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Relazione del Prof. Piergaetano Marchetti
Professore Emerito Università Bocconi
‘L’informazione che cambia’

Il 25 febbraio 2012 il rettore dell’Università Bocconi, Guido Tabellini, ha inaugurato l’anno accademico 2011-2012 alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, del vicepresidente della Bocconi Luigi Guatri, del consigliere delegato Bruno Pavesi, del presidente dell’Internation! al Advisory Council dell’Università Antonio Borges, e del professore emerito Piergaetano Marchetti, autore della prolusione sul tema ‘L’informazione che cambia’, qui allegata.


 


Immediato dopoguerra, anni cinquanta. Stati Uniti. Nell’ambito dell’amministrazione della difesa si crea una struttura dotata di ampia autonomia con il compito di condurre avanzate ricerche. La struttura si denomina RAND acronimo di Research and Development. In quest’ambito nascono i germi che dovranno portare ad internet. Paul Baran, uno dei padri di queste ricerche è stupefatto del clima che si vive in quella struttura militare. Assoluta libertà, quasi anarchia, eppure enorme efficienza. Un protagonista (Specht, 1958) scriveva “abbiamo imparato che una buona organizzazione deve incoraggiare l’indipendenza di pensiero, deve imparare a convivere con i lupi solitari e gli individualisti”. Di lupi solitari, di individualisti, che magari tali erano in apparenza e che in realtà perseguivano progetti lucidi, ma ritenuti utopistici, è piena la storia del nuovo sistema di comunicazione, che è profondamente cambiato e che cambia, che cambia in se stesso e che cambia ciò


che lo circonda, modi di pensare e di agire individuali e collettivi, che cambia, contribuisce perlomeno in modo incisivo a cambiare sistemi politici, agende di governo.


E se ripercorriamo (si veda ad esempio la storia di internet di Johnny Ryan) la vicenda dell’informazione che cambia, tra la folla di protagonisti troviamo studenti un po’ irregolari, centri universitari avveniristici, ricercatori segugi: troviamo l’istituzione universitaria in tante sue articolazioni, spesso le meno “accademiche”. Troviamo università dove lo spirito di ricerca è valore diffuso, stile di vita. Troviamo humus e contesti che favoriscono in un concorrere di idee, a volte anche strampalate, curiosità, voglia di superare le frontiere.  L’informazione che cambia, che sconvolge, ridisegna relazioni, modi di vita, strutture sociali, è figlia anche di questa concezione e politica dei cento fiori della ricerca. Ne dobbiamo tener conto.


***


Dedicherò lo spazio che mi è concesso ad alcune riflessioni – che altro non vogliono essere se non un tentativo di sintesi di tematiche tanto cruciali quanto note – dedicherò questi minuti, dicevo, a sottolineare alcuni degli effetti, delle contraddizioni, degli interrogativi che produce l’informazione, la comunicazione che l’era digitale ha tanto profondamente mutato. Parlerò di nuova comunicazione ed informazione e anche di internet, rete, mondo digitale come espressioni sintetiche evocative di una parte per il tutto di tale mondo. Mi si perdoneranno queste incongruenze lessicali. Come premessa pare utile ricordare, con Umberto Eco, che questo nuovo mondo e gli oggetti stessi che lo rappresentano tanto hanno cambiato il modo di vivere da diventare temi “filosoficamente interessanti”. Oggetti filosoficamente interessanti in quanto artefici della ontologia sociale dei nostri tempi. Altri preferisce parlare di nuova polis. Tutti convengono nel sottolineare che porre l’enfasi solo sulle nuove tecnologie è approccio riduttivo nella misura in cui si privilegia la causa rispetto alla presa di coscienza degli effetti sconvolgenti e dirompenti.


