di Emilio Pozzi
Ho un debito, per fortuna non di quattrini, con Enzo Biagi. Però mi pesa più che se dovessi dargli una forte somma: il debito consiste in un’intervista mai pubblicata di cinque anni fa, quando aveva compiuto da poco gli ottanta anni. Per una banalissima ragione: lo smarrimento del nastro sulla quale avevo registrato la conversazione. Ora la cassetta è saltata fuori da un cassetto. Biagi si avvicina adesso agli ottantacinque anni (li compirà il 9 agosto) ma la sua firma compare puntualmente sul Corriere la domenica mattina e ogni settimana sul magazine del Corriere. Questi sono i miei due appuntamenti fissi con lui. Saltuariamente passo a salutarlo, nel suo minuscolo ufficio in Galleria, sopra la Libreria Rizzoli, possibilmente nel tardo pomeriggio dei primi giorni della settimana, secondo i suggerimenti della preziosissima Pierangela, collaboratrice da molti anni, in quei giorni ha più tempo per gli amici.
Già, la Galleria.
In un libro a più voci, pubblicato nel 1987 per i 120 anni della creatura del Mengoni, chiesi a Biagi una testimonianza. La sua pagina cominciava così: “La Galleria è un posto del sentimento, per me. Ed è legata ai miei primi ricordi di Milano. Io sono passato da Milano, per la prima volta nel dopoguerra; ero in viaggio per andare in Inghilterra al matrimonio della regina Elisabetta che, allora, naturalmente era ancora principessa. Ero stato invitato con qualche altro collega – ricordo tra gli altri Enrico Emanuelli – dal Governo inglese. Di questo mio primo incontro con Milano ho un ricordo notturno che mi dava sgomento. Dentro di me, dicevo: io qui non ci vivrei mai. Nella vita non bisogna dire mai! Qualche anno dopo mi hanno offerto un posto di lavoro, in un momento anche difficile, era la carica di redattore capo a Epoca. Il settimanale a quel tempo era piuttosto traballante. Mi sono trasferito a Milano, come un emigrante, con mia moglie e le prime due figlie. La domenica ci spingevamo fino in centro, dandoci la mano, quasi per paura di perderci”.
Più avanti Biagi scriveva: ”La Galleria è poi diventata un posto di lavoro per me che ho avuto un ufficio alla Rizzoli, proprio lì. Ricordo la gente che mi veniva a trovare o che incontravo, da Sciascia al generale Dalla Chiesa. Passava a salutarmi in borghese, in quei momenti difficili, quando sparavano sulla gente e, in particolare, sugli ufficiali dei carabinieri. Ero diventato amico di tutti i negozianti della zona; mi consideravano, e mi consideravo, un loro collega perché anch’io la mia bottega l’avevo lì”.
Anche adesso la sua bottega è al primo piano. Al di là di una porticina verde c’è Pierangela che fa buona guardia. E poi la sua stanzina: una scrivania, e un paio di sedie per gli ospiti. Sono andato a ricordargli il mio debito e, per pagarlo, gli ho proposto un’altra intervista. Anche perché la popolarità di Enzo Biagi è sempre ad alti vertici. Lo si è visto quando è comparso, ospite di Fabio Fazio domenica sera 22 maggio, nella intelligente e garbata trasmissione condotta da uno dei più seri intrattenitori televisivi. Gli applausi del pubblico presente non erano di convenienza e non c’erano segnali luminosi a comandarli. Anche Biagi che ha risposto con pacatezza, non perdendo l’occasione per qualche risposta arguta e pepata, si è sinceramente commosso. La voce gli si è rotta in gola quando ha accennato alla morte della figlia Anna, la più giovane, che aveva donato le retine (e adesso c’è chi vede con i suoi occhi). Una frecciatina l’ha tirata quando gli è stato chiesto come vede la situazione e ha risposto: “Mi sembra che ci sia aria da ora del dilettante, quando si parla di Romolo e Remolo”. La filosofia di vita l’ha espressa quando ha detto: “La mattina leggo i necrologi sul Corriere. Se non trovo il mio nome metto giù il giornale”. Più ricordi che sguardi in avanti. A proposito di Tv, alla domanda se deve essere educativa ha espresso con una parola un complesso pensiero: ”Educata, perché all’educazione ci devono pensare i genitori e la maestra”. Una risposta secca l’ha data all’intervistatore. Fazio gli aveva chiesto quali fossero i primi libri che aveva letto. Alla risposta di Biagi: ”La Bibbia e i Miserabili”, Fazio si era lasciato sfuggire un “davvero ?” al che Biagi ha replicato: “Non ci crede? Io non dico bugie. Se dovessi dire una bugia, la direi su altre cose”. Fazio che aveva evidentemente capito che Biagi avesse letto quei libri a 5 anni quando ha cominciato ad andare a scuola, gli ha prontamente chiesto a che anno avesse letto due libri così impegnativi. “A dodici o 13 anni”. Tutto ridimensionato.
La popolarità di Biagi, anche se non compare in Tv, è sempre alta. Basta controllarla ad esempio, nei siti Internet, che rappresentano di questi tempi un autentico indice di notorietà e di gradimento. C’è un sito internazionale nel quale il suo nome figura 13 milioni 37 mila 693 volte (l’ho riscontrato il 15 maggio scorso). In due siti italiani, sempre a metà maggio, questa è la situazione: Yahoo.com 67. 500, Google.com 92. 900.
In linea di massima, in ciascuno il doppio di Indro Montanelli. Quando sui giornali riemergono le polemiche sulla Rai, sui cambiamenti dei vertici, e sui contenuti dei programmi, il suo nome risalta fuori: a cominciare dalla gaffe di Berlusconi, quando dalla Bulgaria, parlò di informazione criminosa facendo i nomi di Biagi, Santoro e Luttazzi. Più che quella battuta a Biagi spiacque il comportamento dei burocrati, a cominciare dal direttore generale, che affidarono il suo congedo a quattro righe in una fredda comunicazione scritta.
Su questo argomento non ama parlare (unico commento: ”se fosse criminosa non capisco perché la magistratura non è intervenuta”) ma si capisce che è stato ferito profondamente nella dignità.
Altre sono le ferite che in questo periodo hanno lasciato il segno: “Nella mia vita ho avuto tante soddisfazioni, ma negli ultimi anni ho avuto due dolori tremendi, la morte di mia moglie e quella di Anna la mia figlia più giovane (al suo nome è stata intitolata una Fondazione per aiutare ragazzi a crescere e studiare)”. E guarda, con commozione che si rinnova ogni volta, verso lo scaffale della stanza di lavoro dove sono comparse nuove fotografie davanti ai libri che gli servono di consultazione: foto di famiglia, la moglie, i genitori, le figlie e una con Papa Giovanni Paolo II, al cui fianco c’è il cardinale Tonini. E poi la foto di un personaggio tra le migliaia da lui incontrati in sessantacinque anni di lavoro, uno che ha fatto tanto bene all’umanità: il dottor Sabin, il medico che ha vinto la poliomielite.
Biagi continua a scrivere, nonostante i sei by pass, e la sua vestale ribatte i testi su una macchina elettrica, fotocopia gli articoli che possono interessare e li archivia. La modernizzazione non va più in là.
Biagi non ha confidenza con il computer. I suoi pezzi continua a scriverli con la biro, sui taccuini a righe che una volta usavano gli stenografi. Non so dove li trovi ancora.
Gli ho proposto di rileggere il testo trascritto dal nastro di cinque anni fa, e magari mettere risposte nuove a fianco di quelle di allora.
