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Corriere della Sera 23/8/2010
Crisi di governo e oligarchie.
Il nostro sistema istituzionale?
Parodia delle vecchie monarchie

di Piero Ostellino

Non siamo inglesi. Ma ciò non giustifica il  balletto maggioranza, opposizione, Presidenza della Repubblica che, da noi, va in scena ogni  volta che si profila una crisi di governo. Né assolve i media che fanno il tifo per le parti in conflitto e tirano il presidente della Repubblica per la giacca, fingendo di difenderne ovvero di discuterne le prerogative. Le istituzioni fanno acqua da tutte le parti. Se non le si adegua allo «spirito del tempo» la macchina dello Stato va fuori giri.


L'articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non spetta agli eletti dal popolo, che ne hanno solo l'esercizio, porre limiti alla sovranità popolare. Che non deve trovare nelle procedure un ostacolo, bensì la propria piena realizzazione. Il soggetto è la sovranità, non sono le forme e i limiti nei quali il popolo la esercita. E quanto aveva presente Costantino Mortati il grande costituzionalista che aveva messo in bella calligrafia una Carta pasticciata quando parlava di prassi (ciò che noi, oggi, chiamiamo impropriamente «Costituzione materiale»). Che egli non intendeva in contrapposizione alla «Costituzione formale», ma a sua integrazione.


Di fronte a certe insinuazioni, il presidente della Repubblica si è risentito e ha invitato gli esponenti del Popolo della libertà che le avevano formulate a metterlo formalmente sotto accusa se credono davvero che egli tradisca la Costituzione. Ma Giorgio Napolitano non la tradisce. Anzi, vi si attiene in modo esemplare. Il guaio è che, così, egli perpetua, suo malgrado, gli equivoci e alimenta i sospetti. Il nostro sistema istituzionale è una parodia delle monarchie costituzionali dell'Ottocento, quando il re aveva l'ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi. La parte del re la fa il presidente della Repubblica in un contesto politico che non è lo stesso in cui operava la monarchia. Ma le sue «prerogative», in quanto tali, finiscono con avere persino un margine di discrezionalità più ampio dei “poteri” codificati del sovrano.


Innanzi tutto, il re era ritenuto «sopra le parti», anche se, poi, non lo era affatto. Non è così per il presidente della Repubblica. Per il solo fatto di essere appartenuto a una parte politica, che lo ha indicato e votato, egli è inevitabilmente percepito come «uomo di parte». Del resto, di parte, e non di rado, lo sono stati più o meno esplicitamente tutti gli inquilini del Quirinale. In secondo luogo, la sua stessa funzione di «filtro» del processo legislativo che esercita rimandando alle Camere i progetti di legge per vizio di costituzionalità finisce con essere percepita, più che una garanzia, un'indebita interferenza nell'attività del governo e sull'indipendenza dello stesso Parlamento.


In Inghilterra, nessuno potrebbe insinuare che la regina congiuri contro il primo ministro in carica. La Corona' a differenza del nostro presidente della Repubblica non mette naso nelle leggi che il primo ministro le porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in Parlamento, di un'altra maggioranza se il primo ministro ha perso la sua perché l'ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile. A fondamento della democrazia rappresentativa, e liberale, inglese c'è la sovranità popolare espressa dal voto. E il primo ministro nel pieno possesso di poteri che gli derivano dall'essere stato eletto che decide di verificare se nel Paese gode ancora del consenso che ha perso in Parlamento, di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Chi, da noi, ha proposto un siffatto sistema istituzionale è stato tacciato di fascismo dai custodi della (ben scarsa) sacralità istituzionale.


I giornali fiancheggiatori del centrosinistra che teme di perderle sono contro eventuali elezioni anticipate e a favore della nascita di una maggioranza parlamentare alternativa a quella uscita dalle urne. Peccato che dello stesso avviso non siano quando in gioco è un governo diverso, ad essi più gradito. Dicono che il sistema parlamentare puro, senza vincolo di mandato, sarebbe una garanzia per l'indipendenza dei parlamentari rispetto alle oligarchie dei partiti. Peccato che la realtà sia opposta. L'articolo 67 della Costituzione «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» esautora il popolo della sua sovranità, in quanto ne affida l'esercizio alla discrezionalità dei suoi rappresentanti, conferendo istituzionalmente un carattere elitario, oligarchico, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa.


Nei sistemi istituzionali anglosassoni, chi presiede i lavori di un ramo del Parlamento è lo Speaker. Il suo è un «lavoro» his o her job, si dice della sua funzione che consiste nel dare la parola a chi la chiede. E del tutto impensabile che si metta in concorrenza con il primo ministro, costituisca un proprio gruppo parlamentare distinto e promuova «politiche» diverse da quelle del governo. Se lo Speaker della Camera dei Comuni inglese Io facesse, nessuno ne chiederebbe le dimissioni. Finirebbe in manicomio. Da noi, il presidente della Camera è stato espulso dal suo partito per dissidi interni col leader massimo che ora ne chiede le dimissioni non sapendo, peraltro, come giungervi perché il sistema, non contemplando tale eventualità, non ne prevede neppure la procedura.


A difendere il sistema istituzionale vigente sono rimasti gli epigoni di oligarchie politiche e sociali fondamentalmente ostili alla democrazia liberale. Gente convinta che la democrazia non debba essere «ll governo del popolo» ancorché esercitato dai suoi rappresentanti ma la Repubblica dei filosofi di Platone, lo Stato etico di Hegel, la «volontà generale» di Rousseau, l'<avanguardia del proletariato» marxista-leninista. E’ la Reazione, malattia senile del progressismo. Avevo sempre pensato che il (solo) modo di cambiare i governanti senza spargimento di sangue fossero, in democrazia, le libere elezioni. Ma pare che molti non la pensino così. I miei lettori di sinistra che mi hanno scritto, contestando il mio articolo di fondo in difesa della sovranità popolare vogliono cacciare Berlusconi, ma aggiungono anche di non voler votare. Contano, se cade il governo, che il presidente della Repubblica non indica nuove elezioni e confidano nelle «manovre» parlamentari dell'opposizione. Un singolare caso di abdicazione alla propria sovranità! Mi chiedo se, di questo passo, non arriveranno a volere l'abolizione delle elezioni quando ci fosse la prospettiva che a vincerle siano «gli altri». Personalmente, del destino elettorale tanto del Cavaliere quanto dei suoi avversari non me ne può importare di meno, perché non voto da secoli. Ma, a questo punto, sono preoccupato per il futuro del Paese.





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