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Proclamato da USB, ma possono aderire i redattori di tutte le testate Sky. - SKY, IL PRIMO SCIOPERO GIORNALISTICO NON INDETTO DALLA FNSI - È in corso da cinque giorni e andrà avanti per almeno altri dieci lo sciopero delle giornaliste Sky in trasferta ‘punitiva' a Milano dal 6 agosto scorso.

di Ida Tosi

10.9.2018 - "Dalla caduta del fascismo la categoria dei giornalisti è stata la sola a mantenere e rivendicare la necessità del sindacato unico, rimasto ancorato all'idea ottocentesca della salvaguardia dei suoi privilegi, attraverso l'alleanza col padrone: l'editore" commenta il giuslavorista Carlo Guglielmi, presidente del Forum Diritti e Lavoro. "Lo sciopero delle giornaliste Sky rompe ufficialmente il monopolio sindacale: è un passo storico, tutti i cronisti italiani dovrebbero riflettere su quel che sta accadendo nelle redazioni".



È in corso da cinque giorni e andrà avanti per almeno altri dieci lo sciopero delle giornaliste Sky in trasferta 'punitiva' a Milano dal 6 agosto scorso. La loro colpa?  Non aver aderito l'anno scorso al "mutamento volontario di sede" proposto dall'azienda, caldeggiato dal Cdr e avallato da Stampa Romana e dalla FNSI con l'accordo del 6 aprile 2017.



Per sette 'dissidenti' la prima punizione è l'allontanamento dal lavoro per nove mesi: dal 30 ottobre 2017, infatti - primo giorno della messa in onda da Milano del Tg24 vengono lasciate a vegetare in redazione, senza alcuna assegnazione. Il 6 novembre scatta l'allontanamento dall'azienda, con la motivazione scritta che nella sede di Roma per loro non esistono più mansioni giornalistiche: prima con ferie forzate, poi con una "aspettativa retribuita" senza precedenti, prorogata settimana per settimana per nove mesi.



Peccato che, nel mentre, oltre 30 colleghi svolgano eccome mansioni giornalistiche nella sede di Roma: è dalla nuova prestigiosa redazione in piazza Montecitorio, infatti, che quotidianamente si continuano a seguire politica, cronaca, esteri e tutto quel che precedentemente si faceva tra via Salaria e la sede del Quirinale.



Ma non finisce qui: a tre delle redattrici ribelli, donne e madri poco più che 50enni, viene recapitata a luglio una lettera di licenziamento. Per altre quattro, ancora una volta tutte donne, la sorpresa arriva in agosto, con una raccomandata che intima di presentarsi il giorno dopo a Milano per una "trasferta comandata" di due mesi, senza alcuna motivazione addotta.



Mai prima d'ora una trasferta era stata ordinata ad un giornalista, e non concordata con la direzione! E quale necessità impellente, quale evento occorreva a Milano tale che le quattro dovessero andare come inviate a seguirlo e riportarne notizia? Nessuno! Mai era successo inoltre che un inviato, spedito in fretta e furia a centinaia di chilometri di distanza, fosse partito per svolgere l'ORDINARIA attività giornalistica di redazione e non per seguire da cronista un evento, realizzare un reportage o un'intervista. Se il motivo fosse un'improvvisa carenza di personale - come solo in seguito l'azienda ha provato a giustificarsi - come mai solo le giornaliste che non hanno aderito al mutamento volontario di sede vengono mandate a coprire dei turni a Milano? Perché da un giorno all'altro una trasferta di durata così esagerata (due mesi a quasi 600 chilometri di distanza per donne con figli piccoli o genitori molto anziani da accudire a Roma)?



Perché le sette colleghe tenute forzatamente a casa da novembre 2017 non vengono fatte lavorare alla redazione romana, che pure chiede a gran voce di essere rafforzata poiché fatica a seguire tutti gli eventi che le vengono assegnati? Perché la stessa sede di Roma non ha potuto contare quest'estate su alcun contratto stagionale di sostituzione a coprire le ferie?



Cosa succederà alle redattrici dopo il 30 settembre, data in cui termina la trasferta comandata a Milano? Verranno rispedite a casa, private di lavoro, formazione e professionalità come già per nove mesi? Oppure la trasferta forzata si ripeterà, scoprendosi in realtà un trasferimento mascherato, ma stavolta niente affatto volontario?



Secondo le vittime della vicenda, che con enormi difficoltà hanno comunque obbedito all'ordine di servizio presentandosi puntualmente al lavoro dal 6 agosto a Santa Giulia, tutto questo ha una evidente e inequivocabile motivazione ritorsiva da parte dell'azienda.



Perciò alla mancanza di risposte di Sky a queste domande, alla mancanza di disponibilità di Sky a venire incontro alle loro esigenze familiari, le giornaliste hanno replicato indicendo uno sciopero di 16 giorni che potrebbe prolungarsi a oltranza.



È il primo sciopero della categoria dei giornalisti non indetto dalla FNSI, ma da USB Mass Media: subito dopo la firma da parte di FNSI e Stampa Romana all'accordo sul piano di ristrutturazione di Sky (6 aprile 2017), infatti, le redattrici che si sono sentite tradite dal sindacato unico dei giornalisti hanno aderito al neonato sindacato di settore creato dall'Unione Sindacale di Base (USB).



Secondo loro, la grave responsabilità del sindacato unico della stampa sta nell'aver reso possibile l'impossibile: trasformando un trasferimento da ordine unilaterale dell'azienda (che non ne aveva i termini legali e pertanto non avrebbe potuto realizzarlo) a richiesta VOLONTARIA dei giornalisti. Senza pensare che questo avrebbe permesso a Sky, immediatamente dopo, di attuare i tagli al personale cui ambiva, aprendo le procedure di licenziamento collettivo per il personale tecnico e amministrativo.



Dopo la firma del 6 aprile 2017, si è costituita in Sky una nuova rappresentanza sindacale aziendale (RSA), di cui fanno tuttora parte tecnici e giornalisti del Tg24, da anni fianco a fianco al lavoro, giorno e notte, ma per la prima volta insieme in un unico sindacato.



 


 





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