***


Internet e poi web e poi blog, social network, in parallelo ed intrecciati alla telefonia mobile, alle convergenze di piattaforme, ai tablets, hanno trasformato la comunicazione e con essa l’informazione. Comunicazione globale, interconnessione in tempo reale, informazione che per la prima volta assembla voci, parole, dati, immagini, suoni, disegni, animazioni, in continue geometrie e composizioni variabili. Una nuova incredibile agorà, piazza globale, un’agorà virtuale, si usa dire. Una comunicazione e quindi un’informazione non più verticale, ma orizzontale, non più uni o bidirezionale, ma policentrica. Un’informazione diretta e disintermediata, disancorata spesso dal filtro dei media che fanno capo all’editoria tradizionale.


Su questa realtà si basano aspettative, si formulano prospettive, si paventano pure pericoli (secondo taluni) per una rinnovata e comunque diversa vita democratica. E se sino a quattro anni fa, appunto, si parlava, di aspettative e prospettive, di futurologia, almeno a partire dalla campagna elettorale per l’elezione di Obama nel 2008, ci si rende conto che il futuro è ormai cominciato. Obama, scrive Manuel Castells, è il primo presidente dell’era internet. “Ma non è stato internet a spingere Obama alla presidenza” – continua Castells “quanto un largo movimento


sociale che ha trovato in internet la possibilità di annessione”.


Arriviamo alla primavera nord africana del 2011. Il futuro iniziato con la campagna per Obama è ormai realtà matura: una realtà che si misura con un caso estremo. Non più una campagna elettorale, ma un movimento rivoluzionario che ha successo. L’opera virtuale dei blog, del tam tam di sms, dei twitter colma la distanza tra l’agorà virtuale e l’agorà fisica, diventa piazza e movimento rivoluzionario.


Anche qui i dittatori non sono sconfitti da internet. Ma è internet, telefonia mobile e dintorni che consentono di dar corpo, voce, energia a tanti singoli individui, di fare di una moltitudine disaggregata una falange, un ariete compatto. Nel 2008 con Obama si giocava una nuova partita all’interno di un consolidato sistema democratico. Ora è per portare una democrazia sconosciuta. E la casistica di vittorie politiche della rete non si ferma certo a questi due clamorosi precedenti. In ogni caso un nuovo modo di aggregare, coinvolgere, mobilitare, superando tradizionali organizzazioni politiche (il partito, viene fatto di pensare, anzitutto) e tradizionali ritualità della vita politica (comizio, talk show ecc.). L’informazione e la comunicazione così cambiata, cambiano insomma regole del gioco ed assetti, a cominciare appunto dalla architettura e dalla gestione della polis.


L’effetto della rete nella vita politica non deve stupire. Deve stupire, forse, che non ci si attenda ancora e molto di più. Qualche numero. La popolazione del pianeta è attorno ai 7 miliardi, 5,3 miliardi sono le attivazioni di apparecchi di comunicazione in mobilità: circa il 75% della popolazione complessiva; 4,3 miliardi sono i sottoscrittori di un collegamento in mobilità. Gli utenti internet sono più di 2,2 miliardi, con una crescita di più del 50% in cinque anni. Un serbatoio, un potenziale enorme, destinato ovviamente a crescere. Una gigantesca miccia che un click, in un tempo non superiore all’accensione di un fiammifero, può attivare.


Strumento di mobilitazione per appuntamenti e cambiamenti politici cruciali, la rete e la comunicazione mobile, ma anche, si osserva più prosaicamente, strumento di monitoraggio, di controllo sociale, di stimolo all’azione politica quotidiana.


La comunicazione e l’informazione di massa è un potente canale e amplificatore di domande, di richieste di rendiconto, un assordante coro di “perché?”. Un fiato continuo sul collo di chi governa. Una pressione che genera risposte, trasparenza, informazione. E tutto ciò, a sua volta, in un circolo virtuoso, genera altre domande di accountability.


