di ALESSIO BALBI
Roma, 25 febbraio 2010. "Negli ultimi tempi in Italia si stanno manifestando, nei riguardi di internet, iniziative di tipo censorio che potrebbero essere rafforzate da una lettura sbrigativa della sentenza Google". E' l'allarme di Stefano Rodotà, ex garante per la privacy, dopo la decisione del tribunale di Milano che ha condannato tre dirigenti del colosso americano per il filmato delle percosse a un ragazzo disabile pubblicato su Google Video a fine 2006. David Carl Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleitcher sono stati condannati a sei mesi di carcere per violazione della legge sulla privacy.
Professor Rodotà, lei che è stato presidente dell'Authority, può spiegare qual è il reato commesso dai tre dirigenti?
"Sarà fondamentale leggere la motivazione della sentenza, perché se la premessa fosse che Google non ha rimosso tempestivamente il video mettendo in atto un comportamento omissivo, si tratterebbe di una giusta applicazione delle norme vigenti e la sentenza non imporrebbe nessun intervento censorio preventivo da parte dei provider"
Facciamo un po' di storia: il video viene caricato su Google l'8 settembre 2006. Google lo rimuove il 7 novembre. I giornali iniziano a occuparsi della questione il 12 novembre, quindi quando il filmato era già stato rimosso. Come si fa a dire che Google non si è mosso in tempo?
"Vedremo se questo accertamento sui tempi è stato fatto in sede giudiziaria. Si dovrà stabilire se a Google fosse pervenuta una segnalazione o se c'era stato qualche intervento da parte di un'autorità di garanzia. E' utile ricordare che la normativa vigente, in particolare il decreto legislativo 70 del 2003, prevede che il provider non è responsabile per i contenuti immessi dagli utenti, se li rimuove appena viene effettivamente a conoscenza di un fatto illecito"
Il mondo politico sta commentando ampiamente la sentenza, senza conoscerne le motivazioni. C'è il rischio che venga usata come precedente per imporre filtri come quelli che il presidente dell'Agcom, Calabrò, ravvisa nel decreto Romani?
"L'Italia aveva assunto un ruolo di punta nel dibattito internazionale affermando che internet non richiede strumenti di tipo penalistico, ma una Costituzione, un "Internet Bill of Rights". Nell'ultimo periodo, il governo ha abbandonato questa linea, manifestando iniziative di tipo censorio. Ora questo clima potrebbe essere rafforzato da una lettura sbrigativa della sentenza e anche da un'eventuale motivazione del tribunale che non tenesse conto della natura della rete. Ogni giorno su YouTube o su Facebook vengono introdotti centinaia di migliaia di contenuti, e questo esclude possibilità di controlli preventivi come quelli previsti su stampa, radio e tv"
I pm hanno parlato di tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica d'impresa.
"Gli interessi in gioco non sono solo l'iniziativa economica e la dignità, ma anche usare questi strumenti come momento nuovo di manifestazione del pensiero. Ogni forma di comunicazione di massa porta con sé dei rischi, non possiamo buttare l'acqua sporca col bambino. Queste forme di controllo finirebbero con l'uccidere i social network. Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C'è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c'è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura"
Come valuta le proteste dell'ambasciatore statunitense in Italia?
"L'ambasciatore ha fatto riferimento al recente discorso di Hillary Clinton. Quello è stato un intervento straordinario: non ha ignorato i rischi che ci sono in rete, in particolare per quanto riguarda pedofilia e terrorismo, ma ha ribadito che gli strumenti di tipo repressivo e censorio che cancellano la libertà di manifestazione del pensiero non sono percorribili. Certo, la Clinton parlava di un paese autoritario, la Cina. Ma ci troviamo di fronte a un dilemma antico: poiché libertà di pensiero può trasformarsi in uno strumento aggressivo, la limitiamo. Non vorrei tornare alla diffidenza nei confronti della conoscenza, come in quel sonetto del Belli che si chiude con il prete che dice: "I libri non sò robba da cristiani, figli per carità non li leggete". Questo problema accompagna la modernità da quando la conoscenza è uscita dai circuiti elitari diventando fatto di massa. Una sfida continua da affrontare senza sacrificare posizioni di nessuno". (http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/02/25/news/sentenza_google_l_allarme_di_rodot_non_diventi_un_arma_per_censurare-2423892/)
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GOOGLE. RSF: “SENTENZA GRAVE PRECEDENTE IN PAESE DEMOCRATICO
E CON DECRETO ROMANI E’ ‘APPROCCIO PREVENTIVO’ A LIBERTA’ WEB”.