Mi ha detto: “Molto poco è cambiato e quindi non ho mutato opinioni, in questi cinque anni”. E la chiacchierata con Fabio Fazio ha confermato, ad esempio che non ha invidia per nessuno, perché non ha ancora trovato qualcuno per cui valga la pena di essere invidioso.
Una curiosità, non certamente banale, gli è rimasta. Ricevette, un mattino presto, una telefonata da Gianni Agnelli, sul quale aveva scritto un libro (“Il signor Fiat”) e che ogni tanto lo chiamava: “Biagi, devo vederla, ho da dirle una cosa molto importante”. Cosa fosse quella cosa non lo seppe mai. L’avvocato morì dopo qualche giorno.
Ma ecco la trascrizione, riveduta e corretta da me, per il passaggio dal parlato alla pagina, senza alcuna alterazione o taglio, della chiacchierata avvenuta il 14 settembre 2000, a Milano, in Galleria, in quello stesso ufficietto nel quale trascorre le ore produttive della giornata.
Ho visto che in Internet il tuo nome c’è più di 100mila volte. Non so se tu l’hai fatto riscontrare…
Io non so assolutamente niente, non ho mai visto Internet, come vedi scrivo ancora con una biro, sono in tutti i sensi superato. Ho bisogno per fare il mio lavoro, quello che mi disse una volta Faulkner: “un po’ di pace e una cassa di whisky”. Io del whisky – sono nato nel paese del Lambrusco – non ho bisogno; il Lambrusco lo bevo a tavola. Faccio questo mestiere perché ho deciso così, era l’aspirazione che avevo quando avevo tredici anni. In un tema scolastico, il solito tema “che cosa vuoi fare da grande” dissi: voglio fare il giornalista. Sono arrivato ad ottant’anni, alla conclusione, ho più ricordi che speranze di una lunga vita fortunata, perché ho fatto quello che volevo fare e spero di uscire dalla scena decorosamente con le mani pulite. Ho fatto certamente degli errori ma li ho fatti in buona fede. Trovo che nel nostro mestiere la cosa più umiliante sia di essere stupidi in conto terzi, a titolo personale può capitare; ma insomma non possiamo arrivare dappertutto.
Hai detto un tema di scuola… l’hai conservato? Ti ricordi che voto ti hanno dato?
Un voto quasi eccessivo, poco meno di dieci. Poi la professoressa, che si chiamava Lina Zanetti Cavalieri, una signora che ha contato moltissimo nella mia vita, mandò a chiamare mia madre, perché io sono nato, in un villaggio di 50 anime, da una famiglia operaia e disse: “sto ragazzino, se potete, fatelo studiare”. Mio padre era vice magazziniere allo zuccherificio, mia madre cuciva camicie a cottimo per un grande magazzino, ma ho avuto un’infanzia felice, non mi è mancato niente, non ho mai sentito umiliante la mia condizione sociale. Ero fin da ragazzino appassionato di teatro, il loggione delle Duse mi ha visto arrivare tutti i pomeriggi di ogni festa, perché la sera i ragazzini devono andare a letto presto. Hemingway disse: “Io ho vissuto e ho scritto”. Se dovessero mettere una lapide anche per me, potrebbero scrivere: “Ha vissuto e ha scritto”. Se faccio un bilancio io devo moltissimo a tanti e sono stato circondato di tanta gente migliore di me e ho dei motivi di gratitudine nei confronti di tante persone, che rimpiango, perché molti non ci sono più.
Al tuo paese natale sei rimasto legatissimo
Il paese dove sono sepolti i miei morti, dove se vai nella chiesa il mio nome è ripetuto due o tre volte nelle lapidi, perché i miei antenati invece che lasciare quegli scudi che avevano a me li hanno lasciati alla chiesa perché fosse detta un’altra messa per i pastori. Lì è sepolta mia madre e mio padre no. Siamo divisi anche lì, uomini da una parte donne dall’altra, secondo le tradizioni per cui anche alla messa le donne stanno in certi banchi e gli uomini in altri. Quello è il mio paese, un villaggio della Appennino tosco emiliano, probabilmente neanche è segnato nelle carte topografiche o lo è con caratteri minimi. Il paese si chiama Lizzano. A Berlino ho visto una vecchia mappa del ‘700, lo chiamavano Lizzammatto; vuol dire che per le nostre teste c’è qualcosa che non combacia proprio con la normalità.
E il primo viaggio?
Il primo viaggio a Roma, 1933. Ho vinto un concorso di religione e sono stato ricevuto dal Papa Pio XI, con altri ragazzi. Ero cresciuto in un circolo parrocchiale, giocavamo a football. A questo proposito ti racconto che un giorno, prima di un collegamento televisivo, l’onorevole Fini mi ha portato i saluti di suo padre. Io l’ho ringraziato e gli ho risposto, sa, onorevole Fini, quando Longanesi sull’Assalto scriveva: “meglio un balilla di dieci chierici” suo padre ed io giocavamo a football nella squadra dei chierici.
L’itinerario che stiamo percorrendo vuol coniugare nostalgia e grande sincerità. Apriamo una parentesi seria. Vorrei che tu dessi qualche consiglio utile ai giovani.
- Diceva un umorista: non datemi consigli perché so sbagliare da solo. Quindi i giovani faranno i loro errori, anche perché si muovono in un mondo così diverso da quello dal quale abbiamo incominciato noi. C’è Internet, era già una meraviglia che ci fossero le telefoto allora; abbiamo visto nascere la televisione, poi abbiamo visto un uomo camminare sulla luna in diretta. Si diceva: nessuno piange per la morte di un mandarino cinese. Poi abbiamo visto piazza Tien An Men e quei ragazzi con la camicia bianca che andavano contro ai carri armati. È cambiato il mondo: non c’è più il senso della distanza. In tre ore sono andato col Concorde da Parigi a Washington; le madri che sventolavano i fazzoletti nelle stazioni sono sparite. È cambiato tutto quanto il mondo. Ad un ragazzo che vuol fare questo mestiere direi: fallo proprio se lo ritieni necessario. Si pensi: una volta si diceva la vocazione. È forse un termine che sa un po’ di mistico, di voti per la vita. Fallo proprio se credi che questo sia il tuo lavoro. E allora se è questa la tua aspirazione, non c’è nulla di meglio. L’illusione di mettere una virgola nel grande romanzo che si scrive ogni giorno, con una tua parola. Orgoglio, vanità? Quando abbiamo incominciato noi, l’obbiettivo era diventare una firma. Adesso forse è più importante diventare una faccia, è più facile. Credo che poi sia sempre essenziale possedere una testa.
A proposito di avere una faccia: tu ormai una faccia ce l’hai. Ti conoscono, non dico in tutto il mondo, ma siamo lì.
Sono a tutti gli effetti, una persona normale. Non ho mai avuto nessun tipo di pensiero per il look. Credo che poi la televisione sia una faccia in una telecamera che parla. Poi dietro può avere dei pinguini, dei cammelli, delle donne, degli uomini, dei bambini, dei paesaggi. È un rapporto molto semplice.
Il piacere dell’anonimato come gioia di mangiare qualcosa di sapore antico non ce l’hai?
Si ce l’ho, mi considero a tutti gli effetti un contemporaneo. Non vedo nessuna giustificazione, ho sempre trovato un po’ ridicoli quei nostri colleghi che si presentano dicendo “stampa”. Parole che non ho mai peraltro avuto bisogno di usare. Credo che noi abbiamo già tanti privilegi come quello di fare un mestiere che se l’hai fatto perché da ragazzo sognavi di farlo, sei una persona molto fortunata.
