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PENSIONI. DIRIGENTI SUL PIEDE DI GUERRA. GIORGIO AMBROGIONI, presidente della CIDA, scrive al primo ministro GIUSEPPE CONTE una lettera anche in nome e per conto di Confedir, Assdiplar, Diplomatici in pensione SNDMAE, Forum nazionale dei pensionati, Associazione nazionale magistrati ed avvocati dello stato in pensione: "Le pensioni delle categorie professionali, che rappresentiamo, sono state oggetto di una assurda campagna denigratoria solo perché superiori alla media; i nostri pensionati sono stati additati come “parassiti” da chi forse non immagina quanta fatica, quanti sacrifici siano necessari e quanti rischi comporti, diventare ed essere dirigenti, sia nel settore pubblico che in quello privato". "Le figure professionali, che rappresentiamo, rientrano in quel 12% di contribuenti che versano il 54% dell’Irpef complessiva a fronte di un’evasione fiscale valutata in 130 miliardi, con un mancato gettito di oltre 30 miliardi di Euro annui. Signor Presidente del Consiglio, ci appelliamo a Lei affinché il Suo prudente apprezzamento e la Sua saggezza contribuiscano a riconsiderare e accantonare un intervento sulle pensioni già erogate e su quelle di tutta l’attuale classe dirigente, sia pubblica che privata, in procinto di ritirarsi dal lavoro nei prossimi 3 o 5 anni".


Roma, 22 novembre 2018. Signor Presidente del Consiglio, dopo una vita di studio, di lavoro e di impegno al servizio dello Stato o delle imprese operanti nel nostro Paese, ci rivolgiamo a Lei come Vertice del Governo, ma anche come profondo conoscitore dei valori costituzionali e come garante della necessaria legalità dell’azione dell’Esecutivo, nonché della certezza del diritto e della indispensabile affidabilità delle norme dell’Ordinamento. Le pensioni delle categorie professionali che rappresentiamo, sono state oggetto di una assurda campagna denigratoria solo perché superiori alla media; i nostri pensionati sono stati additati come “parassiti” da chi forse non immagina quanta fatica, quanti sacrifici siano necessari e quanti rischi comporti, diventare ed essere dirigenti, sia nel settore pubblico che in quello privato. E cosa rappresenti, fuori dalla retorica, indossare la toga del magistrato, l’uniforme delle Forze Armate, la ‘feluca’ del diplomatico. Tutti ‘civil servant’, vera classe dirigente di questo Paese, ora messa alla gogna mediatica come casta autoreferenziale, capace solo di spartirsi privilegi. Tutto ciò è inaccettabile e non più sopportabile. Chi oggi è titolare di pensioni di importo medioalto, ha versato contributi altissimi e ha subìto una imposizione fiscale particolarmente pesante nel corso di tutta la sua vita lavorativa: le figure professionali che rappresentiamo, infatti, rientrano in quel 12% di contribuenti che versano il 54% dell’Irpef complessiva, garantendo il gettito indispensabile al mantenimento del nostro modello di welfare. Un modello che tutela anche chi non ha versato tasse e/o contributi o ne ha versati pochi.





Voler inasprire ulteriormente il prelievo sulle stesse categorie di contribuenti/pensionati, a fronte di un’evasione fiscale valutata in 130 miliardi, con un mancato gettito di oltre 30 miliardi di Euro annui, significherebbe affermare il fallimento dello Stato sia come ‘apparato amministrativo’, sia come sistema democratico di redistribuzione delle risorse. Non si tratta, infatti, di applicare più equità, come si vorrebbe far credere. Con l’introduzione di un ennesimo ‘contributo di solidarietà’ sulle stesse classi di contribuenti, si verrebbe a determinare, in realtà, una gravissima discriminazione ai danni di quel ceto medio e produttivo, al quale ci





onoriamo di appartenere, che costituisce la ‘spina dorsale’ del Paese. Riteniamo moralmente riprovevole e giuridicamente devastante per la credibilità dello Stato, un attacco indiscriminato a





chiunque goda oggi di un trattamento previdenziale medio o elevato. Un’operazione che rischia, inoltre, di produrre uno scossone sociale negativo, con ulteriore impoverimento di intere classi sociali che avevano costruito il futuro, proprio e dei propri figli, con il lavoro, l’impegno, la determinazione, la fiducia verso un domani migliore. Qualsiasi provvedimento che colpisca oggi le pensioni medio-alte risulta privo di motivazioni di interesse pubblico ed è quindi palesemente incostituzionale, violando in particolare i precisi limiti posti dalla più recente sentenza n. 173 del 2016 della Corte Costituzionale.





Eccezionalità, proporzionalità, ragionevolezza, sostenibilità, transitorietà e carattere interno (per esigenze straordinarie) al sistema previdenziale sono caratteristiche imprescindibili di ogni eventuale prelievo sulle pensioni già erogate. La reiterazione di un pesante contributo di solidarietà a soli due anni dalla fine del precedente è del tutto estranea ai criteri precedentemente esposti.





Esposte le suddette considerazioni, Signor Presidente del Consiglio, ci appelliamo a Lei affinché il Suo prudente apprezzamento e la Sua saggezza contribuiscano a riconsiderare e accantonare un intervento sulle pensioni già erogate e su quelle di tutta l’attuale classe dirigente, sia pubblica che privata, in procinto di ritirarsi dal lavoro nei prossimi 3 o 5 anni.





Nel ringraziarLa per la cortese attenzione auspichiamo un possibile incontro e cogliamol’occasione per inviarLe l’espressione del nostro deferente ossequio insieme all’augurio di buon





lavoro.





Giorgio Ambrogioni - Presidente CIDA





Pietro Lonardo - Presidente Associazione Diplomatici in pensione S.N.D.M.A.E.





Andrea Mochi Onory - Presidente Assidiplar





Michele Poerio - Presidente Confedir e Forum Nazionale Pensionati





Giovanni Rossi - Presidente Associazione Nazionale Magistrati e Avvocati dello Stato in pensione





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Prof. Giuseppe Conte





Presidente del Consiglio dei Ministri





Palazzo Chigi Piazza Colonna, 370 - 00187 Roma





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