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EUGENIO BALZAN:
una leggenda
in via Solferino
(Renata Broggini, "Eugenio Balzan
1874-1953", Rizzoli 2001,
pagine 475, lire 36.000 euro 18,59).

di Ettore Botti


E' sempre stato difficile, anche in tempi d'invadenza mediatica inferiore alla nostra, essere personaggi pubblici e mantenere un alone di mistero, raggiungere posizioni di spicco conservando una patina d'indecifrabilità, tramandare azioni degne di nota (nella politica, nelle professioni, nell'arte), lasciando una scia di ammirazione e, contemporaneamente, una dose di enigma. Eugenio Balzan rappresenta uno di questi casi. Direttore amministrativo del "Corriere della Sera" per trent'anni e artefice del suo definitivo successo, non si discute che sia stato un padre fondatore del più importante quotidiano italiano e un primattore sulla scena editoriale del Novecento, ma la sua storia, fatta di tenacia e di lavoro, d'ingegno e capacità non comuni, d'impennate, colpi di scena e passaggi dietro le quinte, lascia più d'un capitolo avvolto nel dubbio.


   Acquista così interesse la biografia opera di Renata Broggini ora pubblicata da Rizzoli ("Eugenio Balzan 1874-1953", pagine 475, lire 36.000 euro 18,59). Il lavoro, svolto su incarico della Fondazione internazionale che del personaggio porta il nome (cui sono legati i prestigiosi premi finanziati con la sua eredità), non può, per la stessa origine, assecondare intenti scandalistici. Tuttavia, la serietà della studiosa svizzera, già autrice di ricerche su fuorusciti ed ebrei oltralpe durante l'ultima guerra, garantisce la necessaria distanza da una ricostruzione agiografica. L'ex dominus imprenditoriale di via Solferino, il finanziere abilissimo dell'ultimo periodo, l'amico di Arnaldo Mussolini e di Toscanini, l'antifascista che pure collaborò con i fascisti viene, dunque, descritto sotto tutte le luci che merita, ma anche con le ombre. Ombre originate da comportamenti che effettivamente furono ambigui. Oppure dal suo carattere forte, che sembrava fatto apposta per attirarsi opposizioni e alimentare la rappresaglia di detrattori spesso in malafede. O ancora, più semplicemente, dalla leggenda che finisce sempre per avvolgere e, in qualche caso, per deformare le gesta di capitani d'industria, alfieri culturali, antesignani del costume.


   Il seme della contraddizione pare affiorare fin dall'inizio nella sua biografia. Figlio d'un proprietario terriero della provincia di Rovigo (Badia Polesine), Balzan si trova quasi subito in miseria per il tracollo della famiglia causato da una piena dell'Adige. La sua giovinezza trascorre all'insegna di espedienti e sregolatezza, per cui, una volta trasferito a Milano, batte in maniera quasi ossessiva sul tasto dell'onore e della rispettabilità. Assunto al "Corriere" (1897), correttore, poi cronista e quindi inviato speciale (autore di apprezzati réportage sugli emigranti italiani in America), passa in meno di sei anni dall'attività giornalistica a quella che i giornalisti hanno sempre un po' considerato come l'altra parte, la sponda dove si deve far di conto e, magari, lesinare sugli stipendi.


   Come manager, anche se allora non s'usava dire così, Eugenio Balzan si rivelerà eccezionale, contribuendo, accanto a Luigi Albertini, alla vertiginosa crescita del giornale, in termini di diffusione e di prestigio. Un amministratore instancabile e a tutto campo, che disegna le strategie fondamentali e controlla minuzie all'apparenza insignificanti, dà il via ai più onerosi investimenti e s'adopera per realizzare risparmi anche infinitesimali. Dal disadorno ufficio al pianterreno, vicino alla cassa, Balzan esercita la sua amplissima giurisdizione, che abbraccia contabilità, tipografia, materie prime, abbonamenti, rivendite, pubblicità, relazioni con l'esterno, rapporti con la mano d'opera e con gli impiegati nonché, per quanto riguarda l'aspetto economico, con i suoi ex colleghi di redazione, coprendo così, in pratica da solo, un insieme di funzioni direttive che nelle imprese editrici di oggi impegnano uno stuolo di responsabili ed esperti (o presunti tali).


