento di programmazione, secondo cui . Una virgola che, secondo la maggioranza, spazza il campo dal tentativo di "agganciare" la riforma delle professioni a una liberalizzazione. Nei fatti, un'abolizione.


Da qui la conseguenza, secondo il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che sia dal Dpef una spinta alla liberalizzazione. per un confronto con le proposte di iniziativa parlamentare. Il riordino potrebbe, dunque, partire dai due testi sepolti da mesi nei cassetti delle commissioni Giustizia dei due rami parlamentari, ma senza inversioni di rotta, nei contenuti, da parte della maggioranza. . Poiché .


Fanno quadrato attorno al ruolo insostituibile degli Ordini professionali, i partiti del centro-destra. Tutti tranne la Lega. <É necessario riorganizzare le professioni - sottolinea Andrea Pastore, delegato per le professioni di Forza Italia - non liberalizzarle, nel senso di cancellare, "svuotare" gli Ordini del loro ruolo di garanti degli utenti e della qualità dei servizi. Semmai c'è da potenziare la certificazione della formazione continua e la correttezza dei comportamenti, valorizzando la deontologia e dando nuova "fibra" agli strumenti sanzionatori>.


. Prospettiva che, non nasconde Lo Presti, può anche aprire la strada a nuovi Albi.


. Un intervento per innestare gli assi portanti del testo Vietti nel corpo del disegno di legge - il cosiddetto "Cavallaro-Federici" - in procinto di risorgere dalle "secche" in commissione Giustizia del Senato. Se lo augura Pier Luigi Mantini, delegato per le professioni della Margherita. <É un bene - spiega Mantini - che il Dpef contenga tra gli impegni quello a una riforma delle professioni. Ma sul tema, la maggioranza va in ordine sparso. Vorremmo sapere chi, nel Governo, ha la delega alle professioni. Con chi, insomma, possiamo confrontarci. Manca una voce unica. Tuttavia, siamo pronti a cooperare, tanto da concordare, con il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti, l'inserimento, nel maxiemendamento in Senato, di un pacchetto di modifiche sul welfare per i giovani professionisti (dall'indennità di maternità a un credito agevolato per l'apertura di uno studio). E poi la formazione: deve essere permanente, ma non può diventare monopolio ordinistico>.


Per Beatrice Magnolfi (Ds), componente della commissione Giustizia della Camera, . Un esempio? .


Infine, a chiedere un'effettiva liberalizzazione del settore è una parte della Lega. Per Dario Galli, .


 I TEMI SUL TAPPETO


 PUBBLICITA’


I vincoli dei professionisti. Il centro-destra, come gli Ordini, parlano di informazione (o al più di pubblicità informativa) che non deve ledere il decoro e il prestigio della professione. Il centro-sinistra - ma anche parte della Lega Nord - si schiera per un massiccio alleggerimento dei limiti in materia. Come ha chiesto la Commissione Ue, che riconosce quanto una regolamentazione può essere necessaria per impedire una pubblicità ingannevole. Tuttavia i divieti esistenti in Italia, o in Spagna e Francia, non sono ritenuti efficaci, anzi, rendono la ricerca di qualità più difficile e i prezzi più onerosi


 TARIFFE


Minimi e massimi. Tariffe vincolanti, con minimi e massimi, sono inderogabile garanzia di qualità della prestazione professionale e considerate elemento imprescindibile per la maggioranza di Centro-destra. Nella proposta Vietti, ferma alla Camera, sono stabilite con decreto del ministro competente su proposta dei rispettivi consigli nazionali. Per il Centro-sinistra, bastano tariffe con minimi e massimi raccomandati e a forte negoziabilità. Nel disegno di legge al Senato si parla, ad esempio, di che indicano compensi rapportati al costo e al valore medio delle prestazioni. Contraria una parte della Lega Nord.


 ACCESSO


L'iter all'esame di Stato. L'iscrizione agli Albi subordinato al superamento di un esame di Stato (fatto salvo il numero chiuso per notai e sedi farmaceutiche) non è in discussione nè tra il centro-destra, nè tra il centro-sinistra. E non viene sollevato come elemento anticoncorrenziale per "pilotare" il numero degli accessi, se non da un parte della Lega. Per An la formazione propedeutica all'esame di Stato (corsi di preparazione o scuole ad hoc) deve essere organizzata dagli Ordini e dalle Regioni. Il centro-sinistra frena sul monopolio formativo in mano agli Albi, mentre parte della Lega chiede un accesso professionale valutato a livello "regionale".