Hai ancora quell’entusiasmo di scattare sulla notizia, di scattare sull’avvenimento, di non guardare che giorno della settimana e che cosa hai programmato, pronto ad andare a prendere il primo aereo per incontrare Tizio o Caio?
Mi è rimasto, l’interesse per quello che accade intorno a me. Quando è scoppiato il caso della fabbrica di Seveso, un bel po’ di anni fa, ricordi l’inquinamento? io ero in campagna, quel giorno. Al Corriere della Sera cercavano un inviato e non trovavano nessuno. Era un sabato. Ci sono andato io partendo da Sassomarconi e andando a Seveso. Trecentocinquanta chilometri buoni. “Dove il lavoro ivi è la mia vita”. Dove c’è il fatto è importante esserci. Un grande giornalista di cui i nostri colleghi non si ricordano più, Tommaso Besozzi, è morto in maniera tragica. Hemingway che aveva visto certe cose disse: “questo è anche più bravo di me”. Besozzi scoprì la verità sulla morte di Salvatore Giuliano, fece liberare un certo Cornu in Francia, che stava per finire sulla ghigliottina, scoprendone l’innocenza. Besozzi diceva che ad un certo momento se sei in una baracca nel deserto e sai guardare attorno, perché non si tratta solo di guardare, si tratta di vedere, puoi scoprire una storia meravigliosa.
Posso, per i lettori, testimoniare a questo punto dell’intervista che le citazioni che fa Enzo Biagi le sta facendo a memoria, e non avendo sottomano un utile archivio.
Io ho due dizionari, perché ho sempre dei dubbi e cerco di andare a controllare. Poi uno dei dizionari l’ha fatto un mio amico fraterno, Pittano, e quindi ogni volta che vado a cercare qualcosa è un modo anche per ricordarmi di lui.
E quando leggi il giornale la mattina ti arrabbi ancora quando trovi refusi magari sui tuoi articoli?
I miei articoli tendo a non rileggerli. I refusi e gli errori fanno parte del mestiere, e poi c’è sempre l’alibi di dare la colpa ai correttori di bozze (categoria scomparsa, ndr.). Del resto spesso erano più bravi dei giornalisti; una grande soddisfazione era quando loro potevano venirti a dire: scusi, ma qui che cosa voleva dire, guardi che non è Muzio Scevola quello che ha fatto… ma invece Attilio Regolo…
Erano quasi tutti insegnanti che arrotondavano lo stipendio, covando però il desiderio di diventare giornalisti
Molto bravi, molto bravi.
Abbiamo citato di passaggio, il teatro, al quale ti sei dedicato poco. Un paio di commedie messe in scena a Bologna alla Soffitta e a Milano, sl teatro Nuovo. Questa seconda si intitolava Noi moriamo sotto la pioggia ed aveva come interpreti Romolo Valli, Valentina Fortunato ed altri bravi attori guidati da Fantasio Piccoli. Un tuo collega. Dino Buzzati, aveva un vero debole per il teatro. Lui che aveva avuto molti successi come scrittore ovviamente e addirittura come pittore, come autore teatrale, dai critici non era molto amato. Una certa critica era un po’ compiacente ma quelli che non avevano legami con via Solferino, non lo trattavano bene. Lui ci restava male.
Doveva sapere che non gli avrebbero mai permesso di invadere un altro campo. Era un giornalista famoso, era uno scrittore tradotto in giro per il mondo e un giorno vuole anche fare teatro. Dicevano ma dove vuole arrivare? Sono tentazioni che non bisogna avere, anche se puoi avere interesse per questo straordinario mezzo per raccontare. E già per qualcuno facciamo troppo, già il fatto solo di esistere, magari anche ad una certa età di essere ancora sulla piazza. Bisogna camminare in punta di piedi senza far rumore.
E quali sono le stanze dentro alle quali hai deciso di non entrare e che magari forse, forse sono un po’ nel cuore?
Io sono piuttosto solitario come carattere. Sono goffo, imbarazzato, non ho mai fatto vita sociale. La sera sono sempre in casa. Pochi amici, anche i conoscenti erano di solito gente che aveva a che fare con me per ragioni di lavoro. Non ho mai pensato al mio mestiere come carriera, ho fatto semplicemente il cronista come avevo cominciato da ragazzo. Il Resto del Carlino mi sembrava già tanto, e quando sono tornato al Carlino come direttore – ed è stato un errore perché come mi disse Dollmann, interprete di Hitler e Mussolini, e aveva ragione “non bisogna mai ritornare dove si è stati felici” – tornavo al giornale dove avevo cominciato da ragazzo e passando davanti alla Certosa dov’è sepolto mio padre, mi venne spontaneo da dire: “vedi babbo che non ero un fesso?”. Sono tornato qua in un certo modo. Invece un po’ fesso lo ero, perché proprio non bisogna guardare indietro. Ho visto anche altri colleghi che hanno fatto la stessa cosa, le cose riviste con gli occhi della giovinezza non sono più quelle, perché neanche noi siamo più quelli. Bernanos ha detto: “ci sono tanti morti nella mia vita, il primo morto di tutti è il ragazzo che io fui”. Una cosa che io ho sempre in mente perché se è vero che portiamo dietro i sogni dell’adolescenza, le illusioni, una certa visione del mondo fatto in un certo modo… Poi col tempo…; è Pirandello che dice: “sono quei frutti che maturano a forza di ammaccature”. Forse è stato così per la nostra generazione. Chi aveva vent’anni nel 1940 ha vissuto un’esperienza. Quelle esperienze tristissime che sono segnate dagli eventi. Auguro ai ragazzi, i nostri figli, i nostri nipoti, quelli che verranno, di avere pochi eventi, una vita il più possibile normale, consueta, abitudinaria.
Citando Pirandello hai usato il vocabolo frutto: c’è qualche frutto proibito che avresti voluto assaggiare?
Ma no, io ho avuto tanto, io sono una persona che ha ricevuto tantissimo. Non c’è motivo, mi è andata bene così. Sono ancora qua, mi guardo attorno, manca tanta gente nei miei appelli sentimentali della memoria. Ancora posso lavorare, non mi hanno ancora detto di scendere dal ring. Spero di farlo con le mie gambe. Quando sarà il momento, se mi accorgo o se mi faranno capire che non è più il caso di insistere.
Beh, una volta tutti i giovani giornalisti ambiziosi credevano di avere nello zaino il bastone di maresciallo, cioè quello di direttore del Corriere della Sera.
Io non ho mai avuto nello zaino queste cose, ma quello che mi serviva per sopravvivere.
Io so che qualche candidato direttore del Corriere della Sera è venuto a chiederti il permesso di occupare quella poltrona che lui riteneva fosse più giusto proporre a te.
Ma, caro Emilio, non ho mai avuto dei sogni di direzione e quando l’ho fatto è stato perché me l’hanno chiesto. A me è sempre piaciuto fare le cose con gli altri, certo qualche volta si vede solo la punta dell’iceberg. Nel lavoro che io ho fatto c’era tanta altra gente. A molti io debbo molto, insisto, ma è così.
Ho fatto una citazione senza fare il nome del protagonista e so anche chi te l’ha detto; probabilmente te ne ricorderai forse più di uno.
Va bene, ma mi credi se ti dico che non ricordo niente? È andato tutto molto bene, faccio le cose che mi piace di fare. Ho avuto dei giovani direttori che sono stati con me di una gentilezza infinita. Forse sarò anche alquanto sentimentale, ma mi fa piacere. Quando uno compie ottant’anni è già un traguardo inconsueto nella normalità della vita. Se uno poi fa il nostro mestiere che è un mestiere impudico, siamo esposti alla curiosità di tutti. Ho avuto tantissime cose, addirittura, fuori da ogni previsione. Sto per andare dieci giorni in Argentina, dove l’università di Buenos Aires vuole darmi la laurea per la comunicazione e devo fare una specie di discorso ai giovani colleghi che sono là e faranno la nostra professione.
