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EDITORIA. DALLE GAZZETTE
AI NEW MEDIA IL «MANUALE
DEL GIORNALISMO»
DI ALESSANDRO BARBANO
realizzato con Vincenzo Sassu

Roma, 26 marzo 2012.  Il giornalismo nell'era della multimedialità, dei giornalisti-blogger e della crisi delle aziende editoriali. È un mondo «sospeso tra vecchio e nuovo» quello raccontato da Alessandro Barbano, vicedirettore de Il Messaggero, nel «Manuale di giornalismo», realizzato in collaborazione con Vincenzo Sassu. Il libro si propone come una guida per chi voglia intraprendere la professione, ma anche come l'occasione per un ripasso per chi la svolge già. Il tutto in un momento in cui l'affermazione dei new media pone in maggiore evidenza la sofferenza della carta stampata, alimentando la costruzione di scenari catastrofisti sul futuro del giornalismo. Nella sede della Fieg, assieme agli autori e al «padrone di casa», il presidente Giulio Anselmi, ne hanno discusso la giornalista Lucia Annunziata, Paolo Mieli, direttore editoriale di Rcs Libri, Mario Orfeo, direttore de Il Messaggero, e Philippe Ridet, corrispondente de Le Monde coordinati da Riccardo Staglianò. In sala, tra gli altri, il sindaco Gianni Alemanno, Francesco Gaetano Caltagirone, Azzurra Caltagirone. «È un libro pieno di cose e di sorprese, sospeso tra il vecchio e il nuovo, come lo è oggi il giornalismo - ha esordito Anselmi - Guarda ai giornalisti non come ad animali in gabbia, ma come persone che fanno giornalismo, e che fa apparire superati molti libri sul tema che non si rendono conto dei cambiamenti reali. Apre squarci sulla multimedialità mostrando come nell'editoria sia più un obiettivo che una realizzazione, soprattutto in merito all'organizzazione del lavoro». Tra le pagine più belle, Anselmi indica «quelle sulla notizia, che indicano cosa deve saper fare un giornalista: scegliere, contestualizzare, dare un senso alle cose». La titolazione, «spesso traditrice», il buco, «all'origine dell'omologazione e dei giornali fotocopia», i retroscena «la parte peggiore dei nostri giornali»: il presidente della Fieg passa in rassegna alcuni degli argomenti trattati nel manuale. E sollecita la ricerca della chiave «dell'integrazione tra il vecchio e nuovo giornalismo se si vuole trasformare la crisi in un'opportunità».


Dinnanzi alla sfida lanciata alla carta stampata dai nuovi media, blog e social network, Mieli pone l'attenzione sul «rischio» che «la rincorsa alla notizia, al chiacchiericcio su Twitter per esempio, possano avere un effetto dirompente in assenza di una guida, di un'analisi». «Il vecchio sistema proponeva un ordine delle cose, una gerarchia delle notizie, e aveva una sua democraticità - sostiene - Proporre un'anarchia creativa e non retribuita è un rischio anche per l'articolazione della democraticità». Annunziata intravede nel libro di Barbano «un clima crepuscolare»: «È bellissimo e tristissimo - dice - racconta un pezzo di giornalismo che è finito e ci lascia sull'orlo di una novità che non sappiamo affrontare». «Mi sento disorientata», ammette e per darne misura pone il caso di «Liquida»: «È gestito da un algoritmo che osserva cosa funziona di più in rete e sulla base di questo compone un giornale. Che è lo stesso di quelli che troviamo in edicola». Secondo lei, tuttavia, la crisi del giornalismo italiano non dipende dalla tecnologia. «I giornali finora hanno raccontato bene un certo tipo di società che non c'è più e non sanno fare altrettanto con la nuova. Per questo salvo la tecnologia e metto in discussione gli uomini». «La rivoluzione digitale è un processo irreversibile - avverte Orfeo - e il giornalismo deve liberarsi dalle concezioni del passato e aprirsi al futuro». Poi afferma: «La domanda da porsi è quale tipo di giornalismo vorremmo, non se su carta o sui new media». É toccato all'autore chiudere il giro di tavolo. Lo ha fatto spiegando la missione del «Manuale»: «Abbiamo voluto costruire un piccolo mattoncino sul sapere della nostra professione nella convinzione che non c'è merito senza sapere. Dall'esperienza si traggono spunti importanti ma l'esperienza non esaurisce il sapere. Abbiamo un problema di costruzione di un sapere giornalistico che paghiamo di fronte ai nuovi sistemi di informazione». (Omniroma)