 FORMAZIONE


Le garanzie. É considerata una priorità per molti Ordini (i dottori commercialisti e ragionieri, ad esempio, l'hanno già resa obbligatoria per i propri iscritti) ma anche per le associazioni che individuano nella formazione uno degli elementi caratterizzanti del loro riconoscimento. Sia per il centro-destra che per il centro-sinistra va resa obbligatoria: ma mentre la maggioranza "accredita" all'Ordine il monopolio certificativo della formazione e per le associazioni si richiede un "ente terzo", per l'opposizione il long life learning non può essere appannaggio unicamente degli Albi e la partecipazione di "terzi" va sancita sia per Ordini che per associazioni


 SOCIETA'


L'organizzazione. La Legge 266/1997 ha abolito il divieto (che risaliva al 1939) di esercitare l'attività professionale in forma societaria. La possibilità, tuttavia, è sinora concessa solo ad avvocati e professioni tecniche. Nel testo Vietti, prevale l'orientamento del centro-destra che esclude il socio di capitale (cui sono contrari anche gli Ordini). Anche la multidisciplinarietà è subordinata alla scelta degli ordinamenti di categoria. Al contrario, il centro-sinistra, soprattutto i Ds, aprono al socio di capitale (opzione contenuta anche nel Ddl di riforma fermo al Senato).


 SISTEMA DUALE


Doppio binario. Il distinguo è tra professioni di , organizzate in Ordini, e quelle riconosciute in ragione della , organizzate in associazioni. Centro-destra e centro-sinistra concordano nel riconoscimento da parte del ministero della Giustizia sulla base di un organigramma, di una struttura a base democratica, di una "soglia" minima di iscritti e di una deontologia (nel testo Vietti, anche del possesso di un titolo di laurea). L'opposizione è più favorevole ad accogliere la richiesta delle professioni che, come in altri Paesi Ue, possono rilasciare attestati di competenza validi in tutta l'Unione europea. 


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PROFESSIONISTI


Ordini, meglio una riforma vera che l'abolizione


 


di Renato Brunetta*


La riforma delle libere professioni in Italia è una priorità cui il Governo e la maggioranza non possono sottrarsi. Ma non bisogna dimenticare che il dibattito sulla riforma delle professioni in Italia è in corso da oltre vent'anni, nei quali nessun Governo è stato in grado di realizzare una riforma organica del settore. Si sono succedute numerose commissioni ministeriali (l'ultima delle quali voluta dal ministro della Giustizia, Roberto Castelli, e presieduta dal sottosegretario Michele Vietti) in cui hanno lavorato, accanto a tecnici di valore, rappresentanti delle professioni regolamentate e non. La commissione ha prodotto una bozza di disegno di legge che la maggioranza dei professionisti considera buona base di partenza.


La commissione Giustizia del Senato sta ora lavorando nel tentativo di trovare una soluzione condivisa, che tenga conto dei testi proposti in commissione oltre che del disegno di legge della commissione ministeriale.


L'obiettivo è quello di migliorare il sistema italiano, renderlo più moderno e adatto all'apertura al mercato europeo e a quello mondiale, senza però stravolgerlo. Il modello ordinistico, infatti, non è solo italiano, ma è presente anche nella stragrande maggioranza dei Paesi europei per le professioni che svolgono attività di pubblico interesse. Esso va modernizzato, introducendo regole idonee per competere a livello internazionale e migliorare la qualità del servizio: per esempio introducendo l'attività professionale in forma societaria, consentendo la pubblicità informativa, rendendo obbligatoria l'assicurazione per la responsabilità professionale.


La riproduzione in Italia del modello anglosassone, fondato sulle libere associazioni e visto di buon occhio da Mario Monti e Giuseppe Tesauro a capo, rispettivamente, dell'Antitrust italiana ed europea non funzionerebbe nel nostro Paese. In Italia, infatti, non esiste un riconoscimento sociale del ruolo delle libere associazioni e, al contrario, c'è una sempre più ampia spinta all'istituzione di nuovi Albi professionali, insieme agli Ordini incaricati della loro tenuta. Infatti, accanto alle professioni già regolamentate, emergono molte nuove professioni, le cui associazioni reclamano il giusto riconoscimento pubblico.