Roma, 25 febbraio 2010. “Reporters sans frontieres esprime la propria inquietudine di fronte alla condanna dei dirigenti di Google”: è il commento che si legge in homepage della sezione italiana di Rsf sulla sentenza di ieri del tribunale di Milano. “Se i giudici avevano intenzione di avviare in questo modo un dibattito sul rispetto della privacy su Internet, argomento della massima importanza, hanno scelto male il loro cavallo di battaglia - aggiunge Rsf -. Questa condanna purtroppo instaura di fatto una necessità di controllo a priori sulla pubblicazione di video e per questo è un colpo grave alla libertà di espressione. La sentenza costituisce un grave precedente, proprio in quanto è stata presa in un paese democratico”. “Non è la prima volta che la libertà di espressione su Internet viene minacciata in Italia - aggiunge l’organizzazione -. Questa condanna avviene in pieno dibattito sul nuovo progetto per il decreto legislativo proposto da Paolo Romani, viceministro delle Comunicazioni, nel gennaio scorso. Questo decreto mira a obbligare i siti di diffusione di video ad ottenere una licenza ufficiale, instaurando così un sistema di autorizzazione che viene prima dell’esercizio della libertà di espressione. La sentenza del tribunale e tale decreto - conclude Rsf - sembrano annunciare l’instaurazione in Italia di ‘approccio preventivo’ verso la libertà di espressione su Internet”. (ANSA).
IL SOLE 24 ORE 25/2/2010
ANALISI
Il labile confine per i provider
CONTRASTO CON LA UE - La direttiva contempla il divieto di sorveglianza preventiva. Ma diverse sentenze vanno in senso contrario
di Andrea Monti
La sentenza di condanna dei dirigenti di Google è l'ultimo anello di una catena di provvedimenti giudiziari che rileggono criticamente i criteri di attribuzione della responsabilità per gli illeciti online e attribuiscono agli operatori internet doveri e obblighi non previsti esplicitamente dalla legge vigente. Il caso Peppermint, quello The Pirate Bay, la controversia Mediaset contro YouTube e quella che contrappone la Federazione Antipirateria Audiovisiva a Telecom Italia, fino alla condanna di ieri sono unite da un filo conduttore: verificare quale sia il limite operativo del divieto di sorveglianza preventiva stabilito dalla direttiva comunitaria 31/00 e recepito in Italia dal d.lgs.70/2003.
L'aspetto singolare della vicenda Google-Vividown è che per la prima volta la sussistenza di questo obbligo di controllo di massa a carico degli operatori internet è fatto dipendere dalla legge sui dati personali. La stessa legge che, negli altri casi citati, ha tutelato gli utenti da schedature generalizzate.
Per capire come questo sia stato possibile, sarebbe necessario leggere le motivazioni della sentenza (non ancora depositata), ma sulla base della discussione pubblica del processo è ipotizzabile che la condanna per violazione della legge sul trattamento dei dati personali sia basata su un ragionamento di questo tipo: il trattamento dei dati personali (sensibili) è consentito solo dietro consenso scritto dell'interessato; i dirigenti di Google, pur essendovi obbligati, non hanno verificato la sussistenza del consenso della vittima del video prima di consentirne la pubblicazione; dunque non avendo esercitato il controllo preventivo hanno commesso un illecito trattamento di dati personali che però – da qui l'assoluzione per il primo capo d'accusa – non si è tradotto anche in una diffamazione a danno della vittima degli abusi.