Ma la lezione la scriverai o la improvviserai?
Parlerò, così come stiamo parlando noi adesso. . Credo che sia meglio. Poi dirò: “provate ad allenarvi a fare l’intervista, fatemi delle domande!”.
Provo io a fartene una e chiederti: hai qualche sassolino nella scarpa da toglierti?
No, no, posso camminare agevolmente. Io credo che anche per avere dei rancori bisogna avere molta memoria e con la memoria che ho… la mia testa è fatta in un certo modo per cui ricordo le cose che mi servono per il mio lavoro. Per esempio non ho nessuna prontezza, se tu mi chiedi ad esempio : “Con chi stava Tizio?”. Mia moglie dice: “perché sei ipocrita e queste piccole storie degli uomini non le vuoi dire!”. E’ che a me di queste storielle, non m’importa proprio niente. Invece per le cose che mi servono, si, ho buona memoria.
Ci sono però anche le cose che noi rifiutiamo quelle che teniamo in mente sono quelle che ci premono di più o quelle che ci fanno compagnia. È anche legittima la difesa dell’uomo che vuole cancellare certe cose. Io trovo che si possa fare. Non si toglie niente; e poi guarda, per avere spazio e tempo per il rancore…, se ne può avere un po’ per i rimorsi, per le cose che abbiamo fatto. Io non sono praticante, sono religioso perché penso che fra noi e i lombrichi ci sia una certa differenza come destino, anche se non so come è fatta la società dei lombrichi, perché potrebbe essere migliore della nostra. Questo non lo posso escludere. E la sera, prima di addormentarmi, mia madre mi diceva sempre: “dì l’atto di dolore, perché se muori stanotte, vai in Purgatorio”. Non era una prospettiva di grande letizia. Io non mi addormento mai senza chiedere perdono a Dio per quello che posso aver fatto di ingiusto, o posso aver ferito qualcuno. Anche scrivendo, può capitare. Mi ha detto Raimond Aron, una persona che io ho molto ammirato: “ci sono delle persone che non mi piacciono e faccio il possibile per farglielo sapere”. Anche io nel mio piccolo mi comporto così.
Però di querele mi pare che tu non ne abbia avute tante.
No, pur avendo diretto per otto o nove anni delle cose, credo di averne avute un paio e anche di aver vinto le cause.
E tu ne hai date di querele?
Ne ho data soltanto una, credo.
A chi?
Beh, lasciamo stare. È uno che ha detto che mi faccio scrivere i libri. Se ci sono dei negri è ora di farli diventare bianchi. Sul mio lavoro non accetto scherzi, battute.
Chi ti ha deluso?
Per essere delusi bisogna aver avuto delle speranze. Non ho tante delusioni. Per le persone che hanno accompagnato la mia vita io non ho avuto molte delusioni. Poi sai, la memoria è un peso troppo grande per certe persone, anche delle quali magari sei stato buon amico. Quelli che spariscono è giusto che spariscano. Rimane quello che deve essere vivo negli affetti, nei rapporti. Io la penso così.
Mi pare che nella vita, a parte le delusioni professionali, ci siano anche appunto le delusioni a cui tu non dai grande importanza, cioè non senti il dolore di un coltello che ti gira nella piaga della memoria. Questo vuol dire avere una filosofia, magari una filosofia quasi orientale.
No, vuol dire avere rassegnazione. Io ho avuto tre interventi al cuore, cioè il mio cuore è stato fermato tre volte e ho sei bypass; quindi ho chiara una mia idea della vita e della morte. Ho fatto anche 14 mesi sulla Linea gotica in una brigata partigiana a suo tempo. Il senso della morte, ce l'ho. Io sono abbastanza sereno e abbastanza contento di vivere queste giornate, anzi, contento, senza abbastanza.
Faccio io una citazione a questo punto. Diceva Seneca: “non è importante imparare a vivere ma imparare a morire”. La trovi giusta ?
No, io credo che a morire siano capaci tutti. Imparare a vivere è molto più difficile. Bisogna avere rispetto per gli altri, rispetto per sé. Ci sono persone che non ne hanno tanto. Vedo delle cose sguaiate, ogni tanto, in giro: e certe esibizioni le trovo molto di cattivo gusto.
Oggi, 14 settembre, è stata una giornata nella quale la cronaca ha fornito molti spunti, che prenderanno connotazioni molto più ampie quando quest'intervista sarà pubblicata. Ecco, tua una considerazione, non tanto sui fatti in sé (voglio citarli così disordinatamente: si sta aspettando la decisione finale se mandare sulla sedia elettrica Rocco Barnabei).
Questo è il fatto del giorno. Quello che colpisce è come tutto sia diventato spettacolo, La notizia si sta dilatando sarà tutta la serata, questa sera dedicata a questo disgraziato, protagonista della sua ultima pagina. con collegamenti continui, su tutte le reti, in ogni casa. La morte dovrebbe essere affrontata, la morte degli altri, in ben altro modo.
E la stessa giornata nella quale si sta attendendo notizie su quella madre che ha partorito una bimba e altri sette feti, c'è quella donna da Napoli che si è buttata…
E poi i drammi cosiddetti sociali, l'alluvione, la tempesta, vanno visti come tante storie individuali. Voglio dire sono i cosiddetti fenomeni della natura, no? L'alluvione, il temporale che distrugge, il ciclone, tutto!
A proposito di Soverato, un vescovo ha detto: dov'era Dio la mattina dalle 4.30?
Terribile, sono questi i destini che si incrociano come in quel bellissimo libro Il ponte di San Louis Rey, dove tutte le vicende e i drammi di una piccola città si mescolano. Chi c'è su quella diligenza che cade, che crolla sul ponte? Ecco sarebbe curioso dire chi erano, o chi sono. Sono tutte storie da ricostruire.
Io penso ad una parola che ha usato Mario Luzi a proposito del mondo come va. È un mondo che si sta sbriciolando…
Sai, nell'Ecclesiaste si dice: “una generazione va e un'altra viene”. Quelli che sono stati i nostri sogni sono quelli dei ragazzi che crescono oggi. Gli orsi quando sono al Polo diventano bianchi, quando vanno sulle montagne dei Carpazi diventano bruni. Si adattano al tempo che gli tocca di vivere. Se penso a quella che è stata la nostra infanzia, la nostra adolescenza, ai piccoli piaceri, alle avventure che erano i film di Tom Mix…. Ma cosa vuoi, noi ormai partecipiamo, almeno visivamente, alle cose del mondo in diretta. Solo bisognerebbe insegnare a guardare la televisione. Come peraltro leggere il giornale. Leggere anche al di là di quello che sono le parole scritte.
Non so se questa domanda, che è molto banale sia giusto portela, ma io lo faccio: si parla spesso di sogni nel cassetto. I sogni possono essere grandi, piccoli… tu hai scritto più di 100 libri, magari potresti scriverne altri 100.
Per fortuna meno! Io non ho grandi programmi o grandi traguardi. Ogni giorno secondo me è una bellissima avventura. Il piacere di esserci, così, stando ragionevolmente bene. Non ho traguardi da pormi. Arrivati a questo punto non voglio tanto guardare indietro ma guardo davanti a me, al presente. Il presente è un giorno, poi un altro giorno, senza porsi delle mete così lontane. Poi, che tipo di ambizione? Sono tanto soddisfatto e contento di potere continuare a fare il mio mestiere. Chi ha avuto certe esperienze umane come ho avuto io, si considera già un grande privilegiato.