E’ questo il meccanismo che, secondo un diffuso orientamento, darà nuova linfa ad una democrazia, oggi troppo spesso stanca ed esangue. E’ questo il meccanismo, si dice, forse si spera, che sarà capace di dare, o contribuire a dare, una scossa partecipativa a cittadini che vedono le istituzioni cose lontane, altro da sé. E’ questo meccanismo, aggiungono i suoi fautori, che potrà dare una risposta politica alla valanga dell’antipolitica dei nostri giorni. Forse è così, insomma, che si recupera il principio basilare, che Norberto Bobbio tanto spesso ricordava della democrazia come “governo del potere visibile, cioè governo i cui riti si svolgono in pubblico, sotto il controllo dell’opinione pubblica”.


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Comunicazione, informazione, trasparenza continua e capillare in  un ciclo virtuoso. Ma questo ciclo virtuoso come si alimenta?Anche qui si ripropone, in un certo senso, l’alternativa tra liberisti ed interventisti. Secondo una prima possibile – e semplifico enormemente il dibattito - costruzione, il meccanismo si alimenta spontaneamente. Opera e cresce per forza spontanea. Ma secondo altra visione è compito del legislatore intervenire per consolidare i terreni conquistati e per stimolare la continuità ed il rinnovarsi del ciclo virtuoso attraverso regole che impongano trasparenza e informazione interattiva come regola di supporto all’azione di governo, al buon governo. Le più convincenti esperienze, dall’informazione ambientale a quella societaria, ci dicono che la mano visibilissima della norma è necessaria, purché non sia mirata ad un minuzioso catalogo del contenuto dell’informazione richiesta che inevitabilmente la renderebbe sempre obsoleta di fronte al mutare della realtà. Meglio regole di informazione aperte che authority neutrali e le stesse richieste di informazioni riempiranno poi di contenuti e ridurranno a format leggibili ed adeguati al volgere dei tempi.


***


Certo, la comunicazione, l’informazione così radicalmente mutata, l’informazione che cambia quanto le sta attorno può avere anche effetti perversi proprio sul piano della tenuta e della crescita democratica proprio, cioè sotto il profilo da cui ci si attende tanto.


Il circolo virtuoso innestato dalla rete e dalla telefonia mobile può diventare strumento per diffondere messaggi populistici, per eccitare i lati più oscuri della psiche, per spingere provocatoriamente oppositori a scoprirsi, e così via. Per dirla con parole semplici, e mutuando, beninteso, opinioni largamente diffuse, la rete è strumento di potere, ma non necessariamente di esercizio o controllo democratico di potere. Ed allora è facile concludere che la rete forse è solo un nuovo, l’ennesimo, terreno di confronto o scontro per il potere e per la gestione della polis,


terreno che impone nuovi modi di agire, ma che non assicura affatto quell’esito verso governi globalizzati ad intensa partecipazione democratica che una folla di politologi, e non solo politologi, prefigura, ma forse sogna. Se è vero che non è internet ma la massa di individui che esso aggrega ad abbattere tiranni o


eleggere presidenti, l’antidoto all’uso antidemocratico della rete starà nelle coscienze, nelle capacità critiche degli individui. Ma vero è pure che la democrazia infetta positivamente. E quanto più l’informazione è globale, tanto meno si può arginare e contenere entro questo o quel confine la benigna infezione


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Veniamo ad un altro aspetto, più attinente alla sfera privata, delle contraddizioni che la nuova comunicazione e informazione determina. Lo smisurato spazio pubblico che la rete, la comunicazione portabile, tra loro ormai convergenti, creano, rischia però rendere accessibile, bene pubblico appropriabile, ma anche aggredibile,


qualsiasi contenuto che questo stesso spazio pubblico trasporta e ospita. L’enorme prateria, lo sconfinato oceano che rimuove ostacoli alla circolazione di dati, informazioni, pensieri, voci, si popola di potenziali predoni e pirati. Quella che sembrava la sublimazione del diritto fondamentale di libertà di pensiero, di


informazione, diventa un far west in cui sono messi a maggior rischio altri diritti fondamentali: sia diritti personalissimi come la riservatezza, sia diritti patrimoniali.


