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Corte di Strasburgo. Il taglio alle pensioni deciso per un arco temporale delimitato e garantendo i mezzi di sussistenza non è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. E questo, in particolare, se i tagli riguardano una pensione per la quale non è stato versato alcun contributo. Esclusa anche la violazione dell'articolo 14 che vieta ogni forma di discriminazione anche perché, per la Corte, non è possibile paragonare categorie diverse ossia coloro che ricevono una pensione di servizio (=pensione sociale italiana, ndr) e chi ha una pensione di vecchiaia.

di Marina Castellaneta/ilsole24ore


29.7.2017 - Il taglio alle pensioni deciso per un arco temporale delimitato e garantendo i mezzi di sussistenza non è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. E questo, in particolare, se i tagli riguardano una pensione per la quale non è stato versato alcun contributo. Le misure di austerity imposte da una grave crisi economica, quindi, se hanno una portata limitata e temporanea non provocano una violazione del diritto di proprietà. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell' uomo con la decisione del 27 luglio (ricorso 75916/13) con la quale Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso di un' agente penitenziaria in pensione e ha dato ragione alla Lituania. Lo Stato, a seguito della grave crisi economica mondiale, aveva adottato una legge con la quale riduceva le cosiddette pensioni di servizio (=pensione sociale italiana, ndr), corrisposte per le attività a favore dello Stato. La ricorrente aveva subito una riduzione del 15% per un periodo di tre anni. La Corte costituzionale aveva dato il via libera al sistema e la donna si è così rivolta alla Corte europea che le ha dato torto.
Prima di tutto, Strasburgo riconosce che la misura statale è un' ingerenza nel diritto di proprietà della dipendente che, per di più, aveva una legittima aspettativa a ricevere la pensione. Giusto, quindi, invocare l' articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione che assicura il diritto di proprietà perché la donna era titolare di un diritto alla pensione di servizio grazie alla quale percepiva 247 euro. Tuttavia, osserva la Corte, a causa del deficit e della grave crisi economica l' ingerenza delle autorità lituane, che aveva portato a una decurtazione della pensione di servizio, persegue un fine legittimo perché mira a tutelare un interesse pubblico come la riduzione della spesa pubblica durante una grave crisi economica. Inoltre, l' ingerenza è stata applicata raggiungendo un giusto equilibrio tra i diritti fondamentali della ricorrente e l' interesse generale della società, inclusa la necessità di garantire altre prestazioni. D' altra parte - osserva la Corte - la riduzione è stata limitata dal punto di vista dell' entità e degli effetti temporali perché in base alle regole introdotte la riduzione non poteva estendersi per un periodo superiore ai quattro anni.
Le misure lituane superano, poi, il vaglio della Corte circa la proporzionalità dell'ingerenza.
La riduzione dell' importo della pensione di servizio, infatti, non privava la donna dei mezzi di sussistenza, situazione che avrebbe comportato una violazione della Convenzione. Inoltre, la Corte considera che i tagli riguardavano un vantaggio particolare concesso a una determinata categoria di persone che, per di più, non era legato ad alcun versamento di contributi.
Inoltre, la misura faceva parte di un pacchetto di interventi inclusi nel programma di austerità che colpiva diverse fasce della popolazione, arrivando anche a tagli agli stipendi del personale del pubblico impiego.
Esclusa anche la violazione dell' articolo 14 che vieta ogni forma di discriminazione anche perché, per la Corte, non è possibile paragonare categorie diverse ossia coloro che ricevono una pensione di servizio e chi ha una pensione di vecchiaia.
 








 






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