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Lo sfascio del Belpaese, il suicidio della cultura italiana da Berlusconi a Renzi. Vittorio Emiliani, nel suo libro, mette in discussione l'idea che il patrimonio culturale sia "il nostro petrolio" e debba essere monetizzato anziché salvaguardato

di Andrea Scutellà/iltirreno


ROMA. «Questo libro è la cronaca di un autentico “suicidio” culturale: quello della Nazione italiana». Non c’è miglior incipit di quello che si legge sulla quarta di copertina de “Lo sfascio del Belpaese. Beni culturali e paesaggio da Berlusconi a Renzi” (Solfanelli, pagg.200, € 15,00) di Vittorio Emiliani, per descrivere un saggio che mette «a sistema la serie infinita dei provvedimenti contro-riforma del sistema della nostra tutela», come nota efficacemente Paolo Berdini, ex assessore all’Urbanistica del comune di Roma, che ha presentato il volumetto insieme all’autore, al giornalista Sergio Rizzo e all’archeologo Paolo Liverani. Leggerlo è come assistere al deserto che avanza su un panorama di una bellezza mozzafiato. Con delle oasi, è chiaro, che resistono al processo.



L'articolo 9 della Costituzione. Perché l’Italia ha avuto «un sistema di tutela che, pur finanziato in maniera cronicamente inadeguata, ci veniva invidiato e pure copiato all’estero». Un sistema che ha costruito gli anticorpi allo “sfascio” già dall’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Un vizio iniziale, però, ha generato qualche confusione. L’articolo originario recitava «lo Stato» al posto de «la Repubblica». Ma poi si è scelta la seconda dicitura, con l’evidente intento di includere anche le Regioni (non ancora nate, ma già nei pensieri del legislatore) tra gli organi che dovevano esercitare la «tutela».


Tutelare, non monetizzare. Ed è proprio questa parola, «tutela», a rivestire il ruolo più importante. Un concetto che, secondo Emiliani, è stato sistematicamente attaccato «da Berlusconi a Renzi»: ovvero nel ventennio 1994-2017. Si fa strada, infatti, l’idea che il patrimonio  della Nazione debba essere monetizzato prima che salvaguardato. Debba produrre utili. È il mito della redditività o della «valorizzazione» che accomuna gli intenti della riforma Renzi-Franceschini a quella del trio Tremonti-Berlusconi-Urbani. Di contro Emiliani cita l’attuale direttore dei Musei Vaticani, l’ex ministro Antonio Paolucci, che in un’intervista ad Avvenire, disse: «Il ministro Franceschini insiste sulla necessità di portare a reddito il patrimonio culturale, io dico che quel patrimonio prima che a fare quattrini serve a creare cittadini». Non solo ad accalappiare turisti pronti a pagare anche per entrare in una chiesa, dunque, ma a formare studenti e  ricercatori, senza pagare alcun costo d’ingresso.



I pinionieri della tutela. Il libro ripercorre in breve la storia nobile del concetto di tutela negli anni ’70-’80-’90, per dedicarsi di più a quello nefasto - e successivo - di valorizzazione. Eppure ricorda i precursori: primo fra tutti Giovanni Spadolini, che nel 1974 fu nominato ministro “dei Beni culturali e ambientali”, in rottura con il classico dicastero della Cultura in stile MinCulPop, che strumentalizzava il sapere a fini politici. Emiliani ne ha anche per «le lobby ambientaliste, Legambiente in specie», che vollero in seguito separare la tutela del paesaggio da quella del patrimonio umano. Parentesi più che positiva è quella della legge n.394 del 1991, voluta da Antonio Cederna che portò i Parchi Nazionali da quattro a venti, aumentando di circa l’8% la superficie totale coperta.



Berlusconi: fare cassa con il patrimonio. Esempi illuminati destinati a non essere osservati nei primi anni 2000. Emiliani è particolarmente critico verso la «Patrimonio spa», il tentativo di Tremonti e Berlusconi di fare cassa con la vendita di proprietà pubbliche, tra cui «i beni culturali demaniali». Cessioni per cui i comuni non vengono neanche interpellati (a Venezia si vende persino un’isola lagunare). In quegli anni sarà abolito anche il divieto di costruire nei boschi incendiati, un provvedimento che aveva fatto diminuire i casi di dolo.



Renzi e lo spregio delle Soprintendenze. Si va avanti così, tra condoni e ministri poco attenti, fino all’arrivo di Renzi. Che Emiliani segnala «per sbrigativo decisionismo e per uso commerciale del patrimonio di tutti», già a Firenze. Il suo ministro, Dario Franceschini, invece di attaccare il “testone” - ovvero le dirigenze - del Mibact, attacca le già deboli articolazioni territoriali: le Soprintendenze. Definite da Renzi organismi tecnici «monocratici» e «ottocentesche» (anche se istituite nel 1907). Anch’esse, oggi, prosciugate, dunque desertificate e impossibilitate a esercitare quella funzione di «tutela» tanto cara all’autore.





 




 






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