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NELLA CAPITALE DEL POTERE UNA CITTA’ DALLA DOPPIA ANIMA. Il saggio di Vittorio Emiliani su “Roma capitale malamata” (Mulino, 2018, 16 euro) ricostruisce la storia di Roma dalla Repubblica “francese” alle giunte Marino e Raggi. Attraverso il filo rosso, o nero, della presenza vaticana e del suo sterminato patrimonio immobiliare, che vale miliardi di euro.


6.10.2018 - Città unica al mondo. Solo qui si esercita ininterrottamente il potere (e che potere…) da 2.771 anni. Solo qui, nello stesso luogo, convivono due capitali: quella dello Stato italiano e il Vaticano. Con la seconda, pur di dimensioni più piccole, che ha sempre condizionato e continua ancora a condizionare pesantemente la prima. Il fatto è che “la temporalità della Chiesa è tutt’altro che finita con il 1870. Essa costituisce un gravame che la città di Roma ha portato “e in parte continua a portare sulle spalle”. Ecco la chiave di lettura che offre Vittorio Emiliani , già direttore del Messaggero, saggista esperto e attento alle vicende romane. “Roma capitale malamata” è il titolo di questo volume straordinario  che in 290 pagine non risparmia al lettore fatti e storie illuminanti per comprendere quanto profondo sia il rapporto fra gli interessi politici, ma soprattutto economici, dei due mondi. E quanto ingombrante resti tuttora l’ipoteca vaticana, Emiliani  racconta che tutto comincia ancor prima della presa di Roma. Il 19 settembre 1870, coi bersaglieri ormai a Porta Pia si svolge a Palazzo Sciarra una riunione d’affari fra esponenti dell’alta finanza e grandi proprietari fondiari romani, fra i quali numerosi alti prelati incluso il segretario di Stato, monsignor Saverio de Mérode, con quelli della finanza italiana (è presente il conte Bastogi) nella quale si pianificano le speculazioni future che vedranno accoppiati il potere vaticano, che dispone di un immenso demanio di edifici e di aree, e il nuovo potere moderato, liberale (…)Rammenta poi ai lettori l’autore di “Roma capitale malamata” che quella (per l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, nel 1889, ndr) fu “una giornata memorabile per Roma, nera per il clero (::J Il 30 giugno il papa Leone XIII denuncia l’oltraggio fatto alla Chiesa considerando il bronzo di Bruno il simbolo di una lotta ad oltranza alla religione cattolica. Civiltà cattolica, la rivista dei Gesuiti, scrive che la statua di Giordano Bruno, col viso rivolto verso San Pietro, “segna il trionfo dei rabbi della Sinagoga, gli archimandriti della Massoneria e i capipartito del liberalismo demagogico”. Campo de’ Fiori per i Gesuiti deve rinominarsi Campo maledetto (…) Arriva a domandarsi Emiliani “se la Roma del 1870, liberata da un papa-re ormai insopportabile, ci abbia davvero guadagnato a diventare capitale del giovane Regno. Certo non le si sarebbero abbattute addosso, con una immigrazione colossale, ogni sorta di sofferenze sociali e individuali, gli squilibri e diseguaglianze economiche del Lazio e del Sud; la sua popolazione non sarebbe aumentata tredici volte rispetto a quel 20 settembre. In quale altra città è accaduto? In nessun altra” (…) “Così Roma oggi galleggia, conclude Emiliani, fra grande speculazione fondiaria e quella che Giuseppe De Rita ha chiamato <>, per esempio la mediocrità dell’offerta e della domanda turistica che s’ìnsinua per ogni dove come un’esondazione volgare. E soltanto una esigua minoranza di romani dice: <>. In una “città sepolta sotto una spessa coltre di luoghi comuni”. (Sergio Rizzo, Repubblica, 14 settembre 2018)





 





 






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