L’effetto valanga della rete che fa di tanti Golia un possente esercito può diventare arma annientatrice di beni preziosi: la propria identità, la reputazione. Mi viene in mente l’aria “la calunnia è un venticello” del Barbiere di Rossini. La rete è un terreno adatto per un progredire rapidissimo della calunnia “va scorrendo, va


ronzando….s’introduce destramente…..e le teste e i cervelli fa stordire e fa gonfiar….si propaga, si raddoppia e produce un’esplosione come un colpo di cannone, un tremonto, un temporale, un tumulto generale”.


La prima risposta che vien da dare a questa contraddizione tra rete spazio di libertà e rete luogo di agguati ed incursioni in altre libertà sembra essere nel senso che potenzialmente tutto, o moltissimo, nella rete e nella comunicazione portabile può essere tracciato. Il che consente di porre controlli, cancelli o di inseguire e catturare il predone. Ma allora si tocca un altro nervo scoperto. Quella rete, quel cyber spazio che sembrava l’antidoto al grande fratello orwelliano perché apre, unisce, dà voce, libera, allora questa stessa rete non rischia di essere essa stessa il grande fratello che tutto legge, controlla, memorizza? (si parla di diritti nella rete della rete: Pizzini).


E poi l’elusione ai controlli sulla rete è agevole e continua. Succede


nella rete quel che capita ad un corpo robusto. A blocchi nel sistema circolatorio o nell’apparato neurologico risponde con la creazione di circuiti alternativi che bypassano i blocchi. Ciò ci soddisfa, ne ho già fatto cenno, perché si vanificano spesso i tentativi dei regimi autoritari di costruire potenti firewall informatici per rendere impermeabili le menti dei loro sudditi. Ma di fronte agli abusi ciò lascia la bocca amara.


Ecco allora che la comunicazione e l’informazione così radicalmente mutate cambiano, direi drammatizzano, portando a dimensioni sistemiche, problemi, forse di sempre, in ordine sia alla protezione della libertà fondamentale di comunicazione,


manifestazione del pensiero, informazione, sia ai loro limiti a tutela di altri diritti e libertà. Sia l’attentato alla libertà della rete (e della comunicazione mobile) sia il problema dei limiti a tutela degli altri diritti, assumono dimensioni sistemiche e bivalenti anche quando, pur in un regime di piena libertà, si tratta di tutelare abusi della rete stessa. Il giurista non può che constatare come la disciplina giuridica, gli


strumenti con cui si affrontavano i tradizionali abusi del diritto di manifestazione del pensiero, in genere basati su approccio atomistico, individuale, risultano pure essi cambiati, scompaginati, ponendo delicatissimi problemi. Problemi tutt’ora, proprio per la loro dimensione collettiva e globale, ben lungi dall’essere risolti in modo soddisfacente e condiviso. Si pensi alle reazione che (“guai alle censure!”) puntualmente suscita ogni tentativo di disciplina di internet. Le cronache di queste ore sulle reazioni al progetto di trattato contro la contraffazione internazionale sono eloquenti. E si pensiallo stesso , davvero impensabile prima della rivoluzione


informatica caso Wikileaks. Guardiamo la vicenda per quella che è dal punto di vista giuridico. E’ frutto, dice il giurista, di un’enorme serie di abusi, di reati. Eppure l’opinione pubblica, complessivamente, questa è l’impressione, l’ha vissuta in tutt’altro modo. Come (anche) trionfo del regno della trasparenza che la rete ha instaurato deve instaurare e che molti politologi certo ora (ad esempio Ann Florini) vedono come fondamento di nuova riconosciuta democrazia. Realizza allora la rete la visione rivoluzionaria di Robespierre del discorso sulla libertà di stampa del 7 maggio 1791 (il primo Robespierre)?: “privare un uomo dei mezzi che la natura e l’arte gli hanno fornito per comunicare i suoi sentimenti e le sue idee allo scopo di impedire che ne faccia cattivo uso” sarebbe un’assurdità, la difesa contro gli abusi della manifestazione del pensiero sarebbe espressione di un dispotismo che vede gli uomini “strumenti passivi”, “imbelli automi”?