   Uno dei primi obiettivi è rendere più redditizia la raccolta di inserzioni e annunci, fino ad allora affidata a un'agenzia esterna, la "Haasenstein & Vogler". Con non poche difficoltà Balzan riesce a rompere il contratto e ad organizzare il servizio in proprio. Nuovi sportelli e una rete di solerti venditori. L'iniziativa dà ottimi risultati, trainata com'è dal veicolo-"Corriere" e dall'offerta, che adesso si definirebbe diversificata, dei periodici collegati: "La Domenica del Corriere", nata nel 1899, "La lettura" (1901), il "Romanzo mensile" (1903), cui s'aggiungerà nel 1908 il "Corriere dei Piccoli". Il direttore amministrativo cavalca il boom alzando i prezzi e a un cliente che se ne lamenta risponde con un pizzico di supponenza: "Quando le pubblicazioni sono accreditate come le nostre, la réclame è tanto più apprezzata quanto più è cara".


   Per reinvestire gli introiti crescenti Balzan pensa negli anni successivi all'ammodernamento dell'impianto tipografico, che sarà una preoccupazione di tutta la sua gestione. S'informa, domanda, scrive: "Ci è stato comunicato da New York che si sta provando una macchina che mette i giornali sotto fascia dopo averli piegati e li mette in sacchi classificandoli secondo il treno che devono prendere. Ora desidereremmo sapere...". Invia emissari alla ricerca di notizie più precise. Alla fine trova la rotativa che fa al caso del "Corriere", una "Hoe", americana, appunto, tecnologicamente avanzatissima e completa d'una serie di funzioni mai prima automatizzate.


   L'impacchettamento è un problema strettamente legato alla diffusione e anche in questo campo Balzan si lancia a corpo morto moltiplicando le rivendite e perfezionando i trasporti, senza esitare, quando è necessario, a litigare con "La Stampa", sospettata di brigare per il cambio di alcune coincidenze ferroviarie in Piemonte in modo da rallentare l'arrivo delle copie da Milano. E neppure esita ad aprire un contenzioso con le cartiere che accusa d'aver formato un cartello allo scopo d'abbassare la qualità del prodotto. Dà maggior forza alla sua azione perché protesta a nome di tutti gli editori, essendo egli stato uno dei promotori (poi portavoce e, quindi, presidente) dell'associazione di categoria.


   S'occupa, Balzan, di "relazioni sindacali" e il suo rapporto con le maestranze, che gli riconosceranno comunque costante attenzione ai casi umani, è inevitabilmente difficile, con punte molto critiche. Annoterà compiaciuto il pur liberale Albertini: "Nei tempi della scioperomania Balzan si mise in mente di creare un gruppo di crumiri pronti a lavorare in caso di sciopero. Pareva impossibile arrivarci e soprattutto far convivere in pace un tal gruppo con gli altri. Lui si lavorò i suoi uomini caso per caso, ci impiegò mesi, ma ci riuscì". E se il numero uno dell'amministrazione mostrava durezza verso gli operai, si comportava rigidamente anche con i giornalisti, controllando di continuo orari di lavoro e condotta extralavorativa, e perfino con i collaboratori di prestigio.


