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Levi si è fermato in piazza Pitti: gli anni fiorentini dello scrittore. Sei anni di lavoro e tanti testimoni rintracciati da Nicola Coccia anche nei borghi dimenticati del confino

di FULVIO PALOSCIA/repubblica


27 giugno 2016.  Come per anni ha fatto da giornalista, Nicola Coccia non si è arreso davanti all'evidenza. Sui quotidiani per cui lavorava era un fatto di cronaca nera. Da scrittore, è la vita di Carlo Levi. Soprattutto, la parentesi fiorentina (dal 1941 al 1945) dopo gli esili in Basilicata, ad Aliano e Grassano, e la fuga in Francia. Quella che lo vide scrivere, nelle stanze di piazza Pitti, Cristo si è fermato a Eboli. Coccia non si è limitato ai dati di fatto. Ma ha ripercorso i luoghi della vita di Levi, spingendosi per due volte nei borghi dimenticati del confino «che sembrano ancora oggi fermi a quegli anni, all'atmosfera antica e sospesa che Levi racconta nel suo capolavoro ». A Firenze, Coccia ha consumato la strada degli archivi comunali per pedinare, come un detective della Storia, tutti i personaggi coinvolti negli anni che lo scrittore trascorse qui (e che lo videro in prima linea nel Comitato toscano di liberazione e nel suo organo «La nazione del popolo»), rintracciandone le abitazioni, seguendo gli spostamenti, le frequentazioni, il vicinato. La quotidianità.



Coccia ci ha messo sei anni per scrivere L'arse argille consolerai, il libro edito da Ets che, attraverso la vita dell'autore di 'Cristo si è fermato a Eboli'. La mole del lavoro è testimoniata anche dall'indice dei nomi, qualcosa di più di un'appendice. Ci sono più di 600 persone e personaggi in quella lista della memoria, nomi di figure note ma anche di piccoli (eppure necessari) testimoni che l'autore ha incontrato, per dare carne e sangue ad un intellettuale per troppo tempo imprigionato negli obblighi scolastici «e che io considero di uno spessore non lontano da quello di Pasolini», all'uomo che Linetta Saba — l'ultima compagna, figlia di Ernesto — definì «infrangibile» tanto sapeva adattarsi alle situazioni anche più estreme, come la detenzione (alle Murate, a Rebibbia): «Un uomo capace di freddezza anche durante un incontro con un soldato tedesco in via Guicciardini, che mostrò di riconoscere gli inconfondibili tratti del viso da uomo ebreo, ma che non intervenne». Le testimonianze dirette, dunque: «Ad Aliano — racconta Coccia — ho cercato i bambini che circondavano Levi negli anni di confino, e ne ho trovati due: Giovannino, che lo scrittore ritrasse in un suo dipinto con la capretta Nennella, e Filippo Maiorana, a cui Levi salvò la vita curandolo dalla malaria. E ho rintracciato anche Lucia Santomassimo, il primo sindaco donna della Lucania che alla guida del Comune di Aliano dovette gestire il complicato arrivo, nel 1975, della salma da Roma, e la tumulazione in quel cimitero che era il limite oltre il quale Levi non poteva andare, e dove nella calura estiva trovata fresco calandosi nelle fosse».



Per gli anni fiorentini, è stato Manlio Cancogni la guida più ricca di ricordi: Coccia lo ha raggiunto molte volte nella sua casa versiliese dove, seduto sulla sua poltrona, faceva correre liberissima la memoria «e si ricordava tutto, persino il punteggio di una partita a calcio che disputò in un torneo nella villa di Mussolini. Fu lui la scintilla della scrittura di Cristo ».



Un grande uomo ha spesso accanto una grande donna. Levi ne ebbe più di una. Paola Olivetti, già moglie di Adriano che, a Firenze, complice la zia Drusilla Tanzi, ovvero la montaliana «Mosca », trovò da affittare uno studio d'artista in piazza Donatello per Levi. O come Anna Maria Ichino di cui Coccia ricostruisce vita, impegno politico, amore con Levi, suo ospite in Piazza Pitti. Coccia ne ha fatto un ritratto a tutto tondo, al di là delle parole, visto che ha ritrovato anche una sua foto «seppure a dire molto del legame con lo scrittore ci sia un quadro di Levi stesso dove i due amanti sono ritratti come una famiglia con Paolino, il figlio che Anna Maria ebbe non si sa da quale uomo. Famiglia che non riuscirono ad essere: dietro l'angolo, c'era la Saba». Insieme, Levi e la Ichino furono protagonisti di «un antifascismo d'azione — conclude Coccia — me lo ha testimoniato Gastone De Anna, anche lui giornalista, che vivendo a poca distanza dalla Ichino, tenne nascosto un baule contenente probabile materiale che scottava. Il mistero è rimasto tale: De Anna non lo aprì mai».



Nicola Coccia,  “L’arse argille consolerai: Carlo Levi dal confino alla Liberazione di Firenze attraverso foto, testimonianze e documenti inediti” (Ets, pagine 299, 15 euro). 




 






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