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Milano, il tribunale assolve ("il fatto non costituisce reato") l'ex direttore di Campus per un articolo dedicato nel 2011 a un concorso universitario da professore associato di Sociologia politica all'Università di Viterbo. Lo scontro sulla originalità della produzione scientifica di una delle vincitrici.


Milano, 26.1.2018 - “Assolto perché il fatto non costituisce reato”. Giovedì 18 gennaio, il giudice monocratico Caterina Ambrosino, IV sezione penale del Tribunale di Milano, ha assolto dal reato di diffamazione a mezzo stampa, il giornalista Giampaolo Cerri, per un articolo uscito il 20 aprile 2011 su ItaliaOggi, intitolato “Una professoressa taglia-incolla”, ancora oggi consultabile dal sito del quotidiano. Il pubblico ministero aveva chiesto, per il giornalista, una multa di mille euro e di 600 per il  direttore responsabile del quotidiano, Paolo Panerai, accusato di “omesso controllo”. L'articolo, che ha portato Cerri e Panerai sul banco degli imputati, era il resoconto di un  concorso universitario da professore associato di Sociologia politica, conclusosi nel gennaio di quell'anno all'Università di Viterbo, e che aveva presentato una anomalia: uno dei membri della commissione aveva mutato il proprio giudizio non ritenendo originale la  produzione scientifica di una delle vincitrici, Flaminia Saccà. Il professor Marcellino Fedele aveva motivato il suo “ravvedimento”, facendo mettere agli atti un documento di sei pagine che poneva a confronto brani tratti da due libri della Saccà, con altrettanti brani di molti studiosi di sociologia, italiani e stranieri. “Una visione sinottica”, aveva scritto il giornalista all'epoca, “che mostrava come la studiosa avesse saccheggiato testi di Francesco  Amoretti, Gianfranco Bettin, Gianpietro Mazzoleni, Gabriel Almond e Sidney Verba, senza citarli mai, talvolta utilizzando anche, tali e quali, le traduzioni fatte dagli autori”. Gli altri  quattro componenti la commissione, malgrado il documento del collega che s'erano guardati dal respingere, avevano promosso la Saccà. Cerri, che all'epoca era direttore di Campus e che collaborava spesso col quotidiano economico-giuridico del gruppo Class sui temi di politica universitaria, aveva raccontato il fatto e descritto il profilo pubblico e politico di Saccà, la quale aveva iniziato con le lotte per i giovani ricercatori precari contro “tutte le forme di sfruttamento, malcostume e opacità che tuttora esistono nel mondo accademico”, come disse in un'intervista al Manifesto  citata nell'articolo, era diventata responsabile università dei Ds con la segreteria di Piero Fassino e, al momento del concorso, oltre a essere ricercatore dell'Università di Cassino,  era presidente della finanziaria regionale Filas Spa, nominata dalla giunta di Piero Marrazzo. La Saccà si era sentita diffamata dall'articolo e, nel maggio dello stesso anno, aveva querelato. Il processo, inizialmente incardinato a Roma, si era poi spostato a Milano dove si stampa il giornale e dove quindi sarebbe stato commesso il reato.  Durante le sei udienze svoltesi a Milano, sono stati sentiti i protagonisti della vicenda e  molti testimoni del mondo accademico fra cui, per la difesa, il docente che aveva negato l'idoneità, Fedele, che ha confermato i giudizi di sei anni prima, Chiara Saraceno, che aveva scritto un duro articolo su Il Mulino su altri concorsi di sociologia dagli esiti discutibili, e Mario Morcellini, che si era dimesso da portavoce dell'Associazione Italiana di Sociologia, proprio per protestare contro l'esito di quel concorso. Quella selezione, d'altronde, aveva creato molte discussioni fra i sociologi italiani, soprattutto sul forum dedicato alla materia sul sito dell'enciclopedia Treccani e sul quale il giornalista aveva trovato la notizia, consultando poi i verbali online nel sito dell'ateneo laziale.  Cerri, che si è avvalso di un avvocato di fiducia, la penalista romana Irma Conti, ha difeso il proprio operato, documentando di aver adottato tutti i comportamenti deontologicamente richiesti, a partire dalla verifica dei fatti con gli interessati. Verifica a cui i protagonisti della vicenda si erano però sottratti. Il giornalista ha anche fatto rilevare come titolo, sommario e occhiello dell'articolo, che venivano citati nella querela come elementi diffamatori, non fossero attribuibili a lui,


 




 


 


 


 





collaboratore esterno del giornale, ma a chi aveva impaginato il “pezzo”, prassi consolidata in tutta la stampa. Il difensore del giornalista, in una arringa appassionata, con numerosi richiami ad altre sentenze in materia, ha sottolineato con forza l'interesse pubblico delle vicenda e richiamato il fatto che la critica espressa nell'articolo avesse ampiamente rispettato i limiti  della continenza. A dimostrazione della mancanza di volontà diffamatoria, l'avvocato Conti  ha ricordato come il giornalista avesse omesso nel suo articolo di citare una notizia in suo  possesso, ossia che il rettore dell'ateneo che bandiva il concorso, Marco Mancini, all'epoca presidente dei rettori italiani, fosse compagno e convivente della vincitrice del concorso, circostanza confermata nel dibattimento sia dalla Saccà sia da Mancini, oggi  direttore generale “Università” al Ministero dell'Università e della Ricerca, il più alto funzionario in materia. La Saccà, invece, che insegna ancora a Viterbo nel posto vinto nel 2011, ha ottenuto nel marzo scorso l'idoneità a professore ordinario di Sociologia politica, presentando fra i titoli anche i libri contestati.  Cerri, a lungo disoccupato,a dopo la chiusura di Campus, si occupa oggi prevalentemente  di comunicazione d'impresa.






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