Il rischio di trovarsi di fronte a una società composta da professionisti con pensioni inadeguate, scarsa copertura sanitaria statale ed età molto avanzata è reale e grave. Le proiezioni attuariali, gli studi più accreditati e gli stessi dati forniti dal ministero del Lavoro convergono a formare uno scenario, nei futuri decenni, che ci obbliga, sul piano morale e istituzionale, a una riflessione profonda. Si tratta di un problema del Paese, non solo del sistema delle 20 Casse privatizzate aderenti all’Adepp.
L’attesa di vita aumenta di alcuni mesi ogni anno e arriverà presto a superare la quota media di 85 anni. È del tutto evidente che una società composta da centinaia di migliaia di ottantenni e novantenni renderà ineludibili richieste di copertura di welfare inedite e crescenti. Sul lungo periodo la sanità pubblica non sarà in grado di soddisfare efficacemente prestazioni verso i non autosufficienti, moltiplicare le strutture protette, affrontare problematiche sanitarie che incideranno fortemente sulla qualità della vita.
A questo processo inesorabile si affianca una modificazione sostanziale dello status dei professionisti, in particolare dei giovani. La crisi economica ha accelerato una dinamica conosciuta: si entra nel mondo del lavoro tardi, con redditi molto bassi, con una discontinuità di committenza ormai endemica. L’immagine del professionista ricco e privilegiato, salvo una minoranza di casi, appartiene definitivamente al passato. Al di là delle necessarie politiche economiche affidate alle istituzioni, le Casse privatizzate ritengono di dover fare tutto il possibile per modificare il quadro, pur non ricevendo alcun finanziamento pubblico, vietato dalla stessa legge che le ha rese autonome.
In queste settimane si è aperto un importante dialogo con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, al quale contiamo si affianchi il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. L’obiettivo è quello di arrivare alla firma di un memorandum che contenga una serie di azioni condivise, alcune delle quali di immediata attuazione. I temi verranno delineati nel confronto con i presidenti delle Casse, ma alcune linee guida sono già evidenti e attraversano da tempo il nostro dibattito. Le riassumo.
1) Rendere il più possibile sistematico l’impianto di welfare già esistente, pur frammentato nelle libere scelte di ciascun istituto. Mettere a sistema le priorità, cogliendo l’opportunità di conseguire migliori prestazioni tramite un’economia di scala.
2) Lavorare sull’adeguatezza delle prestazioni aumentando le aliquote contributive e destinando parte dell’aumento proprio alla creazione di strumenti di protezione sanitaria, assicurativa e del reddito. In questo senso la proposta di legge Lo Presti, già approvata da un ramo del Parlamento, potrebbe risultare un importante passo in avanti. Il ministro Sacconi ha garantito un forte impegno affinché venga inserita in uno dei provvedimenti di legge di fine anno.
3) Raggiungere una fiscalità di vantaggio che possa liberare risorse a favore del welfare. Oggi le Casse privatizzate vedono tassate le rendite finanziarie dei propri investimenti al 12,5% (i Fondi di secondo pilastro sono tassati all’11%) alla pari di un soggetto privato. Allo stesso tempo le prestazioni pensionistiche vengono tassate secondo le aliquote Irpef. Una doppia tassazione iniqua che non ha eguali in Europa. Oggi, vista la situazione economica del Paese, non si tratta di richiedere un generico sconto fiscale, ma di concordare una destinazione della riduzione dell’aliquota proprio al sostegno sociale, riducendo quei costi, presenti e futuri, che lo Stato non è in grado di sopportare. Una sorta di riforma a costo zero che rappresenterebbe un valore comune e un futuro migliore per i professionisti.
*L’autore è presidente Adepp (e dell’Inpgi)
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Nelle Casse più peso al welfare
di Federica Micardi (Il Sole 24 Ore 7/12/2010)
Il welfare delle professioni oggi si presenta disomogeneo, frammentario e "a macchia di leopardo". Da una ricognizione fatta dal ministero del Lavoro (i risultati sono riportati nelle schede accanto) emerge come l'attuale impianto delle Casse di previdenza private (circa un milione e centomila iscritti) preveda l'erogazione di diverse tipologie di prestazioni previdenziali e assistenziali, alcune temporanee - per far fronte a situazioni contingenti - altre permanenti. Il tutto però in modo piuttosto disaggregato. Ma il quadro potrebbe cambiare.