   E' famoso un aneddoto, rievocato da Montanelli, che prende spunto dalla pignoleria di Balzan nello spulciare le note-spese degli inviati e volge rapidamente in faceto trattandosi dei rendiconti, di solito fantasiosi, del "redattore viaggiante" Guelfo Civinini. Da tempo il giornalista chiedeva che gli fossero rimborsati, almeno durante le trasferte lunghe, i costi delle compagnie femminili, rubricabili, a suo avviso, sotto la voce "l'uomo non è di legno". Pur con molta ritrosia, l'amministratore aveva finito per acconsentire a patto che non divenisse un'abitudine e che l'aggravio per la cassa rispettasse "ragionevoli scadenze temporali". Senonché Civinini, alla prima occasione, piazzò la spesa di due gentildonne nello stesso giorno e Balzan, assicurava Montanelli, bocciò la richiesta annotando di suo pugno sull'apposito modulo: "L'uomo non è di legno... ma neanche di ferro". Per quando riguarda, invece, il rigore nei confronti dei collaboratori è nota la vertenza con l'economista e ministro Alberto De Stefani, beneficiario d'un megacontratto che, secondo Balzan, oltre ad essere troppo oneroso, non era pienamente meritato. Non potendo mandare al diavolo l'illustre "firma", l'amministratore s'impegnò allo spasimo per tagliare, sulle 220 mila lire di compenso annuo, almeno una minuscola fettina: duemila lire al mese._


   Una conduzione aziendale tanto puntigliosa e, nello stesso tempo, energica, versatile, lungimirante offrì il migliore sostegno possibile all'eccezionale direzione Albertini. il "Corriere", che nel 1900, tirava 75 mila copie, nel 1906 salì a 150 mila, nell'11 a 275 mila, nel '18, anche grazie all'interesse per la guerra, a quasi 400 mila e nel '20 addirittura a 600 mila. Un crescendo inarrestabile. Il principale concorrente, "Il Secolo", portato in auge da Romussi, viene raggiunto, superato, surclassato e, infine, condannato all'estinzione.


    Il fruttuoso sodalizio con il mitico direttore comproprietario e con suo fratello Alberto s'interrompe però dopo poco oltre due decenni, quando gli Albertini (1925) sono costretti dal fascismo sempre più arrogante a cedere le quote e ad andarsene. A sorpresa Eugenio Balzan -ecco una profonda zona grigia nella sua storia-, anziché lasciare assieme a loro, raddoppia. Si offre di fare da intermediario nella trattativa per la cessione ai fratelli Crespi, Aldo, Mario e Vittorio, imprenditori tessili, agricoli, elettrici, immobiliari, già titolari della maggioranza azionaria del "Corriere" e in rapporti, ultimamente, molto tesi con la famiglia Albertini. C'era stato un lungo tira e molla durante il quale i Crespi, accompagnati dallo sguardo benevolo del regime, si fingevano indifferentemente disponibili a vendere la loro parte o a comprare quella degli altri. "Finché‚ un pomeriggio -racconterà Alberto Albertini- Balzan piomba a casa nostra, annunziando il colpo di scena. I nostri soci, valendosi d'un appiglio legale inoppugnabile, domandavano la liquidazione della società". Non resta scampo. La cessione viene in breve tempo ratificata. E Balzan, che pure l'anno prima era stato insultato e aggredito da un gruppetto di squadristi in Galleria, accetta di restare sulla sua importante poltrona come se nulla fosse cambiato.


   I defenestrati lo considerano un ingrato e un traditore. Scrive Alberto Albertini, beffardo: "Ricordo che negli ultimi giorni si teneva appartato, dichiarava che al "Corriere", partiti noi, non sarebbe rimasto e ci chiedeva di far valere i suoi diritti". L'accusa è esplicita: voltafaccia di un opportunista che agisce unicamente "per convenienza". Lui, Balzan, ha sempre sostenuto, invece, di essere rimasto nell'interesse del giornale e di chi ci lavorava per ridurre i danni che avrebbero provocato i fascisti, il cui fine recondito era abbattere quella cittadella liberale a vantaggio dei quotidiani già asserviti.