Non è questo certo il punto di approdo della comunicazione e informazione digitale di massa. Occorre prendere atto che un grande contributo alla libertà, quale quello offerto dalla rete, postula necessariamente per essere difeso anche qualche possibile sacrificio ed invasione in altre libertà (assoluta privacy, ecc.) strumentale alla difesa stessa. Come è necessario prendere atto che la libertà di rete ha bisogno per il suo stesso dispiegarsi di fiducia, affidabilità, di rispetto dei diritti delle persone. Il problema è quello dell’equilibrio delle reciproche limitazioni.


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Un focus sia consentito ancora su un particolare aspetto della dialettica tra gli spazi di libertà offerti dalla rete e tutela di altri diritti. Anche quello che sto per evocare è sempre espressione della fatale attrazione nella libertà della rete dei contenuti ospitati dalla rete stessa. Free evoca libertà, ma anche gratuità. Ed ecco che libertà di rete porta alla prassi, che è un dover essere per tanti fautori della libertà di rete, della gratuità dell’utilizzo di ogni contenuto che appare in rete, con affrancamento dalla tutela del diritto di autore. Gli editori, ma più in generale, i titolari dei diritti


stessi, hanno messo in moto il fenomeno che ad un certo punto ha preso la mano ed ha reso estremamente problematico far pagare contenuti originali messi in rete. La gratuità in rete parve all’inizio una meravigliosa occasione promozionale ed anzi un’importante fonte di nuovi ricavi pubblicitari. E quando si realizzò che tali ricavi


non sono sufficienti a compensare la flessione derivante dalla crisi del prodotto di carta, si realizzò che il recupero del copyright in rete è difficile. Anzi, riprendono fiato e vigore i fautori della tesi, assolutamente non nuova, che negli ultimi due secoli periodicamente si propone, dell’abolizione in generale della proprietà intellettuale (recinto segregatore di sapere), e perché no, anche della proprietà industriale. E’ questa, ad esempio, la posizione da tempo portata avanti da Michele Boldrin e David K. Levine, ora esposto anche in un recente saggio edito in lingua italiana. Non è ora la sede per un approfondimento del tema. Certo è che la rete amplia enormemente anche per il titolare dei diritti d’autore, la possibilità di fruizione dell’opera dell’ingegno. E certo è pure che è interesse comune, come afferma l’Agenda digitale europea, favorire un mercato digitale unico e dinamico che consenta il più ampio accesso ai contenuti legali. I diritti di copyright non possono costituire nuove barriere doganali idonee a frazionare un mercato unico, né possono essere sproporzionati rispetto alle esigenze di incentivazione dell’innovazione culturale e della stessa industria di beni culturali che sta a base della proprietà intellettuale. Ma non per questo vanno aboliti. Occorre allora una ridefinizione della disciplina che, fra l’altro, escluda la tutela delle moltissime opere orfane (opere ratio temporis oggetto di tutela ma di cui sono irreperibili i titolari), riveda la durata temporale, rimoduli la tutela territoriale, ridefinisca le utilizzazioni libere, faciliti il dispiegarsi degli spazi contrattuali, e così via.


E’ questa la via sulla quale ci si muove a livello europeo (a partire dal rapporto Monti, Una nuova strategia per il mercato unico, 2010) ed è una delle tante esemplificazioni di come l’informazione che cambia, cambi pure modi e concezioni di protezione e tutela di altri beni e diritti.