Fra le tante interviste che ti sono state chieste, fra le mille domande che ti sono state fatte, ce n'è qualcuna che non è stata fatta e che tu hai magari temuto che qualcuno te la ponesse?
Se una cosa non la so, dico: non lo so. Non ho nessun problema, nessun imbarazzo. . E se è una cosa che riguarda altre persone dico: beh, su questo posso parlare, non voglio parlare, desidero parlare, tutto lì.
A uno che ritiene di aver letto quasi tutti i tuoi libri…
Un gesto di buona volontà.
Un gesto di amicizia e anche di fiducia nel libro successivo. Ce ne sono alcuni nei quali maggiormente, per quanto mi riguarda, mi sono ritrovato, alcuni mi hanno colpito anche per le anticipazioni. Se tu dovessi fare un viaggio e potessi portare anche un solo libro, porteresti un tuo libro o il libro di qualcun altro?
Ah, porterei un altro libro: il Vangelo.
E a me cosa suggeriresti di leggere fra i tuoi libri?
Quelli più personali, quelli in cui racconto attraverso la mia storia anche delle altre storie. Quelli più narrativi. Poi dipende dall'interesse del momento. Forse anche le testimonianze su certi paesi, La mia Geografia, perché è fatta di uomini. Io sono stato in America 50 volte, l'ho girata coast to coast. Non ho mai visto le cascate del Niagara. Sono sempre andato a cercare delle storie, perché è l'unica cosa che so fare.
In: https://www.odg.mi.it/docview.asp?DID=1884
In: https://www.odg.mi.it/docview.asp?DID=274
Lettera del presidente dell’Ordine della Lombardia:
Silvio Berlusconi invitato a fornire le prove
sull’«attività criminosa» svolta da Enzo Biagi in Rai.
Milano, 23 aprile 2002. Siano fornite le prove dell'asserita “attività criminosa” di Enzo Biagi, affinché l'Ordine dei Giornalisti possa valutare eventuali violazioni deontologiche del giornalista. Questa la richiesta che, “su incarico del Consiglio dell' Ordine dei Giornalisti della Lombardia”, il presidente dell'Ordine lombardo Franco Abruzzo ha inviato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
“I singoli consiglieri - scrive Abruzzo - hanno preso atto delle sue dichiarazioni circa la presunta “attività criminosa” del giornalista professionista Enzo Biagi, iscritto nell'Albo di Milano, e le chiedono, con cortesia, di voler fornire ragguagli ed elementi a sostegno delle sue affermazioni, che potrebbero integrare violazioni deontologiche di grande profilo a carico dello stesso Biagi”.
Franco Abruzzo sottolinea che “anche la Procura generale della Repubblica di Milano, che legge in copia, è invitata ad attivarsi per raccogliere le prove a carico di Enzo Biagi. Siamo sicuri che lei, anche come pubblico ufficiale - prosegue rivolto a Berlusconi -, non farà mancare la sua collaborazione a un ente pubblico, qual è l'Ordine dei Giornalisti, che ha tra i suoi compiti primari quello di vigilare sulla condotta degli iscritti. Soprattutto quando affermazioni gravi come le sue, ma generiche, devono trovare il riscontro dei fatti”.
Abruzzo fa poi una serie di considerazioni, anche sulla figura professionale di Enzo Biagi: “Questo Consiglio è sorretto da una visione liberale sul ruolo del giornalista: il compito di rilievo sociale del giornalista, secondo noi, è quello di controllare costantemente i pubblici poteri e di riferire ai lettori. Il giornalismo è, infatti, informazione critica. La informiamo che Enzo Biagi, grande firma del giornalismo lombardo e nazionale, non ha precedenti disciplinari, e che lo stesso, nell'arco di 60 anni, ha svolto sempre la professione nel rispetto delle regole fondamentali della nostra deontologia”.
Ricordando poi una sentenza della Corte Costituzionale del novembre 1968 sui doveri dei giornalisti, Abruzzo osserva che “il giornalista rispetta in sostanza il decoro e la dignità della professione nella misura in cui impronta, senza cedimenti, la sua attività alla libertà di informazione e di critica”.
La lettera del presidente dell'Ordine Giornalisti della Lombardia si conclude con una “nota” in calce, sempre rivolta a Berlusconi: “Le prove sull' attività “criminosa” di Michele Santoro vanno, invece, trasmesse all'Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise. Di Michele Santoro lei dovrebbe essere un estimatore, avendolo assunto in Mediaset come giornalista conduttore di un programma di successo”. (ANSA).
Enzo Biagi 9 agosto 1920
6 novembre 2007
Il giornalismo che si fa storia
Enzo Biagi nelle opere letterarie
Il grande giornalista italiano è nato il 9 agosto 1920 a Lizzano in Belvedere, un paesino dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna. Di umili origini, il padre lavorava come aiuto magazziniere di uno zuccherificio, mentre la madre era una semplice casalinga.
Dotato di un talento innato per la scrittura, fin da bambino si dimostra particolarmente versato per le materie letterarie. Le cronache riportano anche un suo celebre "exploit", quando cioè un suo tema particolarmente riuscito venne addirittura segnalato al Pontefice.
Allo scoccare del diciottesimo anno di età, si dà al giornalismo, senza per questo abbandonare gli studi. Intraprende i primi passi della carriera lavorando in particolare come cronista al Resto del Carlino e, a soli, ventuno anni diventa professionista. Quella, infatti, era l'età minima per entrare nell'albo professionale. Come si vede, insomma, Biagi era uso bruciare tutte le tappe. Nel frattempo, in tutta Europa cova il germe della guerra che, una volta innescato, inevitabilmente avrà delle ripercussioni anche nella vita del giovane ed intraprendente giornalista.
Allo scoppio della secondo conflitto mondiale, infatti, è richiamato alle armi e, dopo l'8 settembre del 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, varca la linea del fronte aggregandosi ai gruppi partigiani operanti sul fronte dell'Appennino. Il 21 aprile 1945 entra in Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni del Pwb la fine della guerra.
Il dopoguerra a Bologna è per Biagi un periodo di numerose iniziative: fonda un settimanale, "Cronache" e un quotidiano "Cronache sera". Da questo momento, prende avvio in modo definitivo la grande carriera di quello che diverrà uno dei giornalisti italiani più amati di sempre. Nuovamente assunto al Resto del Carlino (in quegli anni Giornale dell'Emilia), nel ruolo di inviato e di critico cinematografico, rimarrà negli annali per delle memorabili cronache sulle inondazioni del Polesine.
Un primo incarico davvero prestigioso lo ottiene negli anni che vanno dal 1952 al 1960 dove, trasferitosi a Milano, dirige il settimanale "Epoca". Fin da subito, inoltre, intrattiene un rapporto molto stretto con il mezzo televisivo, strumento mediatico che ha contributo non poco ad estendere la sua popolarità e a farlo amare anche dai ceti meno colti e letterati.
Il suo ingresso in Rai è datato 1961 e si è protratto in pratica fino ai nostri giorni. Bisogna sottolineare che Biagi ha sempre espresso parole di gratitudine e di affetto nei confronti di questa azienda alla quale, indubbiamente, ha anche dato tanto. Nel corso della sua presenza nei corridoi di viale Mazzini, è riuscito a diventare direttore del Telegiornale mentre, nel 1962 fondò il primo rotocalco televisivo "RT". Inoltre, nel 1969 diede vita ad un programma tagliato su misura per lui e per le sue capacità, il celebre "Dicono di lei", basato su interviste a personaggi famosi, una sua specialità.