È presto per parlare delle conseguenze sull'industria tlc italiana, ma se si consolidasse questo orientamento giurisprudenziale le dinamiche di mercato potrebbero cambiare significativamente. A fronte dei nuovi obblighi e dei relativi costi, i piccoli player potrebbero non resistere e le grandi imprese straniere potrebbero ripensare i loro investimenti in Italia.
a.monti@amonti.eu
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IL SOLE 24 ORE 26/2/2010
Internet. Dopo la condanna dei tre manager per il video del ragazzo disabile
Gli operatori su Google: controlli impossibili
Critiche dai siti New York Times: in Italia spinta al web-controllo
di Daniele Lepido
MILANO. Nessuna soluzione normativa, nessun trucco tecnologico. Internet come la conosciamo oggi potrebbe diventare un luogo diverso se portali, motori di ricerca e operatori telefonici fossero costretti a esercitare un controllo preventivo sui contenuti caricati dagli utenti.
Lo stesso vale per la normativa sulla privacy: «Chiuderemmo bottega un minuto dopo», dice senza mezzi termini Paolo Ainio di Banzai, uno dei "padri" del web made in Italy, se le piattaforme virtuali fossero tenute a controllare che le persone ritratte in una foto o in un video pubblicato in rete abbiano firmato la liberatoria relativa ai dati personali. La sentenza di primo grado emessa mercoledì dal tribunale di Milano sul caso Google ha generato una girandola di commenti negativi da parte degli operatori. L'antefatto: tre anni fa sulla piattaforma video del motore di ricerca californiano era stato caricato un filmato nel quale un ragazzo autistico veniva picchiato dai compagni di scuola. L'altro ieri è arrivata la condanna a sei mesi di reclusione per tre manager di Google accusati di illecito trattamento dei dati sanitari. Una decisione che sancisce il principio secondo il quale l'intermediario è responsabile dei contenuti messi online dagli utenti.
«Parliamo di una sentenza che colpisce l'intera filiera del'Ict – sostiene Carlo Bonomi, presidente del gruppo terziario innovativo di Assolombarda – e che dimostra la mancanza di regole chiare per il nostro paese insieme con la possibilità di creare paradossi normativi. Un esempio: se a Milano un ladro va a rubare utilizzando come mezzo di trasporto il tram, la colpa è dell'Atm?»
«Mi sembra chiaro – spiega Raffaele Nardacchione, direttore generale di Asstel – che gli operatori possono solo collaborare a valle delle decisioni prese dalla polizia postale, ma un controllo preventivo è tecnicamente impossibile».
Avendo la rete una natura transnazionale, una delle prime conseguenze che si concretizzerebbero se questa sentenza diventasse norma di legge sarebbe l'esclusione degli utenti italiani dai servizi offerti dalle piattaforme estere. «Mettiamo il caso di un sito di hosting video che risiede a Londra – continua Ainio – sapendo che in Italia la normativa prevede il controllo a priori del fornitore di tecnologia dei contenuti il modo migliore per togliersi da un brutto inghippo sarebbe quello di escludere l'accesso a quel sito di tutti i computer con indirizzo ip italiano».
È la "morte", in una parola, del famoso web 2.0, cioè quello fatto con i contenuti degli utenti e che passa per social network come Facebook o Twitter? «Questo caso ci mette di fronte a una questione – sostiene Paolo Barberis, il fondatore di Dada – ovvero se considerare il provider solo come uno strumento, una scatola in cui l'utente può esprimersi oppure vederlo come un media vero e proprio dal quale passano contenuti che possono essere regolamentati. Sicuramente va regolamentata la privacy insieme con un'educazione di rete che dovrebbe mettere in guardia gli utenti dai rischi che si corrono quando si diffondono contenuti di terze persone».
E se Francesco Barbarani a capo di .Fox Networks, gestore per l'Italia di Myspace, rivela che «negli Stati Uniti ci sono persone che controllano manualmente i video caricati sulla nostra piattaforma», i responsabili di Libero, il portale di Wind, «parlano di costi insostenibili in caso di controllo preventivo di fotografie e filmati».
Il giudizio di primo grado su Google ha fatto anche il giro dei giornali stranieri. Tra i commenti più duri, proprio perché di natura politica, c'è quello del New York Times: «In Italia, dove il premier Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente quelli pubblici, c'è una forte spinta per regolamentare internet in maniera più determinata rispetto al resto dell'Europa. Una serie di provvedimenti sono allo studio in parlamento per tentare di imporre una serie di controlli sul web».