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Convegno di Brescia (27 ottobre 2001), promosso dalla Federazione dei liberali e dall’Anpi, sul centenario della nascita di Piero Gobetti: “Tra idealità democratica e passione politica: Piero Gobetti giornalista, promotore di cultura, teorico del liberalismo. Attualità di un impegno”.

Franco Abruzzo ricorda PIERO GOBETTI
giornalista e martire della Nazione:

“La sua lezione è ancora viva. L’Italia
ha bisogno di una rivoluzione liberale”.

Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha inviato un saluto al Convegno sul centenario della nascita di Piero Gobetti, convegno promosso a Brescia dalla Federazione dei liberali e dall’Anpi:

 

“Cari amici, il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha accolto con entusiasmo la richiesta di dare il proprio patrocinio a questo convegno. I giornalisti della Lombardia intendono onorare Piero Gobetti, giornalista, promotore di cultura, teorico del liberalismo, ma soprattutto combattente delle libertà e combattente della libertà di stampa in una stagione tragica, contrassegnata dalla violenza fascista, elevata a metodo politico, con il fine di distruggere lo Stato liberale uscito dal Risorgimento e dalla durissima prova della I guerra mondiale, di annientare gli avversari politici e i partiti politici democratici, le organizzazioni sindacali e cooperative. Il nome di Piero Gobetti rimane nella storia della nostra Patria nitido e fulgido come esempio di virtù civili servite fino al sacrificio della vita.  Piero Gobetti, sepolto dal 1926 al Pére Lachaise, è anche un monito per gli italiani di oggi e per le future generazioni: quando le libertà declinano, la Patria ha bisogno di eroi e la via dell’esilio per difendere le proprie idee è una risorsa amara. Piero Gobetti riposa ancora oggi a Parigi. La scelta della famiglia di  lasciare Piero Gobetti a  Parigi  assume un valore altissimo. Appunto è un monito perenne. Gli italiani sono chiamati oggi a riflettere sull’attualità di un impegno, quello di Piero Gobetti, e a battersi perché non si creino le condizioni politiche e storiche degli anni 1919-1925, quando la classe dirigente della Nazione, compresi molti giornali e giornalisti, non oppose una ferma resistenza a un disegno eversivo che, attraverso le leggi  “fascistissime”, travolse il sistema statutario, instaurando la dittatura; tolse il potere legislativo alle Camere e attraverso la censura preventiva ingabbiò la libera stampa, costringendo giornalisti liberali di grande livello morale, come Luigi Albertini, Alberto Bergamini e Alfredo Frassati a lasciare  la guida del Corriere della Sera, del Giornale d’Italia e della Stampa.

 

Un altro grande giornalista liberale, Giovanni Amendola, fu ucciso. Anche Mario Borsa, liberale all’inglese o radicale alla francese, lasciò la professione, dopo aver combattuto nel 1924, con la Federazione nazionale della Stampa italiana, l'estrema battaglia in difesa di una informazione libera e critica. Mario Borsa ha lasciato agli italiani una testimonianza preziosa, un libro,  La libertà di stampa, edito nel 1925, ancora oggi  riflessione valida, e la testimonianza, nel 1945-1946, di una direzione del Corriere della Sera, ancorata ai grandi valori di libertà e della ricerca del nuovo, che allora si identificavano nella costruzione della Repubblica democratica così come sognata e vaticinata da Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

 

Quando si parla di Piero Gobetti  il discorso inevitabilmente cade sulla costruzione dello Stato nazionale in Italia, nel 1861, dopo I4 secoli di occupazione  straniera. Affiorano le debolezze e le lacune di quel processo storico-politico, generoso e grande, ma circoscritto a una ristretta élite, mentre le grandi masse ne rimasero estranee e anche vittime, come dimostra la storia dei contadini e delle classi subalterne. Piero Gobetti   fu consapevole dei limiti del Risorgimento  aggravati dalla mancata riforma religiosa. In questo quadro il fascismo appariva a Gobetti come il coronamento delle carenze del processo risorgimentale e come l'espressione del carattere retrivo dei ceti dirigenti borghesi, meglio come “l’autobiografia della nazione”. Chi legge oggi Energie Nuove, Il Baretti e soprattutto la Rivoluzione liberale coglie la grandezza, la profondità e la modernità del pensiero di  Gobetti.

 


Gobetti andò elaborando, anche per la suggestione delle posizioni dell'Ordine nuovo di Antonio Gramsci e del movimento dei consigli di fabbrica, un suo liberalismo radicale, che vedeva nella classe operaia torinese il modello di una nuova élite dirigente. Questi motivi trovarono la loro formulazione nelle pagine della rivista, «La rivoluzione liberale», che si proponeva essenzialmente la formazione di una classe politica cosciente dell'esigenza di fare partecipare i ceti popolari alla vita dello Stato.


 


La Rivoluzione liberale durò dal febbraio 1922 al novembre 1925. La legge sulla censura, varata dopo il delitto di Giacomo Matteotti, oscurava la stampa di opposizione.  E nel novembre 1925, mentre i deputati dell’Aventino venivano cacciati da  Montecitorio e Albertini costretto lasciava il Corriere della Sera, Piero Gobetti partì per l’esilio. Benito Mussolini aveva impartito l’ordine al prefetto di Torino di rendere “la vita impossibile all’insulso Gobetti”.


 


Piero Gobetti  parla soprattutto ai posteri. La sua lezione, sempre attuale, vuole per l’Italia la creazione di una classe dirigente nuova, che non abbia la testa volta al passato, che veda la storia, come ha scritto Benedetto Croce, come un processo continuo di libertà e che veda l’impegno quotidiano nella vita civile saldamente legato a un quadro deontologico che anteponga la legalità e l’affermazione della legalità agli interessi particolari. Solo così si potranno saldare cittadini e  Stato, uno Stato effettivamente pluralista,  rinnovato, che, abbandonata la vecchia struttura centralista, sia vicino alla vita dei cittadini e che i cittadini sentano come proprio, come casa propria.


 


L’Italia ha bisogno di una “rivoluzione liberale” anche  nel sistema dei media, in modo che sia affermata la centralità delle donne e degli uomini che lavorano nel sistema dell’informazione, in modo che prevalga una visione dei media al servizio effettivo dei cittadini e  non di interessi particolari. I cittadini devono essere gli effettivi padroni dei giornali, perché ne determinano i successi e gli insuccessi. L’Italia ha bisogno anche di una nuova classe di giornalisti, non più avviati alla professione dagli editori come accade dal 1928, ma formati oggi nelle Scuole di giornalismo e domani nelle Università come avviene per tutte le altre professioni intellettuali. Anche questa battaglia è una battaglia di libertà. Bisogna “costruire” professionisti che sappiano guardare a Piero Gobetti, Giovanni  Amendola, Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Alfredo Frassati, Mario Borsa e, aggiungo, Indro Montanelli, come modelli ideali di rigore morale, quel rigore morale che ha ispirato la condotta di Piero Gobetti nelle ore difficili della sua breve e profetica esistenza.


 


Possiamo concludere con i greci antichi: Piero Gobetti vive e vivrà sempre, martire della Nazione e maestro delle giovani generazioni dei giornalisti italiani!





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