Sono anni di intenso lavoro e di soddisfazioni non da poco. Biagi è richiestissimo e la sua firma, poco a poco, compare su La Stampa (di cui è inviato per una decina d'anni), la Repubblica, il Corriere della sera e Panorama. Non contento, dà avvio ad un'attività di scrittore mai più interrotta e che lo ha visto immancabilmente in testa alle classifiche di vendita. Si può tranquillamente affermare, infatti, che il giornalista abbia venduto nel corso degli anni qualche milione di libri.
Anche la presenza televisiva, come detto, è costante. Le principali trasmissioni televisive condotte e ideate da Biagi sono "Proibito", inchiesta di attualità sui fatti della settimana e due grandi cicli di inchieste internazionali, "Douce France" (1978) e "Made in England" (1980). A queste si aggiungano una quantità notevole di servizi sul traffico d'armi, la mafia ed altri temi di stretta attualità della società italiana. Ideatore e conduttore del primo ciclo di "Film dossier" (datato 1982), e di "Questo secolo: 1943 e dintorni", nel 1983, ha conquistando il pubblico anche con numerose altre trasmissioni: "1935 e dintorni", "Terza B", "Facciamo l'appello (1971)", "Linea diretta (1985, settantasei puntate)"; nel 1986 presenta le quindici puntate del settimanale giornalistico "Spot" e, negli anni '87 e '88, "Il caso" (rispettivamente undici e diciotto puntate), nell'89 è ancora alle prese con "Linea diretta", seguita in autunno da "Terre lontane (sette film e sette realtà)" e "Terre vicine", incentrate sui mutamenti dei paesi ex comunisti dell'Est.
Dal 1991 ad oggi Biagi ha realizzato con la Rai un programma televisivo all'anno. Di questi si possono enumerare "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), "Una storia" (1992), "Tocca a noi", "La lunga marcia di Mao" (sei puntate sulla Cina), "Processo al processo su tangentopoli", e "Le inchieste di Enzo Biagi".
Nel 1995 dà vita a "Il Fatto", programma giornaliero di cinque minuti su avvenimenti e personaggi italiani, che viene ripreso in tutte le stagioni successive, sempre con altissime percentuali di ascolto. Nel 1998 presenta due nuovi programmi, "Fratelli d'Italia" e "Cara Italia", mentre nel luglio 2000 è la volta di "Signore e Signore". Del 2001 è invece "Giro del mondo", un viaggio tra arte e letteratura: otto puntate con alcuni tra i grandi scrittori del Novecento. Dopo settecento puntate de "Il Fatto", Biagi è stato al centro di aspre polemiche a causa di una sua presunta faziosità negativa nei confronti dell'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale ha espressamente rimproverato il giornalista di non essere equanime. Il Consiglio di Amministrazione della Rai, pur non avallando ufficialmente queste critiche, ha ad ogni modo modificato l'originaria e prestigiosa collocazione oraria del programma (posto poco dopo la fine del telegiornale della sera) il quale, in seguito alle proteste dello stesso Biagi, difficilmente vedrà ancora la luce.
Dopo cinque anni di silenzio torna in tv nella primavera del 2007 con il programma "RT - Rotocalco Televisivo".
A causa di problemi cardiaci Enzo Biagi è scomparso a Milano il 6 novembre 2007.
Nel corso della sua lunghissima carriera ha pubblicato oltre ottanta libri.
Aforismi di Enzo Biagi
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• Credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere.
• La mia generazione trovava eccitante leggere un'edizione della Divina Commedia con le illustrazioni del Doré. Adesso sui muri c'è scritto Culo basso bye bye. Capisce che è un po' diverso?
• Conosco tipi che sarebbero brutti anche in Corea.
• Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino.
• La società è permissiva nelle cose che non costano nulla.
• Era così ignorante che credeva che la cedrata fosse un'opera minore del Tassoni.
• Qualche volta è scomodo sentirsi fratelli, ma è grave considerarsi figli unici.
• Quando sento dire che uno è considerato un innovatore perché decide di leggere il TG in piedi, è come se ti chiedessero se scrivi con la biro o con la macchina, e quanto questo influisce.
• Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà.
• Sono un giornalista che ricorre, con una certa frequenza, alle citazioni, perché ho memoria e perché ho bisogno di appoggi: c'è qualcuno al mondo che la pensava, o la pensa, come me.
• Si può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso.
• La "devolution", una parola che sembra inventata da Celentano.
• I giornali sarebbero ansiogeni? Ma la Bibbia non comincia forse con un delitto?
• È difficile non desiderare la donna d'altri, dato che quelle di nessuno di solito sono poco attraenti.
• Nella storia dell'umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo.
• Dopo tre apparizioni in video, qualunque coglione che viene intervistato dice la sua e anche quella degli altri.
• L'uomo, qualche volta, è come le scimmie: ha il gusto dell'imitazione.
• La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.
• Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l'annunciatrice.
• Il nostro – diceva Flaiano – è un Paese di giocatori del totocalcio.
• A Milano gli affari si combinano con un colpo di telefono, a Palermo anche con un colpo di lupara.
• Di Berlusconi si è detto tutto, alcuni sostengono abbia fluidi particolari ma per quanto ne so il signore concesse solo a Colleoni tre di quelle cose che come le suore e i carabinieri sono distribuiti a coppie.
• Nel cinturone dei soldati del Fuhrer c'era scritto "Gott mit uns", Dio è con noi. Hitler lo aveva arruolato.
• Ho sempre creduto che, se c'è un posto al mondo dove non esistono le razze questo è proprio l'Italia: infatti le nostre antenate ebbero troppe occasioni di intrattenimento.
• Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.
• Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.
Tesi di laurea correlate
Il declino del ruolo della censura: il caso RaiOt
Origini e mutamenti dell'intervista televisiva. Aspetti psicometrici e clinici di un genere di giornalismo al passo con i tempi.
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Enzo Biagi
Enzo Marco Biagi (Pianaccio di Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano.
Indice
1 Gli esordi
2 Gli anni cinquanta e sessanta: Biagi direttore
3 Gli anni settanta - ottanta
4 Il Fatto
4.1 L'editto bulgaro
5 Gli ultimi anni: il ritorno in tv
6 Critiche
7 Opere
7.1 Saggistica
7.2 Fumetti (solo testi e soggetti)
7.3 Romanzi
7.4 Reportage
7.5 Storiografie
8 Giornali per cui ha lavorato
9 Collaborazioni
10 Note
11 Onorificenze
12 Voci correlate
13 Altri progetti
14 Collegamenti esterni
Gli esordi
« Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un "vendicatore" capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo »
Nacque a Pianaccio, un piccolo paese sull'Appennino bolognese, frazione del comune di Lizzano in Belvedere. All'età di nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L'idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l'istituto tecnico Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.
Enzo Biagi con Lucia Ghetti nel 1934Nel 1937, all'età di diciassette anni, compose il suo primo articolo, pubblicato sul quotidiano L'Avvenire d'Italia e dedicato al dilemma sorto nella critica dell'epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così la propria collaborazione con l'Avvenire, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.
Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, versione serale de Il Resto del Carlino, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione dai reporter. Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte a causa di problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la vita. Si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare, il 18 dicembre 1943. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate "Giustizia e Libertà" legate al Partito d'Azione.
Terminata la guerra, entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l'avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino.