Le regole, dunque, riguardano milioni di operatori che svolgono attività molto diverse tra loro. Occorre, quindi, un approccio comune e al tempo stesso flessibile, con norme generali per tutte le professioni e regole specifiche alla singola professione.


Alcune di queste attività sono svolte in esclusiva da professionisti iscritti in Albi istituiti con legge dello Stato e tenuti da Ordini professionali. Si tratta di attività che toccano interessi pubblici nei quali le asimmetrie informative del mercato sono rilevanti, e comunque tali da non consentire agli utenti di valutare - ex ante - la qualità del servizio offerto dal professionista.


Altre attività, poi, sono libere, e altre ancora sono in una zona grigia, poiché nulla dice il legislatore e su di esse, in caso di controversia, decide il giudice caso per caso. Zona grigia che occorre chiarire per evitare incertezze.


Le professioni sono oggetto di regolazione e di intervento da parte di differenti livelli di governo: la Comunità europea, che deve garantire la libera prestazione dei servizi e la libertà di stabilimento dei professionisti; lo Stato, che deve identificare le professioni e dettare i principi fondamentali della regolazione; le Regioni che, a seguito della scriteriata riforma del Titolo V della Costituzione, hanno una competenza concorrente. A quest'ultimo proposito, lo schema di decreto legislativo del ministro per gli Affari regionali, Enrico La Loggia, cerca di dare forma a questa ripartizione di competenze, per evitare la disgregazione del sistema cui le Regioni, specie quelle governate dalla sinistra, sembrano disposte, sotto la pressione delle professioni non regolamentate.


Francesco Giavazzi ha ragione (come ha scritto sul di mercoledì) quando dice che la compravendita di auto usate non dovrebbe avvenire con atto notarile, o quando sostiene che l'Aspirina dovrebbe essere in libera vendita al supermercato, e non solo in farmacia. In questi atti non si scorge, infatti, un interesse pubblico tale da giustificare l'esclusiva da parte di una professione regolamentata.


Questi, però, sono casi estremi che Giavazzi propone come esempi, quando esempi non sono. Una piccola astuzia retorica la sua, peraltro facile da smascherare. Il ragionamento di Giavazzi non può valere, infatti, per la costituzione di una società per azioni oppure per la vendita di farmaci che hanno controindicazioni specifiche, come gli antidepressivi. In questi casi l'interesse pubblico esige l'intervento di un professionista qualificato a tutela del sistema economico e della salute pubblica.


D'altronde Giavazzi, quando scrive di libere professioni, si lascia trascinare dalla foga e perde la sua consueta lucidità. Come quando, sul , sostenne che la compilazione della dichiarazione dei redditi era esclusiva dei commercialisti, mentre tutti sanno che è attività assolutamente libera. E che al contrario, per quanto riguarda i modelli 730, sono i Caf, i Centri di assistenza fiscale, ad avere l'esclusiva. Esclusiva che la Commissione europea considera illegittima. Anche il settore delle libere professioni, e non solo l'economia, esige rigore scientifico, studio, approfondimento, conoscenza delle regole e dei meccanismi sociologici, storici, culturali, economici che stanno alla base del sistema. Non è utile fare affermazioni eccessivamente semplificatrici, a metà tra la propaganda e la demagogia, come quando si sostiene che la quota di iscrizione all'Albo professionale (quota peraltro nemmeno tanto elevata) rappresenta una tangente. Perché, le libere associazioni non esigono una quota di iscrizione? E in quel caso non è più una tangente?


Il Dpef, dunque, auspica un riforma che dovrà essere condivisa dal Governo e dalle parti sociali interessate. Non è una buona riforma quella che non tiene conto del contesto, mentre sarà buona quella riforma che metterà tutti gli operatori in condizioni, e in obbligo naturale di fornire servizi migliori, a condizioni più competitive in un mercato sempre più ampio.


*Consigliere economico del presidente del Consiglio


 


 


 


 


 


 


 


  


 


 



 


 





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