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La scomparsa prematura. LUCA OSTELLINO, liberale e cronista «scanzonato» della politica. (Funerali a Milano, Chiesa di San Marco, giovediì 17, h 14.45)

di Salvatore Carrubba/ilsole24ore


16.5.2018 - Luca Ostellino era due volte figlio d'arte: giornalista figlio di giornalista, liberale figlio di liberali. I lettori di questo giornale ne avevano apprezzato a lungo le cronache appassionate ma al tempo stesso distaccate della politica nazionale. Appassionate, perché la politica per Luca era cosa nobile, cemento insostituibile della democrazia e strumento irrinunciabile di libertà; ma, al tempo stesso, distaccate, perché il modo e le idee che regolavano quella politica che Luca doveva descrivere e spiegare erano quanto di più distanti dai modelli e dagli ideali che ne avevano segnato la formazione. Luca Ostellino era nato a Torino nel 1964, e aveva sempre coltivato l'ambizione di seguire le strade del padre, Piero: quando questi me lo presentò ragazzino, mi spiegò che la sua ambizione era quella di lavorare al "Sole-24 Ore", dove Luca sarebbe in effetti arrivato a metà degli anni 90.





A Luca non difettava certo la personalità, una dote che fatalmente lo faceva calare, quando necessario, nei panni del figlio ben deciso ad affermare la propria personalità nei confronti del padre, soprattutto quando quest'ultimo era un monumento del giornalismo e del pensiero liberale. Ma il naturale conflitto generazionale non aveva mai potuto intaccare la forza delle tre grandi passioni e missioni che, assieme al punto di riferimento irrinunciabile per entrambi, la moglie e la mamma Marisa, padre e figlio condividevano: la Juve, il giornalismo e la libertà.




Il destino non è stato clemente con Luca Ostellino, strappato troppo presto al lavoro e alla pienezza del proprio impegno da una grave e lunga malattia, e ulteriormente provato, negli ultimi mesi, dal declino e dalla (recente) scomparsa di Piero. Quanto meno, chiunque vegli sulla nostra sorte sembra aver voluto concedere a Luca il dono di potersi riaccostare presto al padre per riprendere a discutere animatamente di libertà e di fuorigioco.



A noi, mancherà l'opportunità di leggerne le analisi, sempre accurate e talora scanzonate, della politica italiana; ma soprattutto la testimonianza di una passione che non si arrestava sulla pagina scritta. Per Luca, infatti, il giornalismo rappresentava una forma di impegno civile volto a difendere gli spazi di libertà secondo la visione del liberalismo classico che aveva respirato in casa, fatta di irrinunciabile fiducia nel valore e nella forza della personalità umana, di diffidenza altrettanto pronunciata verso le pretese egemoniche dello stato, di tolleranza e rispetto del pluralismo. Un liberalismo dunque scomodo e minoritario, tanto più in Italia, tutt'altro che prono a mode, convenienze e appartenenze, e capace di non lasciarsi intimidire dall'isolamento e dalla scarsa attenzione degli stessi media, indifferenti, denunciava Luca, a tante battaglie a favore della libertà e delle minoranze oppresse.



Nel suo mestiere, Luca aveva osservato e descritto alcuni dei fenomeni più significativi della politica italiana, a partire dal movimento leghista e dai disperati sforzi di rinnovare le istituzioni; ed è impressionante cogliere dalle sue analisi come egli avesse individuato in anni non sospetti l'avvio di un'insidiosa campagna da parte di Bossi di affermare l'egemonia leghista sul Nord (e poi su tutta la destra). Libero, intelligente, colto e ironico: così ricorderemo Luca, erede di un nome impegnativo che ha onorato e ulteriormente illustrato.



 


 



 


 


 


 


 





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