Gli anni cinquanta e sessanta: Biagi direttore
Nel 1951 Biagi aderì al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica e, accusato dal suo editore di "essere un comunista sovversivo", fu allontanato dal Resto del Carlino.
Qualche mese dopo, fu assunto da Arnoldo Mondadori e diventò caporedattore del settimanale Epoca, carica che ricoprì dal 1952 al 1960 trasferendosi per la prima volta a Milano. Dopo qualche mese, ne divenne direttore. Il settimanale attraversava un periodo difficile e nel 1951 si erano alternati alla sua guida ben quattro direttori. Biagi impose un decisivo cambiamento di marcia, con nuove rubriche e una nuova veste editoriale, trasformando Epoca da rivista di pettegolezzi a un giornale impegnato. Sotto la sua direzione, Epoca si impose all'attenzione del grande pubblico grazie ad inchieste e reportage esclusivi, in particolare sul caso Montesi e su papa Pio XII. Nel 1960 tuttavia un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni provocò la reazione dura dello stesso e Biagi fu costretto a dimettersi. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.
« Ero l'uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equlibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari [...] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici »
( Enzo Biagi)
Il 1° ottobre 1961 Biagi diventò direttore del Telegiornale, secondo alcuni per accontentare il Partito Socialista Italiano che in quegli anni iniziava con la Democrazia Cristiana l'esperienza del centrosinistra. Biagi fece assumere in RAI alcuni grandi giornalisti italiani come Giorgio Bocca e Indro Montanelli. Ma ben presto arrivarono critiche durissime soprattutto dal PSDI di Giuseppe Saragat e dalla destra, che fece stampare volantini e manifesti con cui accusò Biagi di essere un comunista. Nel 1963 curò la nascita del telegiornale del secondo canale Rai. Nello stesso anno, lanciò RT Rotocalco Televisivo, il primo settimanale della televisione italiana. Nel 1963 fu costretto a dimettersi.
Ritorna quindi a La Stampa come inviato speciale, scrivendo anche per il Corriere della Sera e per il settimanale L'Europeo. La sua collaborazione con la Rai, riprende nel 1968 quando chiamato dall'allora direttore generale, Ettore Bernabei si lega alla tv di Stato, per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: "Dicono di lei" (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddotti sulle loro personalità e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori.
Gli anni settanta - ottanta
Nel 1971, dopo numerose collaborazioni al Corriere della Sera e al settimanale L'Europeo, fu nominato direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. In questo periodo riprese la sua collaborazione con la Rai. Il 30 giugno del 1972 fu allontanato dalla direzione del Resto del Carlino e tornò quindi al Corriere della Sera.
Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale.
Dal 1977 al 1980, ritorna a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo "Proibito" programma in prima serata su Rai Due che trattava temi d'attualità. All'interno del programma guida due cicli d'inchieste internazionali denominati "Douce France" (1978) e "Made in England" (1980). Intanto, dopo lo scandalo della P2 lascia il Corriere della Sera e collabora come editorialista con La Repubblica, quotidiano che lascerà nel 1988, quando ritornerà al Corriere.
Berlusconi e Biagi nel 1986Nel 1982 conduce la prima serie di "Film Dossier", un programma che attraverso film mirati, punta a coinvolgere lo spettatore, nel 1983, dopo un programma su Rai Tre dedicato ad episodi della seconda guerra mondiale (La guerra e dintorni), inizia a condurre su Rai Uno "Linea Diretta", uno dei suoi programmi più seguiti, che propone l'approfondimento del fatto della settimana, tramite il coinvolgimento dei vari protagonisti. Linea Diretta viene trasmesso fino al 1985. L'anno dopo è la volta di "Spot", un settimanale giornalistico, cui Biagi collabora come intervistatore. Nel 1989 riapre i battenti per un anno Linea Diretta.
Nei primi anni Novanta, realizza sopratutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), (trasmissione che ricevette i complimenti di Giovanni Paolo II) "Una storia" (1992), (sulla lotta alla mafia). Segue attentamente le vicende di "Mani pulite", con programmi come "Processo al processo su Tangentopoli", (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994).
Il Fatto
Anni di produzione: 1995 - 2002
Durata: 5'
Genere: Approfondimento
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Presentatore: Enzo Biagi
Rete: Raiuno
Regista:
Sito web: www.ilfatto.rai.it
Progetto:Televisione
Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore.
Rilevanti sono le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni (l'ultima delle quali nel 2001, in piena campagna elettorale, scatenò polemiche contro Benigni e contro Biagi).
Nel 2004, in occasione del cinquantesimo anniversario della RAI, venne dichiarato dai telespettatori il miglior programma della TV dal 1954.
Con una media di otto milioni di ascoltatori fu il programma che meglio riuscì a contrastare la concorrente Striscia la notizia risultando poi, secondo i dati Auditel, il programma più visto della RAI (precisamente 9 volte su 10).
L'editto bulgaro
Il 18 aprile del 2002 l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione riportata dall'Agenzia Ansa e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di Editto bulgaro, a seguito della quale Biagi dovette interrompere la trasmissione "Il fatto" e, come anche Michele Santoro e Daniele Luttazzi, terminare la propria collaborazione con la RAI.
Gli ultimi anni: il ritorno in tv
Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il ritorno di Biagi in tv segnò ascolti record per Rai Tre (e per la stessa trasmissione di Fazio) e fece molto scalpore[citazione necessaria]. Biagi è poi tornato altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant'anni») e la sua particolare vicinanza a Rai Tre.
Biagi è successivamente intervenuto anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo RockPolitik in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi ha però declinato l'offerta per motivi di salute.
Enzo Biagi nel 2006Negli ultimi anni ha scritto sul settimanale L'Espresso, sulla rivista Oggi e sul Corriere della Sera. Addirittura, Emilio Fede gli aveva offerto uno spazio nel suo Tg4 dove poteva esprimere in libertà il suo pensiero; l'offerta fu declinata.[1]
Nella sua ultima apparizione televisiva, Biagi ha affermato che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, ha annunciato che l'indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in Rai.
Il 22 aprile 2007 è tornato in tv con RT Rotocalco Televisivo, aprendo la trasmissione con queste parole:
« Buonasera, scusate se sono un po' commosso e, magari, si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni »
Argomento della puntata fu la resistenza, da quella odierna, di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza con la R maiuscola, con interviste a chi l'ha vissuta in prima persona.
Non pochi anni prima era stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico durante il quale gli erano stati innestati quattro bypass cardiaci e, addirittura, ne prese spunto per una sua battuta scherzosa riferita a Gianni Agnelli:
« qualcosa più di lui ce l'ho sicuramente, un bypass in più... »
Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, è morto all'età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire ha detto a un'infermiera «Mi sento come le foglie su un albero in autunno...», ricordando Soldati di Ungaretti, aggiungendo «ma tira un forte vento».[2]
Poco dopo la sua morte, giungevano alle figlie Bice e Carla migliaia di messaggi di cordoglio da tutt'Italia.[citazione necessaria]
I funerali del giornalista si sono svolti nel piccolo borgo natale di Lizzano in Belvedere. La messa esequiale è stata officialta dal Cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del Presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici RAI e dei suoi colleghi Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli.
Per sua espressa volontà, la processione verso il cimitero è stata accompagnata dalle note di Bella ciao.
Critiche
Ad Enzo Biagi sono state rivolte alcune critiche.
