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29.8.2018 - L'analisi del professor Alberto Brambilla che smonta il progetto di legge. - Ci tagliano le pensioni di reversibilità - La rifoma a cui lavora il governo (spinto da M5S) prevede sforbiciate alle rendite dei coniugi deceduti, se l'importo "familiare" degli assegni supera 4mila euro mensili. I risparmi totali si fermano comunque ad appena 330 milioni.

di ATTILIO BARBIERI/LIBERO

La riforma delle pensioni che il governo si accinge a varare rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol. Anche escludendo i probabili ricorsi alla Corte costituzionale, il taglio agli assegni superiori ai 4mila euro netti al mese può provocare degli effetti indesiderati, perfino peggiorativi rispetto alla tanto vituperata riforma Monti-Fornero. A calcolare gli effetti del progetto di legge 5 Stelle-Lega sul nostro sistema previdenziale è l' osservatorio del Centro studi Itinerari Previdenziali, guidato da Alberto Brambilla. Innanzitutto i risparmi previdenziali netti di tutta l' operazione possono arrivare nella migliore delle ipotesi a 330 milioni di euro, a prezzo però di sacrificare sull' altare dei tagli anche i percettori di pensioni di reversibilità. Il risparmio teorico di 582 milioni di euro, si legge nello studio di Itinerari Previdenziali, «si riduce sia per il fatto che il 40% dei soggetti interessati alla decurtazione si sono pensionati dopo i 65 anni e quindi per loro la penalizzazione è prossima allo zero, sia perché il 6,5% del totale dei beneficiari di pensioni alte, appartiene alle casse privatizzate dei liberi professionisti, e quindi le somme provenienti dalla riduzione verrebbero incassate da questi enti previdenziali». Così, alla fine, si tratterebbe di ricalcolare le rendite che generano il 2,55% dell'intera spesa per pensioni e assistenza.


COSA SUCCEDE Ma veniamo al cuore del documento. I casi che Brambilla porta ad esempio per valutare l' impatto della riforma sono sostanzialmente tre, basati sulle età anagrafiche al momento del pensionamento, visto che mancano in gran parte i «nastri contributivi» relativi ai periodi in cui la pensione veniva calcolata con il metodo retributivo. Il caso 1 riguarda quanti sono andati in pensione di anzianità prima del 1° gennaio 1996, quando scattò la riforma Dini. Gli assegni presi in esame nello studio sono di quattro importi lordi annui: 82mila, 100mila, 120mila e 160mila euro. Con la riforma allo studio del governo l' importo superiore a 80.000 verrebbe tagliato del 15,3%. Così scatterebbero riduzioni rispettivamente di 306, 3.062, 6.124 e 12.248 euro. Ad esempio l' assegno di 82mila euro calerebbe a 81.694. E quello più alto preso in esame, di 160mila euro, scenderebbe a 147.752 euro. Sempre lordi, naturalmente. Su questo primo gruppo di pensionati ritiratisi prima del 1996, i risparmi netti per lo Stato sarebbero di 197,5 milioni di euro. Il caso 2 riguarda invece le persone ritiratesi dal lavoro (o in procinto di farlo) dal 1° gennaio 1996 al 31 dicembre 2018, con la pensione di vecchiaia. Gli assegni presi in esame, in questo caso, sono di tre importi diversi: 90mila, 120mila e 160mila euro che si ridurrebbero, rispettivamente, di 330, 1.320 e 2.640 euro. Calando così a 89.670, 118.680 e 157.360 euro. L'insieme delle pensioni vigenti a partire dal 1° gennaio 1996 rappresenta il 65% e una riduzione media del 12,9% sugli assegni attuali, darebbe origine a un risparmio netto di 384,7 milioni (620 lordi). Fra l'altro, si legge nello studio, «la riduzione della pensione è permanente e incide anche sulla parte reversibile dato che la norma non dice nulla in caso di trasformazione della pensione da diretta a reversibile».


PLATEA RIDOTTA Il calcolo, a questo punto, è presto fatto. Escludendo le entrate per i tagli sulle rendite di quanti andranno in pensione dal 1° gennaio 2019, «il ricavo si attesterebbe a 582,2 milioni per il primo anno, con una riduzione dovuta alla progressiva uscita di scena dei pensionati ante 1996», scrive Brambilla. Inoltre 4 pensionati su 10 fra quelli che percepiscono assegni eccedenti i 4mila euro hanno lasciato il lavoro dopo i 65 anni e quindi per loro la penalizzazione è prossima allo zero. E poi c' è c' è un 6,5% dei circa 80mila pensionati sottoposti alle decurtazioni, che appartiene alla casse previdenziali dei liberi professionisti. E di questi tagli allo Stato non andrebbe un centesimo. Infine, dice ancora il rapporto, «il risparmio si riduce ulteriormente perché molte pensioni sono solo poco più alte di 80.000 euro lordi e in base all' articolo 4 del progetto di legge non possono scendere sotto tale soglia». Concludendo: «È molto plausibile che il ricavo totale dell' operazione si attesti al massimo sui 330 milioni di euro». C'è poi un' ulteriore incognita che pesa sull' efficacia dei tagli. Legata ai prevedibili ricorsi che avrebbero ottime probabilità di successo. «Si pensi solo», chiarisce lo studio, «a coloro che hanno fatto la ricongiunzione onerosa, il riscatto di laurea (molto costoso) o la contribuzione volontaria a proprio carico per raggiungere i requisiti; sulla parte decurtata lo Stato restituisce i soldi pagati per la ricongiunzione, il riscatto di laurea o i contributi volontari?».


COLPITO IL NORD Tralasciando il fatto che il 70% delle pensioni colpite dai tagli sono pagate al Nord dove prevalgono di gran lunga quelle di anzianità, sarebbero penalizzati perfino quanti si sono ritirati con i 43 anni e tre mesi di contributi previsti dalla riforma Monti-Fornero, lasciando il lavoro con il solo requisito contributivo. «Supponendo che un lavoratore abbia raggiunto tale requisito all' età di 62 anni», spiega infatti il rapporto di Scenari Previdenziali, «la sua penalizzazione sarebbe pari al 14,5%. Si vorrebbe modificare la Fornero per creare flessibilità ma così si aumenta notevolmente l' onere della flessibilità in uscita a carico del lavoratore». Fra l' altro si verificherebbe un paradosso. Sarebbero completamente esclusi dai tagli quanti si sono avvantaggiati del calcoloesclusivamente retributivo della rendita, come gli iscritti ai fondi speciali ante 1996, i percettori di integrazioni al minimo,maggiorazioni sociali e quattordicesima mensilità. Una platea molto vasta che comprende quasi 10 milioni di pensionati. Queste categorie percepiscono rendite maggiorate dal 30 al 50 per cento rispetto ai contributi realmente versati nella vita lavorativa, ma visto che si trovano sotto i fatidici 4 mila euro di assegno mensile verrebbero risparmiate dalla riforma.





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