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Enormi praterie, oceani senza limiti, metafore pateticamente “retro” della adimensionalità della massa di informazioni disponibili in rete, metafore del tempo in cui l’uomo di ieri in praterie ed oceani vedeva appunto il simbolo di grandi spazi. E la metafora continua quando si usa la parola “navigare” per descrivere il cammino o la ricerca dell’uomo di oggi in rete. Una metafora sorprendentemente non nuova. Fu Giovanni Calvino – ci ricordano Briggs e Burke – ad evocare ai tempi della riforma protestante la navigazione dell’uomo dotto nella moltitudine di libri che l’invenzione di Gutenberg aveva prodotto. Di metafora in metafora.


Navigare evoca l’esigenza di bussole, punti di riferimento, capacità di organizzare il viaggio. E qui si torna, sotto un altro aspetto, al nodo centrale, alla contraddizione di fondo della rete, di internet sulla quale ci siamo già focalizzati. La sua potenziale ambivalenza.


La sua natura aperta che però – ci dice Castells – può essere anche strumento di profondo disorientamento e così di chiusura, di segregazioni culturali, di manipolazione, abbiamo visto, di compressione e lesione di altri diritti. L’antidoto? Di nuovo sta nelle nostre menti, sta nelle nostre capacità critiche. “Pratichiamo il


pensiero critico ogni giorno per esercitare la mente in un mondo culturalmente inquinato, così come si fa esercizio fisico per ripulire il corpo da veleni del nostro ambiente chimico” (Castells). E questo vale anche per la radicalizzazione cui internet, proprio perché unificatore di voci individuali, spesso inascoltate, può condurre e spesso conduce.


Bussole. Punti di riferimento. Affidabilità. Questo è lo spazio dell’editore, dell’intermediario culturale, delle istituzioni di insegnamento. Poco importano i modi: carta, lezione frontale o rete. Lo spazio digitale ospita e richiede anche di occupare questo spazio. E per una bussola in un territorio, in un mare sconosciuto si è disposti a dimenticare l’imperativo del “free”, della gratuità.


Qui si gioca davvero una partita importante. Detto tutto il bene sul valore liberatorio e libertario della rete, sulla democratizzazione, nel senso di apertura, dell’informazione, c’è il rischio di quel che viene definito un digital divide culturale. Il rischio cioè che internet segni sì un allargamento del pubblico che si informa, ma un abbassamento qualitativo e un affievolimento delle capacità critiche del fruitore o del fornitore di informazione. Alcuni (Mattei) addirittura parlano di colonialismo culturale di internet e di “rete virtuale (che) cattura i tonni rendendoli idioti”. Un dato: in Italia l’85% circa dei giovani naviga su internet, ma meno della metà ha  consuetudine con la stampa che si ipotizza contenga informazione più raffinata. Ed ancora, alla domanda su quale sia la fonte informativa che appare più affidabile, ormai internet, tv, stampa si equivalgono.


Senza voler entrare nel merito di una tematica ampiamente discussa, certo è che, per quanto riguarda la promozione di alfabetizzazione finanziaria diffusa (che secondo una consistente opinione gioca un ruolo essenziale nella tutela dei risparmi individuali: Lusardi e molti altri) la rete potrebbe giocare un ruolo importantissimo, tuttavia, se sorretta da adeguate mediazioni e guide, pur on-line.


Anche le orme di un cammino già percorso sono modi di orientarsi. La rete mette a disposizione masse enormi di informazioni, ma non è detto che ne sappia tenere, con l’andare del tempo, memoria organizzata. Il cambiamento tecnologico stesso può cancellare la memoria del passato. Il cloud computing suscita sotto questo profilo grande interesse, ma altrettanti interrogativi. Il futuro digitale non può essere la fine della storia che sulla memoria documentale si basa. E personalmente continuo a credere, con buona pace di molti pensatori “moderni” che la storia non è morta, che senza storia incerto è il futuro,. anche quello digitale.


Necessitano interventi strutturali: la grande biblioteca delle istituzioni pubbliche invocata da Darnton, obblighi per le istituzioni private e pubbliche di salvare la memoria. La figura del data protection officer prevista dal progetto di regolamento europeo sulla privacy potrebbe andare anche in questa direzione.


