16.5.2015 - Sapienza manifatturiera e competenza hi tech. Capacità produttive e cultura scientifica e materiale che affonda le sue radici nella migliore tradizione italiana e sa continuare ad avere uno sguardo innovativo verso il futuro, sui mercati dell’Europa e del resto del mondo. Valori dell’intraprendere e del lavorare sodo e bene. Attitudine alla qualità e al “bello e ben fatto”. Sta qui «La morale del tornio», come racconta, in un libro proprio così intitolato, Antonio Calabrò, giornalista, scrittore e da alcuni anni, uomo d’impresa (responsabile Cultura di Confindustria, consigliere delegato della Fondazione Pirelli e membro della presidenza di Assolombarda).
Il libro (terza riflessione di Calabrò sui temi dell’impresa, dopo “Orgoglio industriale” del 2009 e “Il riscatto – L’Italia e l’industria internazionale”, scritto nel 2012 con Nani Beccalli Falco) è pubblicato da Università Bocconi Editore (232 pagine, 16,50 euro). E racconta, in pagine dense di dati e fatti, analisi e testimonianze, la rinnovata centralità dell’industria nel nuovo equilibro tra sviluppo sostenibile ed etica del lavoro. È un viaggio nell’universo produttivo italiano, con occhio attento soprattutto alla «grande Milano» e alle aree più sviluppate del Nord. E le parole chiave sono innovazione, qualità, ricerca, capitale umano. L’Italia, infatti, per riprendere l’essenziale definizione di un grande storico, Carlo Maria Cipolla, ampiamente citato da Calabrò, è un paese abituato «fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo»: radici storiche, solido rapporto con i territori, competenze manifatturiere, legami tra funzionalità ed estetica, sguardo aperto ai mercati internazionali. Storia, appunto. Ma anche attualità di una competitività che continua a crescere, nonostante la pesantezza della crisi.
Il libro di Calabrò è un saggio di testimonianza d’ottimismo critico e consapevole. Non si negano affatto i punti di crisi e i limiti della nostra struttura produttiva, tutt’altro. Né si tace sulle tendenze, ancora presenti, al provincialismo e alla chiusura d’un certo capitalismo familistico e provinciale. E si insiste, molto severamente, sui ritardi, le arretratezze e le resistenze alle riforme presenti in ampi settori dell’Italia (con pagine forti e ben documentate sulle complessità delle burocrazie, le presenza di corruzione e mafia come nemici della “cultura del mercato” e d’una sana convivenza civile, sulle pesantezze del fisco e le lentezze della giustizia). Ma, contemporaneamente, si mettono in rilievo i punti di forza, le eccellenze italiane: le imprese medie e medio-grandi che, pur restando a controllo familiare, sono andate in Borsa e si sono aperte alla presenza dei manager per la migliore gestione, le “multinazionali industriali” italiane forti sui mercati esteri, i centri d’eccellenza della formazione, della ricerca, dell’innovazione e della cultura.
Il libro su “La morale del tornio” è molto polemico con chi cede a vittimismi e piagnistei. Non accetta affatto l’idea della “irreversibilità del declino”. Polemizza con i nemici delle riforme e gli scontenti a oltranza che, di fronte a ogni pur piccola innovazione, dicono “Ci vorrebbe ben altro…”. Insiste sui dati della bassissima crescita italiana. E ne indica punti di soluzione e di svolta. Riconoscendo il merito di chi lavora, investe, prova a cambiare. E insistendo anche sulla necessità di costruire un’economia più giusta, equilibrata, sostenibile (riprendendo la lezione di alcuni grandi economisti italiani, come Federico Caffè e facendo leva sugli ammonimenti di Papa Francesco).
Qual è la strada per la crescita indicata da Calabrò? Dov’è la chiave della nostra competitività? Puntare sull’eccellenza industriale, legare radici nel territorio a visioni internazionali. Nelle «neo-fabbriche» fondate su produzione e servizi d’avanguardia, dalla meccanica alla chimica, dalla gomma all’agro-alimentare, dall’arredamento all’abbigliamento e alla componentistica automotive, ecc, si conferma la forza d’una «cultura politecnica» che guida le migliori imprese. «Impresa è cultura», appunto. Per crescere ancora, servono imprenditori, manager e tecnici che siano «ingegneri-filosofi», con una forte intelligenza del cuore. E un grande senso di responsabilità, non solo economica, ma anche civile e morale.
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8.5.2015 - .In Assolombarda, Antonio Calabrò ricorda la ‘Morale del tornio’: la centralità dell’industria nel nuovo equilibrio tra sviluppo sostenibile ed etica del lavoro. - di Carlo Riva/www.primaonline.it – TESTO IN http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=17695