« Alcuni critici letterari, accusano Biagi di essere ripetitivo. »
(Roberto Gervaso[3])
« Biagi? Una volta mi piaceva...ora non più fa del moralismo un tanto al chilo. »
(Bettino Craxi su Panorama[4])
« Sono un riconosciuto maestro di partigianeria: ma se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi mi sarei guardato allo specchio e mi sarei sputato in faccia. »
(Giuliano Ferrara nel 2001[4])
Assai controverso è stato il rapporto fra Silvio Berlusconi e Biagi. Nel 1986, Berlusconi tentò in ogni modo di convincere Biagi ad entrare a Mediaset ma Biagi non accettò.
Ad ogni modo, fu citato assieme a Luttazzi e Santoro dallo stesso Berlusconi nel cosiddetto editto bulgaro nel 2002.
Opere
Tra i numerosi libri pubblicati da Biagi:
Saggistica
I come Italiani (1972), una sorta di dizionario antropologico sui difetti e i pregi italiani.
Il boss è solo (1986), libro-intervista ai pentiti di mafia.
Il sole malato (1987), reportage sull'Aids.
L'Italia dei peccatori (1989), tutti i vizi d'Italia
Un anno - Una vita (1992), un libro che contiene tre interviste con pensieri e riflessioni sulle figure di Antonio Di Pietro, Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta. Il titolo si riferisce agli avvenimenti che sconvolsero l'Italia nel 1992 che sono stati talmente intensi come un'intera vita.
La disfatta (1993), inchiesta su Tangentopoli e sull'Italia delle tangenti.
L'albero dai fiori bianchi (1994), raccolta di riflessioni quotidiane; il titolo si riferisce ad un ciliegio che si trova dietro la sua casa.
Il signor Fiat, inchiesta sulla famiglia Agnelli .
La bella vita (1996), intervista all'attore Marcello Mastroianni.
Sogni perduti (1997), saggio sulle "spalle" di grandi personalità come Indro Montanelli, Alcide De Gasperi o Angelo Rizzoli.
Scusate, dimenticavo (1997), ricordi e riflessioni autobiografiche.
Racconto di un secolo (1999), interviste sul Novecento ai protagonisti del XX secolo.
Lettera d'amore a una ragazza di una volta (2003), dedicato alla moglie Lucia, da poco scomparsa.
Il Fatto (2003), raccolta di interviste.
La mia America (2004), saggio sul mito degli Stati Uniti e sulla presidenza Bush
Era ieri (2005), autobiografia in collaborazione con Loris Mazzetti), il libro che ha venduto di più ed è stato tradotto in nove lingue[citazione necessaria].
Quello che non si doveva dire (2006), saggio sull' editto bulgaro.
Fumetti (solo testi e soggetti)
Storia d'Italia a fumetti
Storia di Roma a fumetti
La storia dei popoli a fumetti
Romanzi
Disonora il padre (1975)
Una signora così così (1979)
Reportage
Geografia di Enzo Biagi
Stati Uniti d'America (1973)
Russia (1974)
Italia (1975) (disegni di Luciano Francesconi)
Germanie (1976)
Scandinavia (1977)
Francia (1978)
Cina (1979)
Inghilterra (1980)
I padroni del mondo
Stati Uniti d'America (1994)
Cina, (1994)
Russia, (1995)
Storiografie
1935 e dintorni (1982)
1943 e dintorni (1983)
Noi c'eravamo, 1939-45 (1990)
Giornali per cui ha lavorato
Corriere della Sera
Epoca
Il Giornale Nuovo
Il Resto del Carlino
La Repubblica
La Stampa
L'Espresso
Oggi
Panorama
Collaborazioni
Enzo Biagi ha scritto il soggetto di una storia Disney Topolino e la memoria futura, pubblicata su Topolino 2125 del 20 agosto 1996 [1]. In questa storia Topolino viaggia indietro nel tempo con la macchina del tempo inventata da Zapotec e Marlin arrivando nell'anno 0, l'anno della nascita di Gesù.
Biagi ha scritto anche il soggetto di un film del 1953 "Camicie Rosse", con Anna Magnani e Francesco Rosi.
Nel 1955, ha realizzato con Sergio Zavoli, un libro-film "Dieci anni della nostra vita".
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Testimonianza sull’umanità di Enzo Biagi
Tanti sono stati in questi giorni i commenti sulla figura di quel che sarà ricordato come un grande maestro del giornalismo italiano. Vorrei raccontare a tal proposito un fatto che mi è capitato personalmente. Alla fine degli anni ottanta, durante le ferie di Natale, mi trovavo in Emilia dove risiedevano i miei suoceri. Aveva nevicato e, con gli amici, avevamo fatto un giro dalle parti di Pianaccio, paese natale di Enzo Biagi. Questa la scena che ci si presentò arrivati a destinazione: un gruppetto di cacciatori camminava sulla strada trasportando un cinghiale appeso per i piedi ad un bastone che recavano sulle spalle, dirigendosi verso il centro abitato. Giunti in paese scorsi un signore alto, elegantemente vestito che con modi piuttosto raffinati parlava con un uomo molto semplice, vestito umilmente, creando uno strano contrasto. Non capii chi avevo di fronte perché era un po’ diverso, forse più distinto di come appariva in televisione. Pensai ad un parente, ad un fratello, ad un cugino. Mi colpì soprattutto la dolcezza con la quale si rivolgeva al suo interlocutore. Di Biagi avevo sentito che non aveva un carattere facile e in tv appariva più duro. Osservai comunque per un po’ la scena con attenzione cercando di identificare qualche segnale che mi confermasse che si trattava del famoso giornalista. Niente.
Ero diventata da poco pubblicista e figuriamoci se non avrei voluto conoscere un tal personaggio del giornalismo.
Poco distante campeggiava in una piazzetta una vettura di grossa cilindrata targata Roma.
S'immagini quale non fu la mia sorpresa quando, tornata a Milano, se ricordo bene dopo capodanno, una mattina in ufficio lessi sulla prima pagina del Corriere della Sera un editoriale di Biagi appunto, dove egli raccontava dell’amore per il suo paese, per la sua gente e di quando, recatosi di recente a Pianaccio, aveva assistito ad un’antica tradizione: la caccia al cinghiale.
Rimasi senza parole. Allora quella persona era proprio lui. Non mi era sembrato affatto quel Biagi che si percepiva dalla tv o com'era descritto.
Mi sentii in colpa tanto da decidere di scrivergli una lettera con la quale gli chiesi scusa per aver creduto a quell’immagine che mi ero fatta di lui, peraltro condizionata da giudizi altrui.
“Non si vede bene che col cuore, la verità è invisibile agli occhi” diceva il Piccolo Principe nel famoso libro di Exupéry.
Quel fatto fu per me una lezione di vita. D’allora ho sempre cercato di verificare di persona qualsiasi affermazione fatta sul conto di chicchessia. Quando non mi è possibile cerco di rinviare qualsiasi giudizio.
Montanelli e Biagi due istrioni della penna. Non stavo bene quando mancò il primo ed in questo momento sono reduce da un infortunio occorsomi quest’estate. Anch’io sono un po’ come una foglia sugli alberi in autunno. Forse è meglio così: ricordarli da vivi. Una camera mortuaria fredda e scura mi porterebbe via quell’immagine calorosa che ebbi di Enzo Biagi del quale ho avuto la fortuna di cogliere un attimo della sua profonda e forse meno conosciuta umanità.
Oggigiorno è d’uso identificare le persone con le professioni che svolgono, mi domando se magari non sarebbe meglio fare il contrario. Mi spiego meglio: se non era una grande uomo è probabile che non sarebbe diventato il famoso Biagi che tanti oggi piangono perché , nonostante la statura intellettuale, aveva il dono di saper parlare anche il linguaggio dei semplici.
M. Rosa De Giovanni
Motta Visconti (MI)
23 novembre 2007