14.5.2015 - Sono un giornalista, italiano. Ho lavorato per 10 anni in provincia di Salerno per diverse testate e a tempo pieno, da pubblicista. Dal 2010 mi sono trasferito in Svizzera e da cinque anni lavoro in una redazione di un giornale online, che si relaziona con la redazione di un quotidiano freepress. Lavoro 8 ore al giorno, ho uno stipendio medio di tutto rispetto. Qualche anno fa grazie alla consulenza gratuita di Franco Abruzzo decido di avviare l’iter per diventare professionista previsto anche per chi lavora all’estero. Non che ne avessi bisogno, qui in Svizzera non esiste l’ordine ma associazioni e sindacati (non obbligatori) e per essere giornalisti bastano due anni di lavoro in redazione al 50%. Lo faccio per me, ancora vittima di un orgoglio nazionale. Mi iscrivo all’Ordine del Lazio (come da prassi per i giornalisti italiani residenti all’estero) e grazie al gentile Signor Caruso predispongo la domanda per l’iscrizione al registro praticanti. Caruso mi dà il via libera, i documenti sono a posto, pago i 168 euro e invio la domanda. Lo faccio a settembre 2014. Dopo mesi di attesa e solite telefonate, la risposta arriva ad aprile 2015, otto mesi dopo. La regola ne prevede al massimo due. La risposta è negativa: svolgo la mia attività in una redazione che non ha il numero sufficiente di giornalisti professionisti (art.34 - L.69/63). La mia prima riflessione è: lavoro con sette giornalisti che qui in Svizzera hanno seguito scuole di giornalismo, ora sono loro a tenere i corsi, sono iscritti alle associazioni e lavorano da anni in redazione, e l’Ordine del Lazio dice che non sono professionisti? Chi è l’Ordine per giudicarli?
Tutto questo mi fa pensare alla presunzione di quegli italiani pronvincialotti che ignorano quello che accade fuori dai confini, che pensano di aver raggiunto la verità e di detenere il principio esemplare, la regola oggettiva. Mi fa pensare a quelle persone che, ottenuto l’ozio della poltrona, sentenziano in base a parole scritte (spesso scritte tanti anni fa in epoche oscure) e deliberano, piacenti ai potenti, severi con i pezzenti.
Nel nostro ambito (giornalistico) queste persone sono spesso quelle che, in Italia, dovrebbero tutelare i diritti di migliaia di precari giornalisti che fanno andare avanti le redazioni e su cui si basa il lavoro dei “professionisti”, che dovrebbero difendere i pubblicisti dal lavoro nero, dai part time inventati, dalle Partite Iva obbligate. Sono quelli che dovrebbero includere e riconoscere chi lavora a pieno regime, seppure privi di una carta per dimostrarlo: perché se è vero che quel lavoro serve ai media, se è vero che quel lavoro da precario, da redattore nascosto, da corrispondente a tempo pieno, da free lance con cartellino, serve agli editori e alle redazioni, allora è chiaro che quel lavoro è fatto da professionisti e meritano almeno un esame.
Eppure come sta accadendo per tutte le professioni in Italia, e questo accade solo in Italia, gli ordini, i sindacati, gli organi di tutela hanno a cuore principalmente chi è già dentro, chi ha già i suoi diritti, sono ormai castelli murati che per sopravvivere hanno creato nuove forme di approvvigionamento economico, dai corsi di aggiornamento (tenuti da professionisti legittimati o opinionisti televisivi) agli esami super attrezzati di libri e video, con tanto di belle parole, deontologia e diritti collettivi.
Cari dell’Ordine, mi chiedo come fate voi a giudicare una redazione di un paese straniero, chi siete voi per ritenere che un giornalista sia professionista, e quindi bravo, preparato, leale, o il suo contrario, in un paese estero, in una redazione straniera dove le regole sono diverse da quelle italiane ma il lavoro invece è uguale, perfettamente uguale. Tutto questo mi fa pensare alla presunzione e alla agiata beatitudine decadente di un mondo ormai ingessato e inutile. Non sarete voi a dirmi chi è professionista, io penso di saperlo già e non per presunzione, sono professionista perché faccio questo lavoro da 15 anni a tempo pieno, con rischio, passione, curiosità e conoscenze.
Salvatore Medici