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EDITORIA. ANSELMI: APRIRSI AL NUOVO MA QUALITÀ è CENTRALE. MIELI, ANNUNZIATA E ORFEO PRESENTANO MANUALE DI BARBANO E SASSU


Roma, 26 marzo 2012. Occorre aprirsi al nuovo, cambiando modelli organizzativi e parametri di riferimento, ma non dimenticando che la qualità resta elemento centrale del lavoro giornalistico, a partire della scelta della notizia per arrivare al modo in cui si espone. È il quadro delineato dal presidente della Fieg e dell'Ansa, Giulio Anselmi, in occasione della presentazione del volume di Alessandro Barbano (in collaborazione con Vincenzo Sassu) 'Manuale di giornalismò, che vedeva tra i relatori Paolo Mieli, Lucia Annunziata e Mario Orfeo e nel pubblico l'editore Francesco Gaetano Caltagirone. «Gli elementi della concorrenza e dell'integrazione tra cartaceo e nuovi media sono le linee che le aziende editoriali devono seguire se vogliono trasformare la crisi in qualcos'altro», ha sostenuto Anselmi. Illustrando il libro, il presidente Fieg ha aggiunto che «la multimedialità è più un obiettivo che una realtà, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione del lavoro» e che «da noi non si è trovato ancora il giusto equilibrio tra il lavoro di desk, che non è più quello dei poveracci rimasti nel retrobottega, ed i giornalisti mandati sul posto». «Il buco - ha detto inoltre Anselmi - è all'origine dell' omologazione dei giornali, ma ha ancora senso nella stagione di Internet? Ne ha poco, eppure questo elemento continua ad essere seguito perchè i giornali sono troppo autoreferenziali ed è anche comodo per i direttori utilizzarlo come parametro quantitativo, piuttosto che fare la fatica di scegliere la linea della qualità». «C'è qualcosa di cui avverto la perdita - ha aggiunto Mieli -: ed è la sparizione della gerarchia della notizia a vantaggio della confusione dell'analisi, dell'avvento di una poltiglia gratuita che prende il posto del lavoro serio pagato, tipico del mondo liberale. Siamo in un momento di sospensione tra un mondo che conosciamo ed un mondo nuovo, nel quale non si capisce chi paga. Passare a questa anarchia creativa e non pagata è un rischio che ha riflessi sulla società. Se non troviamo forme di remunerazione, nel giro di pochi anni potrebbe venir meno il giornalismo che conosciamo». «In Italia, a differenza degli Usa, non vanno bene tutti i media, dai giornali alla tv - ha sostenuto Annunziata - C'è una malattia del sistema che non ha a che fare con l'avvento delle nuove tecnologie. Da 4-5 mesi non si riesce più a raccontare il Paese perchè i punti di riferimento non sono più gli stessi. È finita un'era per tutti, anche per i giornali. Qualcuno in Italia dovrebbe dire che è finita e gli editori sono i primi a doversi porre il problema della rottura con il passato». «Punto centrale - ha detto Orfeo - è il credito o discredito del giornalismo: mai come in questa fase sarebbe necessario che il giornalismo si accompagnasse alla democrazia. Sarebbe utile riflettere sul fatto che il processo della rivoluzione digitale è irreversibile. Il giornalismo si deve liberare da concezioni del passato ed aprirsi al futuro». «Il nostro obiettivo - ha detto in conclusione Barbano - era di costruire un mattoncino nel sapere di una professione. Un sapere che si è spesso basato sull'esperienza e forse troppo poco sulla teoria. Il sapere è una sfida e un dovere e questa modernità più complessa richiede strumenti di conoscenza nuovi». (ANSA).


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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