L'attenzione politica sul tema welfare e professioni trova conferma nelle parole di Francesco Verbaro, segretario nazionale del ministero del Lavoro: «Ora abbiamo fatto una ricognizione generale - spiega – ma ne faremo una puntuale nel prossimo futuro. L'idea che si pone alla base di questo lavoro - spiega Verbaro – è far diventare il welfare delle professioni un pilastro nel sistema. Come primo passo lavoriamo sulle riforme dei singoli enti per favorire gli interventi dedicati all'assistenza; il secondo passaggio riguarderà l'aumento del contributo integrativo che potrebbe sostenere iniziative di aiuto e sostegno alle categorie» (si veda Il Sole 24 Ore del 2 dicembre).
Si sta anche studiando la fattibilità di un sistema di welfare con prestazioni omogenee per tutti. «Sappiamo che esistono tratti comuni e tratti specifici che dipendono dall'andamento demografico e professionale delle singole Casse – dice Verbaro - esistono però problematiche oggi condivise: l'instabilità, la fluidità e la ciclicità del mondo del lavoro anche professionale. Le forme di aiuto condivise, quindi, dovrebbero riguardare la fase d'ingresso, e quindi i giovani, e le fasi di transizione», che comprendono la necessità di formazione continua e i momenti di crisi.
La leva fiscale è certamente «dirimente» per il welfare delle professioni. Da tempo si parla di una tassazione delle rendite delle Casse, oggi al 12,5%, allineata a quella dei fondi di previdenza complementare (pari all'11%), in questo modo si libererebbero risorse da investire nell'assistenza, quantificate in circa 300 milioni l'anno. «Data la complessa fase economico-finanziaria, però – afferma Verbaro – il tema sarà trattato al tavolo della riforma fiscale».
Dalle singole Casse, intanto, arrivano segnalazioni diverse. Sia in Epap (ente pluricategoriale) sia nella Cassa geometri, per esempio, è forte la richiesta di agevolazioni per l'accesso a finanziamenti e per la tutela sanitaria. L'Inpgi (giornalisti) evidenzia la necessità di offrire coperture assistenziali ai liberi professionisti e di alzare le coperture per i co.co.co. L'Enpapi (infermieri) da tempo porta avanti un'operazione "culturale" per invitare a considerare la previdenza una forma di risparmio, e tra le conseguenze di questa politica c'è una crescente richiesta da parte degli iscritti di aumentare gli interventi di tipo assistenziale da affiancare alla previdenza tradizionale.
Il presidente della Cassa dei dottori commercialisti, Walter Anedda, sottolinea come l'allungamento della vita renda necessario rivedere le tutele attuali e analizzare nuove forme di copertura assistenziale volte a garantire la copertura di spese correlate a situazioni di non auto sufficienza (il cosiddetto long term care). Per Paolo Saltarelli, presidente della Cassa ragionieri, «la creazione di una struttura che possa fungere da cassa sanitaria intercategoriale per i professionisti non deve essere più considerata come un'utopia, ma come un obiettivo perseguibile e raggiungibile».
Un altro fenomeno che incide e inciderà sempre di più sulle prestazioni richieste e che caratterizza diversi ordini è la femminilizzazione delle professioni. Le donne superano il 50% degli iscritti tra psicologi, infermieri, biologi e farmacisti, e stanno aumentando velocemente tra consulenti del lavoro, avvocati, veterinari, medici e commercialisti. Il fenomeno, quindi, non può e non deve essere ignorato. La sola previdenza, oggi, non basta. Serve un sistema di assistenza che garantisca ai professionisti prestazioni base. L'obiettivo, dunque, è chiaro. Ora bisogna trovare il modo di centrarlo.
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