   Resta la testimonianza di un suo amico, Vincenzo Fagiuoli: "Albertini, appena uscito, avrebbe voluto che il giornale andasse male e sapendo che chi faceva ogni cosa e lo faceva camminare era Balzan, lo invitò a ritirarsi. Eugenio gli rispose: 'Non posso perché so cosa significhi la mia presenza al Corriere e intendo che l'impresa vada avanti bene, poi vedrò il da farsi'. E così si condusse". E c'è anche uno scritto lasciato dallo stesso protagonista. "Se non temessi -affermava Balzan- di arrecare un danno all'azienda cui ho dato per quasi trent'anni il meglio delle mie forze, e alle tante famiglie che da essa traggono il necessario sostentamento, e se non temessi di essere giudicato male dai colleghi e amici che si fidano di me, specialmente nel periodo critico che stiamo attraversando non esiterei un momento a lasciare il mio posto".


   E' sicuramente vero, perché l'attaccamento di Balzan al "Corriere" aveva reputazione leggendaria, come la sua dedizione notte e giorno, ma non poteva non esserci dell'altro. Innanzitutto, i soldi, una passione costante, con connotati a tratti maniacali, nell'arco della sua esistenza. Egli ottenne una cospicua percentuale per la mediazione e i Crespi, ansiosi di non perdere un simile collaboratore, gli offrirono una piccola caratura nonché gratifiche da calcolare sull'incremento degli utili e da versare in Svizzera, usando come schermo gli incassi del "Corriere" e della "Domenica" (molto venduta) in Canton Ticino. E poi l'ambizione, il desiderio di allargare, da ex giornalista, il suo potere alla sfera redazionale. Ciò che non era stato possibile con Albertini, lo sarebbe diventato con i successori (Pietro Croci, Ugo Ojetti, Maffio Maffii), graditi a Mussolini ma molto meno autorevoli: intervenire sulla linea, fare e disfare l'organico, aver voce in capitolo dentro i settori, arruolare collaboratori di propria iniziativa, peraltro scelti con gusto e oculatezza perché Balzan aveva frequentazioni negli ambienti culturali e dello spettacolo (in particolare, musicali).


   Nella sua documentata biografia Renata Broggini li definisce "gli anni del compromesso", apogeo della carriera, però segnati da problemi, tensioni, amarezze, tra le quali il raffreddamento dell'amicizia con il maestro Arturo Toscanini. Gli antifascisti ormai diffidano di Balzan. Ma lui è ancor meno amato dal regime e molti gerarchi ne parlano in termini spregiativi. Farinacci lo giudica un frondista complice della passata gestione. Gli viene artificiosamente attribuita una battuta che potrebbe costare il posto e addirittura il confino: la proposta di un monumento alla donnaccia che avrebbe attaccato la sifilide al Duce quale "futura liberatrice d'Italia".


   Il manager di via Solferino si difende da navigatore consumato, arrivando a vantarsi, in una lettera al direttorio del Sindacato della stampa, di non aver fatto o detto niente, "neppure il più lontano accenno o atto di solidarietà", durante la serata di congedo degli Albertini. E con altrettanta abilità si destreggia tra il rifiuto di assumere giornalisti fascisti ma incapaci e quello di licenziare redattori bravi quanto antifascisti. Gli attacchi, però, diventano più virulenti e rileggerne qualche passo oggi, in tempi di sfrontata concentrazione e montante conformismo dell'informazione, può forse servire a riflettere. Una pubblicazione romana di stretta osservanza punta l'indice senza alcun ritegno: "Noi sospettiamo Balzan. Il braccio destro di Albertini, il diffamatore di Mussolini, il ridicolo tirannello antifascista non può tenere un posto di comando in un grande giornale che si dice fascista". E ancora: "Il più diffuso quotidiano d'Italia deve essere d'ora in poi integralmente, superiormente fascista".