***


La nuova comunicazione ed informazione di massa, con tutti i problemi che genera e suscita, è grande spazio di libertà di pensiero, muro maestro di una piena realizzazione del diritto di informazione, volano di libertà politica, propulsore di libertà di iniziativa economica. Facilita e trascina la realizzazione di altri diritti


fondamentali: salute, mobilità, istruzione. Così costituisce un potente strumento per onorare l’impegno solenne della nostra Costituzione a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.


Ma perché l’informazione che cambia colga tutti i suoi potenziali frutti in tema di crescita di libertà e di iniziativa e così di sviluppo intellettuale, sociale, economico, anche i governi devono fare la loro parte. E non solo per evitare gli abusi dei quali si è già parlato. Le politiche di diffusione e accesso alla rete, l’alfabetizzazione digitale,


il superamento di digital divide emarginanti e nuovamente ghettizzanti, la garanzia di pluralismo sono alcuni di questi compiti strutturali. Se queste sono le premesse – e mi avvio alla conclusione – è evidente che l’informazione che cambia fa sì che anche il problema del diritto di informazione nell’attuale fase di sviluppo tecnologico sia (non so se "anche” o “soprattutto”) un problema strutturale, collettivo. Il che, evidentemente, pone in una diversa luce il problema che tradizionalmente veniva affrontato in termini di sostegno, sovvenzione pubblica, alla manifestazione del pensiero nelle varie declinazioni che coinvolgono la partecipazione alla vita politica. Mi chiedo e ci si chiede che senso abbiano


microprovvidenze, a questa o quella testata cartacea con modestissime tirature, ove sia incentivato un facile accesso alla rete come offerente e come utente (se la distinzione ha ancora un senso nell’era dell’informazione orizzontale e interattiva) ed ove, soprattutto, il Paese sia dotato di una rete capillare ed efficiente.  Ed allora, ed allora, forse con gli occhiali del giurista, leggo le agende digitali che campeggiano nei programmi dei moderni


governi, a cominciare da quello europeo, non solo (ed è già molto) come volano fondamentale di sviluppo economico, ma anche, e per me soprattutto, come supporto strutturale ed enforcement ablativo di ostacoli di fatto all’esercizio di diritti fondamenti. Di un fascio di diritti che si tengono l’un l’altro: quello di informare ed


essere informati, ma anche quello di iniziativa economica e libera concorrenza, quello di iniziativa e partecipazione politica, di migliori condizioni per fornire di beni e servizi essenziali, di attento monitoraggio dei valori ambientali e così via. Nell’Agenda digitale europea è continuamente presente, intrecciata all’obiettivo di fondo della promozione dell’accesso più ampio e della libertà dello spazio digitale, anche la componente della lotta agli abusi (dai furti di identità alla violazione della privacy). L’Agenda digitale europea deve così, a mio avviso essere anzitutto letta come un vero e proprio programma di promozione e di equilibrata convivenza di diritti fondamentali di libertà. Il recentissimo progetto di regolamento europeo sulla privacy è una importante ricerca di questo equilibrio. A me piace vedere nell’Agenda europea una difesa di “beni comuni nelle reti di comunicazione rese possibili da internet che è una libera creazione di amanti della libertà”. La mano pubblica può fare molto in questa direzione, ma non può sempre evitare tentativi di “recintare la comunicazione libera in reti commercializzate e controllate” per “inscatolare” la mente del pubblico. Ma la mente del pubblico è una rete di menti individuali che possono e debbono dire quando la pensano diversamente dai pensieri unici di questo o quel momento storico, di questo o quel luogo. Le reti di comunicazione e informazione non saranno strumenti di manipolazione “a condizione che non solo tu, ma anche io e una moltitudine di altri decidiamo di voler costruire le reti delle nostre vite” (Castells).


Testo in http://www.primaonline.it/2012/02/27/102598/linformazione-che-cambia-prolusione-di-piergaetano-marchetti-alla-bocconi/print/


 





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