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Andrea Galli racconta
i "Cacciatori di mafiosi".
Uomini che catturano
uomini (d’onore)

di Gennaro Grimolizzi
www.eticanews.it 7/9/2012

Poliziotti coraggiosi, irreprensibili, innamorati del proprio lavoro e con un grande senso del dovere, altro che i “Rambo” spericolati che compaiono ogni giorno nelle fiction televisive. Sono i protagonisti del libro “Cacciatori di mafiosi” (Rizzoli, collana Bur Saggi), scritto da Andrea Galli, giornalista del Corriere della Sera. Per il quotidiano di Via Solferino Galli affronta i temi legati al crimine organizzato e al lavoro degli appartenenti alle forze dell’ordine, impegnati ogni giorno in una guerra sempre più sofisticata e difficile contro mafia, camorra, e n’drangheta.


 


I “cacciatori di mafiosi” sono al centro di un gioco di squadra con protagonista anche la magistratura. Che idea si è fatto sullo stato in cui versano le nostre forze dell’ordine?


Ho trovato una profonda professionalità, ma naturalmente non scopro niente: i latitanti, anzi certi latitanti, i più pericolosi, per esempio quelli raccontati nel libro, non li scovi per caso. E nemmeno li scova un novello Rambo. Intendo dire che non esistono superpoliziotti o supercarabinieri. Esistono squadre: il modello Reggio Calabria, che sta garantendo risultati straordinari, è stato creato dall’ex Procuratore capo Giuseppe Pignatone, oggi a Roma, proprio sul raccordo – reale, non a parole – fra Procura e forze dell’ordine. Si lavora insieme. Si condivide. Si mettono in comune conoscenze, soffiate. Non ci sono segreti. E se ci sono (e del resto è umano, può capitare che ci siano) invidie, gelosie e antipatie all’interno del pool, ecco, bisogna tutti quanti mettersi a lavorare per superarle.


 


Esponenti del centrodestra continuano a vantarsi, affermando che l’ultimo Governo Berlusconi si è distinto per la cattura del maggior numero di mafiosi e latitanti…


Posso garantire che i diretti protagonisti delle catture, questo ministro o quell’altro politico non l’hanno mai nominato, nel corso degli incontri con me per il libro: interessa il latitante, non chi sta al governo nel momento della cattura. Roma è molto, molto lontana dalle terre di caccia. In ogni senso. Poi, com’è successo per esempio a Palermo con Domenico Raccuglia, era sceso direttamente per complimentarsi l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. Di quella visita, alcuni poliziotti conservano un ricordo emozionante, anche di gioia; altri mi hanno detto senza fare polemiche che la medesima visita l’hanno vissuta con disinteresse, poteva venire anche Berlusconi o chissà chi altro ancora, e per loro non cambiava nulla.


 


Nel suo libro descrive le difficoltà delle forze dell’ordine impegnate nella quotidiana caccia a pericolosi latitanti. Per esempio automobili vecchie e malmesse. Un controsenso se si pensa che il nostro Capo della Polizia è uno dei poliziotti più pagati al mondo…


Io sono convinto che ci siano incarichi che, per peso e responsabilità, hanno stipendi più alti rispetto ad altre mansioni. Giusto o sbagliato non spetta a me giudicare. La carenza di mezzi e personale della polizia, come dei carabinieri, è cronica e peggiora via via anno dopo anno. Ma bisogna fare una bella differenza tra lamentele e lamentele. Personalmente le accetto da agenti che rischiano la vita ogni giorno e che sacrificano la famiglia, non magari da qualche imboscato che se ne sta dietro una scrivania a ingannare il tempo. La protesta è di chi si dà da fare, negli altri casi è solo fiato.


 


Quale è stata la cattura che l’ha colpita di più?


Tutte, e sono sincero. Se poi dobbiamo prendere cattura per cattura, mi ha entusiasmato, in quella di Raccuglia, la pazienza infinita, con Ciccio Pesce ho visto la potenza, con il clan degli Aquino la costanza, con Iovine la creatività, con Zani la rabbia, sì, la rabbia, quella che definiscono cattiveria agonistica.


 


Economicamente l’Italia è divisa in due, ma risulta unita per la presenza criminale, da Nord a Sud, delle mafie, sempre più presenti in numerose attività economiche. Come si contrasta questa presenza?


Si contrasta anche e soprattutto ammettendo che nel consiglio comunale di una delle maggiori città italiane, Milano, la Milano prima del sindaco Letizia Moratti e adesso del sindaco Giuliano Pisapia, c’era e c’è un consigliere comunale qualunque e poco noto, come Vagliati, che però ha frequentazioni con i boss della ‘ndrangheta, frequentazioni che l’hanno visto indagato. Non bisogna per forza andare in Calabria a stanare i latitanti, per parlare di cosche.


 


La latitanza dei mafiosi si poggia su un apparato di complicità. Quali armi in più servono per scardinare la rete di appoggi e protezioni?


Proteggere chi denuncia. Garantire aiuto – aiuto vero – a chi trova l’inaudito e spesso rivoluzionario coraggio (provate voi a uscire dal coro in un paesino dell’Aspromonte dove la ‘ndrangheta esiste da prima dello Stato) di diventare un testimone di giustizia. Altrimenti, se lo si succhia per utilità di indagini e poi lo si lascia al suo destino, è come condannarlo a morte, e se non mandanti c’è comunque il rischio di diventare complici di un assassinio.


In http://www.eticanews.it/2012/09/uomini-che-catturano-uomini-donore/


 





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