   In più di un'occasione Eugenio Balzan si vale dell'aiuto del fratello del Duce, Arnaldo, suo amico e buon giornalista, che, tuttavia, muore all'improvviso nel '31. Le accuse, le delazioni, i trabocchetti si moltiplicano e il grande manager, fiaccato, decide di mollare. L'addio al "Corriere", datato 1933, nasconde il maggiore dei punti interrogativi. Un'uscita improvvisa, presentata come provvisoria e per ragioni di salute e, un po' per volta, trasformata in irreversibile. Perché? E' possibile che sia stato minacciato o che si sia trovato sotto ricatto. La biografia richiama un piano semiufficiale "per disfarsi di Balzan e mettere in riga il giornale anche nella gestione organizzativa" (direttore era, nel frattempo, Aldo Borelli). La chiave sarebbe potuta essere la denuncia di "uno scandalo clamoroso". Fu agitato davvero questo spettro infamante? E se lo scandalo non fosse stato altro che l'esportazione dei capitali all'estero?


   Sta di fatto che Balzan partì seguendo la direzione dei suoi soldi. Si stabilì in Svizzera, spostandosi in continuazione tra Lugano, Zurigo e altre località, come se si sentisse braccato, in pericolo. La polizia elvetica, che lo tenne spesso sotto sorveglianza, sospettava che fosse un infiltrato. Ma non era una spia. Era un pensionato molto solo, che s'occupava adesso d'amministrare in proprio, tra banche e Borsa, il vecchio patrimonio, ingrossato dall'ingente liquidazione. Sapeva essere generosissimo, come dimostrano gli infiniti aiuti, sovvenzioni e regali a parenti, amici, conoscenti, rifugiati politici ed ex dipendenti del giornale, ma anche avarissimo. Durante gli spostamenti in treno viaggiava sempre in seconda classe, come risulta dalle annotazioni un po' stupite di uno degli agenti incaricati di pedinarlo. S'accontentava di pasti frugali, utilizzava un guardaroba ristretto, non concedeva mance.


   A un occhio disattento sarebbe potuto apparire un anziano signore in ristrettezze. Eppure quando morì vent'anni più tardi, dopo essersi ostinatamente rifiutato di tornare a risiedere in Italia, lasciò denaro, azioni, proprietà e una collezione d'arte che, secondo alcune stime, valevano 36 miliardi di lire (del 1953!). Una sostanza colossale che passa, senza testamento, all'unica figlia, Angela Lina, nata da un breve matrimonio giovanile, e da lei, quasi subito, alla Fondazione internazionale e a una miriade di opere filantropiche e assistenziali. Come avesse fatto Eugenio Balzan ad accumulare una simile fortuna (superinvestimento nella Nestlè? speculazioni valutarie durante la guerra?) resta un altro mistero, l'ultimo della sua lunga e memorabile vita.


Ettore Botti


TABLOID (ottobre 2001)
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Si snoda tra Largo Treves e via Montebello lungo un lato dell'isolato della storica sede del  primo quotidiano italiano


Una via  ricorda  Eugenio Balzan


Con Luigi Alberini  ha fatto


grande il  “Corriere della Sera”


 


Milano, 12 settembre 2003. Nel cinquantesimo anniversario della morte, Milano ha dedicato una via a Eugenio Balzan, giornalista e amministratore del «Corriere della Sera» per 30 anni (fino al 1933). Alla cerimonia di intitolazione, sono intervenuti il sindaco, Gabriele Albertini, Edo Boldrin, sindaco di Badia Polesine (paese natale di Balzan) il direttore del «Corriere», Stefano Folli, e l'ambasciatore Bruno Bottai, presidente della Fondazione Balzan. Erano presenti il prefetto, Bruno Ferrante, l'assessore alla Cultura, Salvatore Carruba, il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Franco Abruzzo, e il console di Svizzera, Marco Cameroni. La via si trova tra Largo Treves e via Montebello, lungo un lato dell'isolato del «Corriere».


