Giovedì 28 maggio sarà presentato a Genova, Palazzo Tursi, con l’intervento del sindaco Marco Doria, “Il sangue degli Einstein italiani”, libro di Camillo Arcuri edito da Mursia, sulla tragica fine dei familiari del grande scienziato, vittime di una vendetta trasversale dei nazisti. L’attualità dell’eccidio, a distanza di 70 anni, sta nella definitiva inumazione del caso, imposta dall’omertà di Stato, per cui il fascicolo è stato volutamente disperso e non si è arrivati neanche a un processo. Ma è tutto ok secondo la commissione parlamentare d’inchiesta.
Arcuri, giornalista di lungo corso, ha ricostruito l’incredibile vicenda partendo dalla presenza, pressoché ignorata, di Albert Einstein in Italia: prima in terra Pavese dove il padre col proprio fratello fondarono un’azienda elettrica, poi quando ancora ragazzo si recò a piedi da Voghera fino a Genova presso gli zii materni, infine il veto posto personalmente da Mussolini per bloccare il suo accesso alla cattedra di fisica dell’università di Roma. Ancor meno si sa della sorte dei suoi familiari in Italia. Mentre il premio Nobel anche a causa di quell’incarico rifiutato riparò negli Stati Uniti, presto raggiunto dalla sorella Maja a Princeton, il cugino Robert Einstein, col quale aveva condiviso l’adolescenza, rimase nel nostro Paese e dopo avere avviato una fortunata produzione di apparecchi radio, pensò di poter sfuggire alle persecuzioni razziali dedicandosi all’attività agricola.
Allo scoppio della guerra, nel 1940, possedeva una vasta tenuta, con dieci case coloniche, a Rignano sull’Arno, sui colli fiorentini. Qui viveva apparentemente in pace con la moglie italiana e le due figlie, una famiglia allargata a due nipotine gemelle orfane di madre, una terza nipote e una cognata, accolte in campagna per sfuggire ai bombardamenti. Nonostante quel cognome ingombrante, l’ingegnere Robert Einstein “convisse” con gli occupanti tedeschi, che avevano insediato un comando nella sua villa e mantenevano con i proprietari rapporti per così dire civili: il padrone di casa giocava persino a scacchi col generale.
Ai primi di agosto del ’44, incalzati dalle forze alleate, i reparti della Wehrmacht si ritirano dalle alture per attestarsi sull’Arno a Firenze. Parte anche il comando di stanza a Rignano e sembra la fine dell’occupazione. Ma di colpo entrano in scena gli squadroni della morte, forse SS o uomini dell’Erfassungkommando-Goering, non si saprà mai. Armi in pugno entrano di notte nella villa: l’ingegnere si è rifugiato all’ultimo momento nei boschi e trovano solo cinque donne e due bambine. La furia dei nazisti si scatena: sfasciano ogni cosa, quindi “passano alla fucilazione”, come lasceranno scritto, sua moglie Nina con le sue figlie di 25 e 18 anni, italiane, “ariane”: uccise solo per il cognome che portano. Robert Einstein che di fronte al massacro si butta a capofitto dietro le truppe tedesche in ritirata gridando “Sono io Einstein, quello che cercate”. Ma non trova nessuno che gli spari.
Un anno dopo, quando si rende conto che la sua testimonianza e la stessa inchiesta svolta sul posto dagli Alleati (un maggiore statunitense, discepolo del premio Nobel, arrivò poche ore dopo con le avanguardie inglesi sperando di salvare la famiglia del maestro), è stata censurata, sepolta “per ordini superiori”, Robert Einstein si toglie la vita. Il suo gesto disperato accusa politici e magistrati che nascosero la verità in base alle clausole segrete della Nato, patti scellerati di cui c’è la prova nelle lettere scambiate tra i ministri degli esteri Martino e della difesa Taviani. Secondo la commissione parlamentare d’inchiesta, però, si tratta solo di corrispondenza privata, irrilevante.
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Camillo Arcuri, Il sangue degli Einstein italiani. Il silenzio sulla strage dei famigliari del grande scienziato, Ugo Mursia Editore 2015, pp. 162, prezzo euro 11,90 (tramite http://www.ibs.it/libri/arcuri+camillo/libri+di+arcuri+camillo.html)