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Pensioni d'oro, niente tagli, ma un contributo di solidarietà. Il governo cambia idea e blocca l’adeguamento all’inflazione. Sconti e detrazioni per chi riscatta la laurea

di VALENTINA CONTE/larepubblica


ROMA, 17 ottobre 2018 -  - Altro che ricalcolo contributivo, retroattivo e permanente. Il taglio alle pensioni d'oro alla fine non sarà nient'altro che un contributo di solidarietà chiesto agli assegni alti e limitato ai prossimi tre anni. Il pressing della Lega sui Cinque Stelle, ma anche le preoccupazioni del Quirinale sull'incostituzionalità di una norma che vale 1 miliardo nel triennio e che il ministro Di Maio voleva rendere subito operativa inserendola nel decreto legge fiscale, potrebbe portare a questa soluzione. E non è l'unica novità in tema previdenziale. Sempre più vicino il rinnovo di Opzione Donna e dell'Ape sociale, due misure dei governi Renzi e Gentiloni per agevolare l'uscita anticipata di donne e lavoratori in difficoltà. Ma anche un bonus fiscale per chi riscatta gli anni di laurea. Se lo fanno mamma, papà o i nonni potranno detrarre il 23% della spesa.









PENSIONI D'ORO - Andiamo per ordine. L'intervento sulle pensioni sopra i 4.500 euro netti al mese, 90 mila euro lordi all'anno - annunciato come ricalcolo contributivo, pur essendo un taglio retroattivo basato solo sull'età di pensionamento, punita perché anticipata rispetto a una nuova età fittizia, determinata ora per allora - cambia pelle. Il governo, soprattutto la componente leghista, pensa di usare l'imminente scadenza, a fine anno, dello "schema Letta" sulla rivalutazione di tutte le pensioni all'inflazione per rimodulare le fasce e far sì che le pensioni alte, come quelle definite "d'oro", non siano adeguate al costo della vita per i prossimi tre anni. Si può fare, perché è un intervento a tempo e in solidarietà con le pensioni più basse. Ma occorrerà lavorare di fino, per non incappare in una nuova bocciatura della Consulta.









Come fu per la norma Monti che azzerava l'adeguamento all'inflazione di tutte le pensioni sopra i 1.500 euro lordi, alla stregua di un prelievo (Renzi poi dovette restituire una parte di quei soldi). Ecco dunque che un blocco parziale sarà richiesto anche alle pensioni intermedie: non cresceranno tanto quanto l'inflazione prevista all'1,4% nel 2019 e poi 2,2% e 1,7% nel 2020 e 2021. Mentre su quelle molto alte, sarà totale. E questo consentirà di ottenere lo stesso gettito annunciato: 1 miliardo in 3 anni.









QUOTA 100 - Nel 2019 si potrà andare in pensione di vecchiaia a 67 anni. Oppure in pensione anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi, a prescindere dall'età (un anno in meno per le donne): questo requisito, con ogni probabilità, sarà bloccato al livello valido sin ad oggi, senza adeguarlo alla crescita della speranza di vita che lo avrebbe portato a 43 anni e 3 mesi. La terza possibilità di uscita sarà data da 'quota 100', in quattro finestre mobili (maturi i requisiti a gennaio e vai in pensione ad aprile), che si verificherà però in un caso solo: 62 anni e 38 di contributi. Poi da 63 a 66 anni le quote andranno da 101 a 104, perché il requisito contributivo rimarrà fermo a 38 anni.









Se si opta per 'quota 100', l'assegno sarà più basso per tre motivi: si versa per meno anni, si percepisce la pensione per più tempo e quello che si perde, nei calcoli previdenziali, è parametrato ad un Pil all'1,5%. Conviene farsi i conti. Solo nei primi due anni dopo 'quota 100' scatterà il divieto di cumulo: non si potrà prendere la pensione e lavorare allo stesso tempo. Il problema della liquidazione degli statali che decideranno di usare 'quota 100' sarebbe risolto da un anticipo bancario.









Dato l'ingente esborso, anche superiore agli 8 miliardi (si stimano 160-170 mila dipendenti pubblici in uscita su 420 mila aventi diritto a 'quota 100'), lo Stato potrebbe chiedere aiuto alle banche. A quel punto, anziché ricevere il Trattamento di fine servizio dopo 13 o 27 mesi come oggi (se si esce per limiti di età o in modo anticipato) o fino a 5 anni dopo - come si ipotizzava qualche giorno fa - l'incasso avverrebbe molto prima.









RISCATTO LAUREA E CONTRIBUTI - Attese in manovra anche due norme che potrebbero aiutare a ricostruire le carriere lavorative segmentate, a partire dal 1996 in poi. E garantire un "percorso più lineare" al pensionamento, spiega Claudio Durigon, sottosegretario leghista al ministero del Lavoro. Per chi riscatta una laurea, il cui costo si pensa di abbassare, è prevista una "defiscalizzazione": la possibilità cioè "per mamme, papà e nonni" di detrarre in dichiarazione il 23% della spesa affrontata.









Chi invece ha accumulato buchi in carriera, ad esempio "in un anno ha lavorato 9 mesi su 12", potrà colmare quel vuoto di contributi versando tra un minimo e un massimo. "Il minimo potrebbe essere la metà del contributo mensile medio versato nei 9 mesi lavorati e il massimo il 100%", illustra Durigon. Il dossier è ancora da definire. In bilico poi la "pace contributiva", una sanatoria - a carico delle aziende - dei contributi non versati ai dipendenti, tenuti in nero, e finiti poi a ruolo. Le cartelle potrebbero essere saldate versando tutto il dovuto in 5 anni, senza interessi e sanzioni. Ma su questo si discute. L'evasione contributiva, secondo l'Inps, vale 11 miliardi all'anno. Il magazzino aggredibile, il pregresso cioè da condonare, sarebbe pari a 80-85 miliardi.






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