Mal d’avventura è il titolo del libro di Livio Sposito, che racconta l’avventura giornalistica di un protagonista della propaganda fascista, Mario Appelius. Del volume (Sperling & Kupfer, pagine 339, euro 16,50), anticipiamo un brano relativo alla guerra russo-finnica (1939), in cui due inviati italiani, il «governativo» Appelius e l’«imprevedibile» Montanelli, a Helsinki per il Corriere , mostrano una diversa visione del giornalismo. La guerra russo-finnica, che era cominciata il 30 novembre 1939, richiamò più di un giornalista sul campo delle operazioni. Sui quotidiani di tutto il mondo apparvero minuziose descrizioni di episodi bellici più o meno romanzati. Arrivò anche Indro Montanelli, sempre con un contratto di collaborazione, non potendo essere ancora assunto dal Corriere per l’incidente professionale accadutogli in Spagna. Oltre che seguire le operazioni militari, egli fece il colpo dell’intervista all’eroico maresciallo Carl Gustav Emil Mannerheim, comandante delle truppe finlandesi. I suoi articoli apparvero in prima pagina, con grande rilievo. Inviò corrispondenze politicamente spregiudicate sulle quali a volte piombava da Roma, come accadde la sera del 25 novembre 1939, il divieto di pubblicazione. In quel periodo, come già in Spagna, l’agenzia nazionale di stampa Stefani continuava a fare «buchi» (a non cogliere cioè le notizie del giorno) e a prendere cantonate che trassero in errore i giornali minori, costretti a servirsi dei suoi dispacci. L’agenzia, paradossalmente, non aveva un corrispondente a Helsinki e raccoglieva a Riga le notizie finlandesi. Il sospetto, non infondato, è che queste lacune dell’agenzia fossero volute, per ragioni politiche. L’Italia era schierata con la Russia, per l’occasione, dopo il «patto d’acciaio» stretto con la Germania e l’accordo tedesco-russo. Gli anglo-francesi stavano dalla parte della Finlandia. Le corrispondenze di Montanelli, che non rispettavano le regole degli schieramenti politici e mostravano un’aperta simpatia verso il governo socialdemocrtico finnico, irritavano parecchio il regime. Ma non essendo l’Italia ufficialmente su alcun fronte, era molto difficile adottare provvedimenti contro il giornalista come era avvenuto per il caso spagnolo. Mussolini pensò dunque di mandare Appelius in Finlandia soprattutto per equilibrare i servizi di guerra del Corriere della Sera . La decisione emerge incontestabilmente dalla corrispondenza di Giorgio Pini, allora caporedattore del Popolo d’Italia , conservata presso l’Archivio centrale di Stato. Tra Appelius e Montanelli non correva buon sangue dai tempi d’Etiopia, quando il giornalista-viaggiatore, che dirigeva allora il Corriere dell’Impero all’Asmara, aveva offerto al giovane Indro di collaborare con alcuni articoli. Non è difficile immaginare cosa potesse opporre un giovane ambizioso e scalpitante a un giornalista maturo e affermato, allineato al potere. Con l’esperienza negli Stati Uniti, Montanelli aveva acquisito un’idea di giornalismo che lo poneva principalmente al servizio della sua professione in quanto testimone fedele del suo tempo; Appelius riteneva invece che la sua professione dovesse essere al servizio del Paese, che identificava con il regime fascista. E ciò poteva rendere lecito - a suo avviso - in alcuni casi ammorbidire la realtà dei fatti. Disciplinato, convinto che Mussolini lavorasse per la grandezza dell’Italia e riconoscente verso il fratello del duce, Arnaldo, che era stato il suo talent-scout, Appelius accettò persino di sottoscrivere alla fine del 1938 le «leggi razziali», pur continuando a conservare un rapporto di stima e fiducia, al punto di affidargli la tutela dei propri interessi, con un avvocato ebreo, il cognato Renzo Limentani. Ciò che era una diversità di vedute diventò aperto scontro nel periodo in cui i due giornalisti si trovarono a lavorare fianco a fianco in Finlandia. Montanelli ha ricordato con queste parole l’episodio, nella «stanza» pubblicata sul Corriere della Ser a del 27 giugno 2000. «Nei pochi giorni in cui alloggiò nel mio albergo, il Kemp , avemmo alcuni colloqui che in realtà furono veri e propri scontri. Data la differenza di età (lui aveva quasi trent’anni più di me) e l’autorità che gli derivava dal fatto di essere il corrispondente del giornale di Mussolini, si credette in diritto di rimproverarmi aspramente le mie aperte e scoperte simpatie per i finlandesi, dicendo che questo contravveniva agli interessi della politica italiana, che non poteva avversare la causa dell’Urss, alleata della Germania a sua volta alleata nostra. Io gli risposi che facevo il giornalista, non il propagandista politico, lui mi controbatté che, prima che giornalisti, noi italiani avevamo il dovere di essere fascisti. E lì si ruppe la nostra amicizia, che non era mai stata molto calorosa perché il giornalismo di Appelius, tutto sensazionalistico e "a effetto", non mi era mai piaciuto. Seppi che lui andò a lamentarsi delle mie parole prima con il nostro ministro a Helsinki Bonarelli che, mio amico, me lo riferì subito; eppoi con il ministro italiano a Stoccolma, Fransoni, il quale non gli dette peso. Il Minculpop invitò effettivamente il Corriere a richiamarmi a Milano. Ma il direttore Aldo Borelli, sebbene fascista (come tutti gli altri direttori di giornali), rispose: "Se me l’ordinate, obbedisco. Però ci fate perdere 250.000 lettori perché tanti ce ne hanno fatti guadagnare le corrispondenze di Montanelli". Non erano 250.000. Ma erano comunque parecchi, anche se il conto è difficile farlo. E ciò dimostra per chi, in guerra, batteva il cuore degli italiani». Una nota di servizio scritta da Stoccolma l’8 marzo 1940 (cinque giorni prima che si concludesse la guerra) da Mario Appelius al caporedattore del Popolo d’Italia Giorgio Pini (che nella sostanza dirigeva il giornale) conferma in parte quanto ha scritto Montanelli, anche se aggiunge che una censura c’era anche in Finlandia verso chi non la pensava come il governo di Helsinki, e non rivela parole astiose, ma di apprezzamento per il lavoro del giornalista del Corriere (...) |