Per ricordare il legame di Balzan con il «Corriere», il sindaco Aibertini ha voluto usare un descrizione fatta da Indro Montanelli: «Balzan era talmente attaccato al suo giornale da farne non solo la sede di tutte le sue attività, ma anche la sua casa e la sua famiglia. Lì si faceva cucinare e lì dormiva in una stanza del piano interrato, contigua alla sala macchine il cui notturno ronzio gli faceva da sonnifero». Curioso (aneddoto raccontato dal direttore del «Corriere», Stefano Folli. «Balzan fu anche un cronista di vaglia. Riuscì a trasmettere i resoconti di un congresso a porte chiuse del Partito socialista rimanendo nascosto sotto il tavolo dei relatori, dei quali riconosceva le voci. Fu un manager a tutto tondo, in anticipo sui tempi, abilissimo nel costruire un moderno sistema amministrativo».  (fonte:  “Corriere della Sera” del 13 settembre 2003 - Tabloid numero settembre/ottobre 2003).


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Emerge un retroscena isulla presenza del ras di Cremona nella vita del  primo quotidiano italiano


Roberto Farinacci : "O ti iscrivi


al Fascio o te ne vai!".


E Balzan abbandonò via Solferino


 


di Vito Soavi


Con la delibera della Giunta del Comune di Milano di dedicare una strada cittadina ad Eugenio Balzan si riempie una inspiegabile lacuna di oblio nei riguardi di un personaggio che, con Luigi Albertini, contribuì a fare del Corriere della Sera il più prestigioso e diffuso quotidiano italiano. Se Balzan ha percorso nel suo Corriere una lunga , straordinaria carriera, se è riuscito poi a formare un cospicuo patrimonio che alla sua scomparsa, nel 1953, ha consentito a sua figlia Lina di istituire la Fondazione Internazionale intitolata a suo nome, attorno a questo personaggio si avverte però una sensazione di riserbo, forse a causa di alcuni dubbi sui motivi che lo indussero, nel 1933, a troncare la sua straordinaria attività ed a trasferirsi in Svizzera. Anche Renata Broggini, attenta ed appassionata autrice del libro sulla vita di Balzan, non ha approfondito questo argomento perché, mi diceva, non aveva rinvenuto, nella sua ricerca, documenti sicuri, ma solo fonti poco attendibili e, purtroppo, qualche maligno pettegolezzo. Ma la verità è ben altra.


La partita fu allora giocata dal gerarca di Cremona Roberto Farinacci, patron del quotidiano Regime Fascista e come tale tenace "concorrente" del Corriere. Già nel 1925 Farinacci aveva scoperto che il contratto che legava gli Albertini ai fratelli Crespi, editori di maggioranza, non era mai stato registrato; segnalò la cosa a Mussolini che ne chiese ed ottenne la recessione; ma per fascistizzare completamente il Corriere vi era ancora un ostacolo: Eugenio Balzan. Balzan, antifasista, sopportò a lungo l'aperta ed ostile oppressione del regime al solo scopo di conservare l'indipendenza del suo giornale. Dovette però arrendersi, nel 1933, quando gli fu posto un aut aut, ancora da Farinacci: "O ti iscrivi al Fascio o te ne vai!". Scelse la seconda alternativa, abbandonò l'incarico ed espatriò in Svizzera. Ho vissuto, personalmente in famiglia, questa drammatica vicenda, perché mio padre, Claudio Soavi, per incarico dei fratelli Crespi, fu suo diretto collaboratore al Corriere dal 1928 al 1933, quando appunto, su designazione di Balzan stesso, ne divenne successore. Per inciso, mio padre assolse questo incarico fino al 1938 quando, per le leggi razziali, ricevette il benservito dalla proprietà su suggerimento ancora una volta di Roberto Farinacci, proprio il giorno dopo una visita ufficiale dello stesso in via Solferino dove ...lo abbracciò davanti alle maestranze. I1 ruolo di Roberto Farinacci nella vita del Corriere della Sera: ecco un pezzetto di cronaca che non era mai venuto a galla e che, dopo tanti anni è giusto che emerga.


(Tabloid, numero settembre/ottobre 2003)


 





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